Seconda stella a destra

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di Marco Bersani

Se c’è una canzone che potrebbe sostituire l’inno di Mameli nel descrivere lo stato surreale del nostro Paese, è senz’altro “Destra-Sinistra” di Giorgio Gaber che, scritta quasi 25 anni fa, è risultata, come molte altre sue intuizioni, decisamente profetica.

Naturalmente, il bersaglio di quella canzone era la ‘sinistra’, quello che in quegli anni stava diventando e oggi è senz’altro divenuta. Anche perché la ‘destra’ è sempre stata fedele a se stessa e, grazie a questo, ha senz’altro ampliato negli anni la sua sfera di influenza.

Basterebbe analizzare con più attenzione la formula usata da tante esperienze politiche che amano dichiararsi “nè di destra né di sinistra” per comprendere come l’utilizzo dell’allocuzione sia sempre servito per collocarsi progressivamente a destra e in nessun caso per situarsi sul versante contrario.Certo, non avendo quasi più la ‘sinistra’ alcun precipitato concreto nella rappresentanza politica e nell’insediamento sociale, anche il corrispettivo campo valoriale sembra avvolto dal medesimo processo di evaporazione.

È dentro questo quadro che si è affermato in questi anni il Movimento 5Stelle, coniugando temi decisamente avanzati (sull’acqua, i rifiuti, le grandi opere) e un accento molto marcato sulla questione della democrazia diretta, con una battaglia a tutto campo contro la casta, la corruzione e per la trasparenza. Un terremoto politico e culturale che ha attraversato trasversalmente le culture politiche e che per certi versi ha rappresentato anche una spinta positiva alla rottura del quadro esistente.

Com’è stato dunque possibile che da un processo embrionale di questo tipo si sia arrivati in breve tempo ad un’affinità con la destra razzista della Lega e al possibile governo comune del Paese?Ci sono alcuni elementi di fondo dell’ideologia e della pratica del Movimento 5Stelle che possono spiegare l’apparente paradosso.

In realtà, il Movimento 5Stelle non ha mai agitato temi anche molto importanti allo scopo di perseguire un altro modello di società. Epigoni sin dalla nascita della democrazia diretta, i 5Stelle non l’hanno mai pensata come espressione della partecipazione sociale diffusa, né come strumento della riappropriazione sociale, bensì come forma del “cittadinismo”, espressione di individui singoli e consapevoli, onesti e meritevoli, le cui aspirazioni sono state negli anni bruscamente fermate dalla malagestione e dalla corruzione dei partiti politici (peraltro fondata).

Questa visione porta con sé due automatismi, ben evidenti nelle esperienze di governo cittadino e metropolitano che i 5Stelle stanno da tempo sperimentando.

Il primo riguarda l’assetto dei poteri forti, che, identificati solo nei partiti che hanno governato in precedenza, magicamente spariscono con la loro sconfitta elettorale, permettendo un’era di governo lineare e senza contraddizioni. Impossibile spiegare loro quanto invece affermò, davanti ad una piazza stracolma, l’attuale sindaca di Barcellona, Ada Colau, la sera della sua elezione: “Oggi abbiamo preso il governo di Barcellona, siamo molto lontani da averne preso il potere. Per questo è necessario che le mobilitazioni non si fermino questa sera, delegando a noi il domani, ma che continuino ogni giorno, per permettere a noi tutti dal governo di Barcellona di iniziare a contrastare il potere di Barcellona”.

In assenza di questa consapevolezza, si finisce per pensare che il governo di una città o di un Paese sia il punto d’arrivo e non quello di partenza di una possibile trasformazione e che l’avvento di un governo degli onesti sia sufficiente a dipanare le contraddizioni economiche e sociali.  

Il secondo automatismo riguarda il concetto di democrazia e di conflitto sociale. Se la visione globale si basa sul “cittadinismo” come sopra declinato, una volta vinte le elezioni è sufficiente dichiararsi “cittadini portavoce” per eliminare qualsiasi dialettica sociale: nasce da qui l’astio dei 5Stelle che, oltre partiti e corpi sociali intermedi, investe i movimenti sociali, i comitati e le realtà di base, che, in quanto portatori di interessi collettivi, vengono automaticamente derubricati in lobby di potere che sovrastano i veri cittadini, i quali, onesti e puri, possono e debbono riferirsi ai loro portavoce che li rappresentano esaustivamente.

E’ così che, nati in risposta alla crisi verticale della democrazia rappresentativa, i 5Stelle ne divengono gli ultimi epigoni, deprivandola della dialettica sociale e trasformandola nell’identificazione adesiva dei singoli con i loro eletti.

D’altronde anche l’enfasi sul merito denota l’individualismo di fondo della cultura dei 5Stelle, che si riferiscono al cittadino che si costruisce da sé, come se le condizioni economico-sociali e culturali in cui questo avviene siano assolutamente secondarie.

Collocati questi elementi di fondo dentro la profonda crisi economica e sociale che attanaglia il paese da ormai un decennio, non stupisce come i 5Stelle ne rappresentino molto più l’astio che la speranza e che di conseguenza la loro affermazione possa essere molto più letta come la socializzazione del rancore che non l’aggregazione della rabbia per la trasformazione.

Che tutto questo incontri e possa fermentare con un altro modello di rancore, l’individualismo proprietario e razzista portato avanti dalla Lega appare quindi molto meno paradossale.

D’altronde “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”, osservava Gramsci in una nota scritta in carcere nel 1930. E qui siamo anche oggi, almeno fino a quando la mobilitazione sociale non inizierà a sostituire la rassegnazione.  

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 34 di Maggio – Giugno 2018: “L’epoca del rancore. Nuove destre e nuovi razzismi

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