Rom e Sinti: i miti da sfatare

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 di Marco Brazzoduro, Sociologo Università di Roma La Sapienza, Presidente dell’Associazione Cittadinanza e Minoranze.

Chi sono rom e sinti? Pochi, credo, saprebbero rispondere con precisione a questa domanda ma se, invece, chiedete un parere sugli “zingari” non ci sono esitazioni. Tutti sanno chi sono e i giudizi sono, nella quasi totalità, denigratori. Anche violentemente denigratori.

Se circola nella rete qualche notizia che riguardi loro, sia per qualche reato come per qualche iniziativa assistenziale, questo dà la stura a numerosi commenti. Alcuni non esitano ad incitare interventi violenti: “io li impiccherei tutti”, “li brucerei”. Si sa che l’ostilità nei confronti degli zingari – ma si dovrebbe chiamarli più correttamente rom e sinti – è largamente diffusa e non solo in Italia e non solo da ieri. Secondo una ricerca internazionale, l’86% della popolazione italiana odia i Rom e Sinti, seguono i francesi con il 60%, i polacchi con il 48%, gli inglesi con il 37%, gli spagnoli con il 35% e i tedeschi con il 34%.

Gli italiani sono di gran lunga il popolo che vede con maggior sfavore la popolazione romanì: solo 9 italiani su 100 hanno un’opinione favorevole. Questa opinione non è solo appannaggio della pancia della nazione; infatti, anche esponenti politici, non solo di secondo piano, si sono segnalati per dichiarazioni razziste. Come quell’esponente leghista che in una trasmissione radiofonica ha detto: “La giornata mondiale dei Rom si potrebbe ribattezzare il festival dei ladri”. Nel 2014 una consigliera del Comune di Motta Visconti (Milano) in un post su Facebook metteva a disposizione il forno della sua taverna per “gli zingari”. Una battutaccia razzista del segretario della Lega nord di Maserada sul Piave (Treviso) è apparsa su Facebook: “Cosa si lancia a uno zingaro che sta affogando? La moglie e i figli”. Nel 2015 in una trasmissione televisiva un leghista rozzo e ignorante, per di più parlamentare europeo, non ha esitato a definire la popolazione romanì come “la feccia della società”. L’attuale segretario della Lega nord vuole risolvere il “problema” con le ruspe. Gianfranco Fini, quando era presidente della Camera, in una trasmissione televisiva dichiarò che i rom erano ladri per cultura, manifestando così la propria ignoranza della cultura di rom e sinti.

Queste dichiarazioni, che guarda caso hanno un’ampia diffusione mediatica, sono vere e proprie aggressioni e fanno ben comprendere il livello di antiziganismo dei tempi che viviamo. Andrebbero denunciate al Tribunale dell’Aja per istigazione all’odio razziale. Le istituzioni preposte non fanno assolutamente nulla.

Ma non ci sono solo dichiarazioni e atteggiamenti palesemente razzisti. Nel corso degli anni si sono registrati dei veri e propri pogroms contro i rom.

Nel 2007 un incendio doloso distruggeva le sei tende allestite ad Opera (Milano) dalla Protezione civile per ospitare 67 rom, tra cui 35 bambini. Tra gli indagati figurava Ettore Fusco, esponente della Lega Nord nel consiglio comunale di Opera, con l’accusa di istigazione a delinquere.

Nel 2008 a Napoli, nel quartiere periferico di Ponticelli, all’insediamento dei rom fu appiccato il fuoco mentre gli occupanti venivano inseguiti e malmenati, in una vera e propria caccia all’uomo.

Nel 2011 a Torino, in seguito alla denuncia di un’adolescente di essere stata stuprata da due rom, una manifestazione di protesta degenerò nell’assalto alla vicina baraccopoli dei rom cui venne appiccato il fuoco e i cui occupanti brutalmente cacciati. La ragazzina poi ritrattò le accuse confessando di aver fatto l’amore con un coetaneo.

Si potrebbe continuare. Qualche giorno fa a Roma da un’auto in corsa sono state scagliate quattro bombe carta contro una baraccopoli di rom.

