“Sauti Zetu” il silenzio cantato del campo profughi di Nakivale in Uganda

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di Matteo Carbognani
Ora non posso dirti tutta la verità. Avrei paura per il futuro dei miei nipoti. Qui non posso realmente essere chi sono perché ci sono dinamiche ben precise: c’è chi comanda e chi non può lamentarsi. Io sono un rifugiato. Facciamo che continuiamo a cantare, poi un giorno ti dirò quel che penso davvero” mi ha detto Dezaira alla fine di una sessione di registrazione, spiegandomi tutti i non-detti che rimanevano nell’aria.

All’interno del Nakivale Refugee Settlement ci sono entrato quasi per caso, nel luglio del 2013, per realizzare un tirocinio di un paio di mesi con una ONG. Quasi altrettanto casualmente mi sono poi ritrovato a conoscere Dezaira e un’altra dozzina di giovani rifugiati congolesi con cui condividevo la passione per la musica. Ho ascoltato le loro improvvisazioni sonore, le loro voci, sono entrato nelle loro storie, ho provato a guardare lo spazio attorno attraverso la loro prospettiva. La prospettiva di chi quel campo lo vive da molti anni e ancora non ne intravede una fine. Ci siamo messi a suonare insieme e mi sono fatto trasportare dalle loro angosce e dalle loro ambizioni, chiedendogli di cantarle. Quel che ne è uscito è stato un vortice sconclusionato di emozioni, di riflessioni critiche e acute rispetto al sistema umanitario internazionale, di brevi e spietati spunti descrittivi circa la crudeltà di questi non-luoghi: in poche parole il ribaltamento dell’immaginario di vulnerabilità solitamente associato a questi spazi e persone. Alla fine di canzoni ne sono uscite a sufficienza per farci un disco, e nonostante le difficoltà tecniche e l’impossibilità di raggiungere la grande distribuzione, siamo riusciti a creare una testimonianza genuina, diretta e sufficientemente ermetica. Una nuova voce che si affianca alle immagini convenzionali dei campi e prova a stimolare nuove domande.

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Il Nakivale Refugee Settlement prende il nome da un piccolo lago situato nel Sud Ovest dell’Uganda, al confine con il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo, in una zona tristemente nota e di importanza strategica nell’universo delle migrazioni forzate. Fu inizialmente individuata per dare sollievo ai primi sfollati rwandesi a seguito della Rivoluzione Sociale del 1959-61. Una soluzione temporanea non lungimirante, che si fondava sull’illusione della possibilità di un ritorno a casa e il mancato arrivo di nuove migliaia di persone in fuga nei decenni a venire. Da allora è passato mezzo secolo, l’insediamento di Nakivale misura oggi più di 100 chilometri quadrati e ospita circa 65 mila rifugiati. Come molti altri posti similari dislocati su scala globale la composizione è fluida e variabile: dalla maggioranza degli sfollati rwandesi degli inizi, si è infatti passati a un dominio numerico sudsudanese e congolese; negli ultimi mesi si è registrata un’impennata degli arrivi dall’instabile Burundi. La storia di Nakivale è l’ennesima conferma che sebbene, di norma, la formazione di campi per rifugiati sia intesa come soluzione tampone per situazioni di emergenza contingente, nella pratica, questi agglomerati urbani assumono carattere di permanenza. Confermando gli studi dell’antropologo francese Michel Agier, tra i massimi esperti mondiali di management umanitario e di “gestione dell’indesiderabile” (“Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au gouvernement humanitaire”; 2008, Flammarion), Nakivale rimane uno spazio che per definizione teorica è situato tra temporaneità e precarietà, ma che nella realtà della vita quotidiana si declina in soluzioni di sempre maggiore normalità, sedentarietà abitativa e stabilità affettiva. E’ sorprendente osservare come accanto all’eccezionalità amministrativa e alla sofferenza materiale che pervade ogni cosa, s’inerpica, resiliente, la normalità della vita quotidiana. Da quasi mezzo secolo ad oggi le generazioni di rifugiati hanno saputo costruire la vitalità tipica di molti altri agglomerati urbani geograficamente comparabili. A prescindere dalle difficoltà contingenti e dalle prospettive precarie, esiste una comunità vera di uomini, donne, vecchi e bambini. Una città invisibile non rappresentata sulle carte geografiche ma che presenta non solo piccoli e grandi quartieri, chiese, negozi, bar, ristoranti, servizi assistenziali, piccoli imprenditori, sale cinema, partite di calcio, scuole di danza, moda, e musica, ma anche nuove identità che si creano, memoria che nasce, una società intera che cresce, desidera, spera, si evolve e resiste.

Il sistema dei campi prevede un’amministrazione totalitaria delle agenzie umanitarie o del governo locale (in questo caso specifico: l’Ufficio del Primo Ministro Ugandese), basandosi su dinamiche di potere uniche e unidirezionali. Chi governa il campo è anche l’unico attore che può rappresentarlo e non esistono quasi mai spazi di autorappresentazione e partecipazione politica per i rifugiati.

In queste condizioni le possibilità per gli abitanti dei campi di essere gli artefici e i manovali del proprio futuro scendono quasi a zero. Avere la speranza di un domani migliore dipende molto spesso dall’avere accesso alle procedure di reinsediamento in paesi terzi, che sono anch’esse gestite dalle agenzie umanitarie. Conviene dunque, come ha saggiamente intuito Dezaira, rimanere al proprio posto, silenziare e nascondere le proprie idee, giocando da pedina nella scacchiera del regime umanitario globale. E’ un gioco di sofferenza e di grande astuzia che consiste nell’obbedire e nel crearsi contatti e relazioni utili per riuscire ad ottenere qualcuno dei pochi vantaggi che il regime ha messo in palio. Il resettlement è il primo premio, a cui tutti puntano, senza esclusione di colpi. E’ un gioco estremo, un imbuto che solo a Nakivale vede la partecipazione di circa 65 mila persone per un migliaio di vincitori all’anno. E in tutto il mondo quanti saranno? “Facciamo che continuiamo a cantare”.

Per maggiori informazioni: www.sautizetunakivale.com

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 24 di Maggio-Giugno 2016 Il Grande Esodo