Un economista d’altri tempi

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di Emiliano Brancaccio – ATTAC Italia

 

Un contrasto grandemente accentuatosi negli ultimi tempi, in seguito all’ascesa della Tobin tax sulla ribalta della politica internazionale. Da essa Tobin ha ricavato una notorietà sulla quale, con garbo e senso della misura, ha sempre teso a ironizzare. Un’autoironia graziosa che lo rendeva, nell’era del narcisismo debordante, un uomo d’altri tempi, e che non fu mai spinta al punto da pregiudicarne la passione civile e l’impegno politico.

La ricerca scientifica di Tobin è vastissima, come testimoniato dal documento con cui l’Accademia delle scienze svedese gli conferì, nel 1981, il premio Nobel per l’economia: “Si può dire che pochi economisti contemporanei abbiano avuto, come lui, un’analoga influenza ispiratrice nella ricerca economica”. Del resto, la sua teoria sulle scelte di portafoglio, benché ormai vecchia di mezzo secolo, rappresenta tuttora un punto di riferimento per buona parte dell’analisi macroeconomica e finanziaria.

Una possibile chiave di lettura dell’immensa produzione scientifica di Tobin può individuarsi nel convincimento, mutuato da Keynes, che la politica può e dovrebbe esercitare una grande influenza sulla dinamica dei sistemi economici.

Nella versione base della teoria di Tobin, le autorità di politica economica disporrebbero di ampi poteri, tali da influenzare significativamente i livelli e la struttura dei rendimenti delle attività finanziarie e dei beni capitali esistenti in un dato paese.

Attraverso opportune manovre espansive, le autorità non solo sarebbero in grado di ridurre i tassi d’interesse e il connesso onere del debito pubblico, ma potrebbero anche stimolare gli investimenti delle imprese private, e con essi l’occupazione, la produzione e la distribuzione dei redditi, sia nel breve che nel lungo periodo (il che la dice lunga sui tentativi di volgarizzazione di Tobin quale mero fautore della politica di “stabilizzazione”).

I notevoli poteri che la teoria macroeconomica di Tobin attribuiva alle autorità politiche rendono il pensiero di questo autore di grande attualità. Tobin, in tal senso, ha sempre vivacemente contestato l’ideologia delle “mani legate”, in base alla quale l’intervento politico in economia è sempre inutile, se non addirittura dannoso.

Negli anni della controrivoluzione monetarista e delle sue infelici applicazioni da parte di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, Tobin polemizzò con lucidità e pacatezza nei confronti della teoria su cui quegli esperimenti politici pretendevano di fondarsi. Il bersaglio privilegiato di Tobin era una clausola epistemologica di cui Friedman si fece portatore, in base alla quale i “costruttori di modelli economici” verrebbero autorizzati a ritenere che le famiglie, le imprese e gli altri operatori economici agiscono nel sistema come se stessero risolvendo complicatissimi problemi di ottimizzazione.

Questa concezione della “massaia che fa matematica”, che sopravvive tuttora in molte autorevoli sedi della cittadella accademica, venne sempre considerata da Tobin un discutibile paravento per giustificare politiche reazionarie, sperequative, indifferenti nei confronti della disoccupazione e della povertà.

Naturalmente, le convinzioni di Tobin sulle potenzialità dell’intervento politico nell’economia non gli impedirono mai di riconoscere i vincoli cui quell’intervento poteva esser sottoposto. Il suo modello originario, elaborato tra gli anni ’50 e ’60, rappresentava del resto il funzionamento di un paese isolato dal resto del mondo.

Con l’espansione delle transazioni internazionali, commerciali e soprattutto finanziarie, Tobin riconobbe la necessità di numerosi adattamenti per la sua teoria, dai quali emerse un ruolo ben più modesto per l’intervento pubblico. In particolare, la libera circolazione dei capitali rendeva spesso le autorità politiche incapaci di modificare i livelli e la struttura dei tassi di rendimento delle attività, dal momento che in un paese aperto agli scambi internazionali quei tassi vengono determinati a livello mondiale.

L’idea della Tobin tax nasce e si sviluppa in questo contesto. Con essa, l’inventore si proponeva due obiettivi fondamentali, uno per cosi’ dire moderato, l’altro decisamente più ambizioso: stabilizzare il mercato dei cambi, riducendo cosi’ la probabilità di fughe irrazionali e perverse; e ripristinare un certo grado di autonomia nell’azione di politica economica dei singoli paesi. Il primo risultato verrebbe conseguito in base all’idea che la tassa induce gli operatori a ridurre il volume degli scambi speculativi per evitare continue conversioni di valuta. Il secondo risultato emerge dal fatto che la tassa (scoraggiando i passaggi da una valuta all’altra) costituirebbe una sorta di cuscinetto fiscale tra i paesi, consentendo alle autorità politiche di differenziare, almeno in parte, i rendimenti delle attività scambiate all’interno rispetto a quelli prevalenti sui mercati mondiali. La politica, grazie alla tassa, tornerebbe dunque a respirare: le possibilità di manovra crescerebbero, e la spada di Damocle della fuga di capitale si allontanerebbe.

Negli ultimi mesi, autorevoli editorialisti nostrani hanno sostenuto che Tobin avrebbe rinnegato la sua proposta di tassazione degli scambi valutari, considerandola ormai un inutile retaggio del passato. Pur con tutti gli sforzi, non sono riuscito a trovare una sola citazione di Tobin in grado di confermare la “notizia”. Al contrario, ho potuto notare come, appena pochi mesi fa, egli sia tornato a sostenere l’assoluta validità teorica e la fattibilità pratica della sua proposta. Con i tempi che corrono, il disguido non dovrebbe meravigliarci: Marx non avrebbe esitato a parlare di “pugilatori a pagamento”.

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