Gli studiosi segnalano come i comportamenti ostili abbiano caratterizzato la presenza dei rom sin dal loro apparire in Europa dove sono approdati dopo un lungo peregrinare in seguito all’abbandono della patria indiana.

Comportamenti ostili che sono culminati nell’esplicito piano di sterminio programmato dal nazismo durante la seconda guerra mondiale. Quella memoria si è incisa nelle loro menti e indicata nella loro lingua, il romanés, come porrajmos.

Perché questa ostilità, quest’odio, questa voglia diffusa di far loro del male? La teoria del “capro espiatorio” appare come la più idonea a fornire una spiegazione convincente. Nella storia dell’umanità si rileva continuamente questa “necessità” di trovare un nemico, generalmente in una minoranza cui addossare le colpe dell’insicurezza del vivere. Si è visto come l’individuazione del “nemico”, ovvero del capro espiatorio, funzionasse sempre perché tendeva a placare gli animi e distoglierli dall’analisi razionale delle difficoltà quotidiane da fronteggiare. E’ molto più facile e appagante trovare il nemico, il responsabile, il colpevole.

Si stima che rom e sinti (due comunità appartenenti alla galassia dei popoli romanì) in Italia ammontino a circa 160.000 individui di cui almeno la metà cittadini italiani. A Roma si stima che quelli che risiedono nei campi, autorizzati, tollerati e spontanei, ammontino a circa 7000 unità mentre non si hanno stime di quelli che vivono in case.

Le prime testimonianze della presenza di rom in Italia risalgono al 1422. I rom stranieri hanno, per la quasi totalità, cittadinanza romena, bulgara e di paesi della ex-Jugoslavia. Diverse migliaia sono apolidi di fatto, perché la guerra civile che ha ferocemente devastato alcune repubbliche della ex-Jugoslavia ha comportato la distruzione dei registri anagrafici o perché pur nati in Italia – dove vige lo ius sanguinis – non sono né cittadini italiani né hanno la cittadinanza dei genitori perché non registrati.

In Italia l’immagine prevalente che l’opinione pubblica ha di rom e sinti è legata al degrado dei “campi nomadi” di cui molti esigono l’abbattimento, magari con le ruspe salviniane.

I “campi nomadi” sono una istituzione tipicamente italiana. Anche in altri Paesi europei esistono insediamenti informali di rom ma nessuno Stato ha mai deciso che lo stile abitativo dei rom fosse quello del “campo sosta”. Difatti, se si interpella un rom circa le sue aspirazioni abitative vi risponderà che desidera abitare in una casa come tutti. Fatto, del resto, dimostrato dalla numerosità delle domande di accesso all’edilizia residenziale pubblica.

I campi, col tempo, si sono trasformati in luoghi di degrado a causa dell’inverosimile affollamento e mancanza di manutenzione dei manufatti (container) costruiti con materiali di qualità scadente. Ma l’esistenza stessa dei campi configura un segno di inciviltà presentandosi come ghetti di evidente segregazione razziale. Se, per esempio, si costringessero tutti gli ebrei a vivere in un quartiere solo per loro come reagirebbe l’opinione pubblica ? Come di fronte a un obbrobrio. Invece per i rom tutto è possibile, essendo i paria del XXI secolo.

Considerare il campo come la soluzione abitativa prescelta dai rom è fuorviante. Non solo perché la costruzione dei campi ha obbedito a criteri che intrecciavano autoritarismo e ignoranza, ma anche perché, dati alla mano, solo il 20% di rom e sinti – circa 35/40.000 persone – vivono nei campi. Tutti gli altri, la stragrande maggioranza, vivono nelle case in una realtà di normale integrazione. Dato di fatto che annulla quella opinione diffusa quanto infondata per cui “i rom non vogliono integrarsi”.

