Roma: dal Villaggio Globale alle nuove forme d’accoglienza

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di Alfonso Perrotta

Era l’estate del 1989 quando la morte di Jerry Masslo, giovane sudafricano, ucciso a Villa Literno da un gruppo di balordi, suscitò grande emozione e spinse alla mobilitazione le associazioni di immigrati e organizzazioni antirazziste. Il 7 ottobre un lungo corteo attraversò le strade di Roma e riempì Piazza del Popolo. Dopo un paio di mesi nacque nelle università il movimento della Pantera. Il risultato di quelle mobilitazioni fu la legge Martelli che permise la stabilizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori immigrati e introdusse le prime misure per il riconoscimento del diritto d’asilo.

Nonostante i grossi limiti della legge, l’Italia prendeva atto delle trasformazioni del mondo del lavoro e dei nuovi flussi d’immigrazione che si dirigevano in maniera più consistente verso il nostro Paese e quelli del Mediterraneo.

Particolarmente attive in quella fase furono le comunità e le associazioni degli immigrati. Con il loro protagonismo posero all’attenzione non solo le questioni legate ai diritti del lavoro e alle procedure di rilascio del permesso di soggiorno ma svelarono la nuova realtà: l’Italia era diventato un paese d’immigrazione. Non sarebbero bastate le barriere, le nascite di leghe xenofobe, le teorie sulla “soglia di tolleranza” a fermare un processo in crescita e ormai irreversibile che cercava risposte culturali e politiche.

In quel contesto era pertanto fortemente sentita dalle comunità l’esigenza di avere spazi per organizzarsi, esprimere la cultura d’origine, promuovere scambi tra loro stesse e con gli autoctoni.

La nascita del Centro Interculturale Villaggio Globale, nell’ex Mattatoio di Testaccio, fu una risposta concreta a quei bisogni. L’intera area del Campo Boario, con la presenza dei rom Kalderasha, dei senegalesi, dei magrebini e poi dei curdi fu reinventata come luogo di scambio interculturale e di accoglienza. Un’esperienza purtroppo stoppata dalla Giunta Veltroni, con l’allontanamento dei rom, per far posto ad altre situazioni in una logica di spartizione dell’ex Mattatoio più che di una progettualità coerente con la vocazione solidaristica che l’area aveva assunto.

Fortunatamente, negli anni, altri luoghi sono nati in città ed altri centri sociali hanno ripreso l’impegno di solidarietà con gli immigrati che vivevano il proprio territorio. L’accoglienza a Roma, così come nel resto d’Italia, infatti è stata praticata sempre e quasi esclusivamente dalle associazioni di volontariato laico e cattolico che si sono sostituite di fatto all’amministrazione pubblica. L’unico contatto che il migrante aveva con lo Stato italiano era con la Questura e, se gli andava bene, con l’Ufficio del Lavoro.

L’accoglienza di una metropoli si misura principalmente nella sua capacità di offrire un alloggio. Ma in un Paese in cui l’edilizia pubblica è quasi nulla e il mercato degli affitti inaccessibile specialmente per chi è in cerca di lavoro, la non soluzione è stata il sovraffollamento nelle abitazioni e la nascita degli insediamenti abusivi. Tutta la storia dell’immigrazione straniera in Italia, così come era avvenuto per l’emigrazione interna, è stata accompagnata da questo fenomeno: per il territorio romano basti ricordare i polacchi nella pineta di Ostia, i magrebini della baraccopoli sulla Prenestina, la Pantanella a Porta Maggiore, l’Hotel Africa al Tiburtino, e così di seguito fino ai microinsediamenti sparsi un po’ in tutta l’area urbana e suburbana.

Le pessime condizioni di vita e i continui sgomberi forzati, non solo dei cosiddetti campi nomadi, dove sono andati a finire rumeni, bosniaci e serbi che rom non erano, hanno condizionato, in alcuni casi più del lavoro stesso, la vita di decine di migliaia di migranti.