Tra i pregiudizi più ampiamente diffusi quanto infondati è quello che li accusa di praticare il rapimento dei bambini. In Italia, però, non è mai stato trovato un bambino scomparso in un campo nomadi. Negli ultimi 15 anni ci sono state tre condanne per “tentato rapimento” ma a leggere le carte processuali le sentenze stesse appaiono viziate dai pregiudizi dei giudici. E’ interessante notare come questa accusa non è storicamente nuova e non riguarda soltanto i rom. Nei primi secoli dell’era cristiana, quando i seguaci della nuova religione erano soggetti alla feroce persecuzione statale, la stessa accusa, con il medesimo intento di screditarli e giustificarne la persecuzione, veniva scagliata contro di loro.

Altro pregiudizio è quello che li considera nomadi. Anzi, molti vi si riferiscono usando il termine nomadi, invece che quello di zingari o rom e sinti. Storicamente i rom e i sinti sono stati nomadi per secoli, ma non per una libera scelta quanto per sottrarsi alle persecuzione cui erano soggetti. Oggi non lo sono più da generazioni ma, purtroppo, persistono dizioni ufficiali come “campi nomadi”, “ufficio nomadi”, “piano nomadi” ecc. denotando semplicemente la profonda ignoranza di chi li stila.

Altro diffuso pregiudizio è quello secondo il quale “non vogliono integrarsi”. Ma su quale fondamento, con quali argomenti lo si dimostra? Chi li frequenta quotidianamente da decenni – come il sottoscritto – può serenamente affermare che è vero il contrario. Le prove? Gli sforzi per regolarizzare la loro presenza con l’acquisizione del permesso di soggiorno, la felicità con cui accolgono l’invio della tessera sanitaria ecc.

Estremamente diffusa è anche la convinzione che “non vogliono lavorare”. Probabilmente esistono tra di loro – come tra tutti i popoli – una percentuale di infingardi e scansafatiche ma non è certo la norma; al contrario, la prima cosa che mi sento chiedere quando entro nei campi è “mi trovi un lavoro?” Al che rispondo con un generico “cercherò” sapendo benissimo che nessuno assume un rom. Difatti, questo è un caso evidente di quel processo che gli antropologi chiamano “la colpevolizzazione della vittima”. Nessuno assume un rom ma la colpa è loro, cioè delle vittime.

 Ma in una serena e obiettiva analisi non possiamo omettere un riferimento a quella convinzione per cui “i rom rubano”. Questo non è un pregiudizio. Ne è sbagliata l’interpretazione. I rom rubano non perché sono rom ma perché sono poveri, underclass secondo la sociologia americana, o sottoproletariato secondo la sociologia europea. E, difatti, i reati da essi commessi sono identici nella quantità e nella qualità a quelli commessi dal sottoproletariato italiano, quello che vive nei quartieri degradati delle grandi città accomunato dalla caratteristica di essere perennemente escluso dal mercato del lavoro. Basterebbe avviare una efficiente politica attiva del lavoro a vantaggio degli abitanti di quelle periferie degradate per registrare un crollo nel tasso di illegalità tra i rom e gli altri sottoproletari.

Naturalmente non tutti sono ladri: anzi, quelli che cercano di sbarcare il lunario onestamente sono la maggioranza. Quali le attività economiche privilegiate? Naturalmente le più umili, quelle che nessuno vuole svolgere, perché sporche e faticose. Si tratta dello sgombero di cantine, della vendita di rigatteria di terz’ordine di cui si riforniscono frugando nei cassonetti della spazzatura, dei piccoli trasporti, del commercio di rottami metallici, oltre a lavori di manovalanza varia e di bracciantato stagionale nelle campagne. Il lavoro, ovviamente, è il perno per l’integrazione come per il mantenimento della famiglia – spesso assai numerosa – e per la dignità personale. Sarebbe pertanto necessario, sia per contrastarne la povertà, sia per indicare loro un percorso di abbandono dell’illegalità da indigenza, che le autorità pubbliche favorissero, con opportune normative, lo sviluppo di queste attività che oggi vengono praticate tra mille difficoltà ed ostacoli. Un esempio? L’istituzione di piccoli mercatini etnici, l’aiuto a districarsi nella complessa regolamentazione del commercio dei rottami metallici, la creazione nei municipi di albi per piccoli trasporti e sgomberi di cantine in modo da agevolare l’incontro tra domanda e offerta.

 Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 24 di Maggio-Giugno 2016 Il Grande Esodo