L’occupazione di interi palazzi è stata l’unica risposta dignitosa a un bisogno primario.

Il movimento di lotta per la casa nelle sue diverse articolazioni ha rappresentato un nuovo protagonismo degli immigrati e anche un diverso modo di relazionarsi tra le diverse provenienze.

Attraverso gli scambi nella convivenza quotidiana, l’organizzazione di servizi comunitari, la responsabilità di sostenere una vertenza con le istituzioni, queste esperienze praticano forme di autogoverno che se fossero lasciate libere di esprimersi, senza la preoccupazione costante della minaccia di sgombero, sarebbero elemento di crescita democratica per tutti.

Vi fu un momento in cui si credette che l’associazionismo degli immigrati potesse svolgere un ruolo di mediazione e di rappresentanza con e nelle istituzioni. Da qui la rivendicazione del riconoscimento delle Consulte e del diritto di voto passivo e attivo nelle elezioni amministrative verso la fine degli anni ’90. Un diritto che è sempre stato negato se non nella misura ambigua dell’elezione dei consiglieri aggiunti (a Roma eletti per la prima volta nel 2004) quasi a istituzionalizzare una separazione tra i cittadini italiani e gli immigrati. Una carica tutta di facciata che non ha mai avuto alcun potere e che prima ancora delle altre componenti politiche dei Consigli Comunali ha messo in evidenza la crisi della rappresentanza. I decisori istituzionali infatti non hanno più bisogno di corpi intermedi e scelgono direttamente i propri interlocutori in base a criteri clientelari e di convenienza.

Le continue misure di controllo dei flussi immigratori hanno cambiato la stessa idea di accoglienza.

Le strutture d’identificazione, i campi attrezzati, le strutture ricettive (che non chiamerei appunto di accoglienza) sono luoghi segreganti di controllo e selezione degli immigrati. Il processo è verticale, dall’alto in basso, autoritario e non ha bisogno di intermediari. Le associazioni possono al massimo offrire qualche operatore con la funzione di traduttore ma mai di vero mediatore interculturale. Sono luoghi in cui spesso si diventa passivi, non certo cittadini responsabili e parte di una comunità condivisa.

La mancanza di una visione organica sulle politiche d’accoglienza, e in assenza di un controllo democratico, ha come effetto – o forse questa è proprio la scelta – quello di affrontare i nuovi arrivi come un’emergenza continua su cui costruire un’economia affaristica e in alcuni casi criminale, in ogni caso di spreco delle risorse pubbliche. In fondo la celebre frase “con gli immigrati ci famo più soldi che con la droga” non è solo il pensiero casareccio di Salvatore Buzzi ma anche quello di menti più raffinate che propongono la militarizzazione del Mediterraneo, la costruzione di muri lungo i confini, l’affitto di interi immobili con rendita assicurata, apparati di sicurezza sempre più numerosi per il controllo e per gli sgomberi, rifornimenti vari. È come stare in guerra.

Se dare il nome di Villaggio Globale a un luogo d’incontro era il segnale della consapevolezza di vivere in una fase storica completamente nuova, a distanza di un quarto di secolo la percezione del mutamento non è uguale per tutti. Molti non si rendono ancora conto che il pianeta Terra è più comune che mai e che il villaggio globale lo trovi nelle grandi città e nei piccoli paesini, nella tua strada e nel condominio.
E, nonostante le inevitabili contraddizioni che nuovi arrivi di popolazione determinano in contesti sociali consolidati, la contaminazione e lo scambio tra il vecchio e il nuovo avviene comunque. Lo dimostrano la nascita di imprese da parte degli immigrati, la scolarizzazione delle seconde generazioni, i matrimoni misti, l’emergere di espressioni artistiche meticcie, la nascita di nuove forme associative.
È da lì che bisogna ripartire, con pazienza, per riprendersi nuovi spazi di democrazia e ricostruire coesione sociale per battere razzismo e povertà.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 24 di Maggio-Giugno 2016 Il Grande Esodo