Rivoluzionari o moderati? Il caso della Tobin tax

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di Emiliano Brancaccio

 

La ragione è che questo slogan esprime una realtà possibile, ma rovesciata rispetto a quella corrente; esso, inoltre, definisce senza mezzi termini le responsabilità dei paesi ricchi; ed infine, lo slogan presenta il merito di riammettere la politica protezionistica nella scatola degli attrezzi della sinistra, dopo anni di dissennato ostracismo. Non credo tuttavia che per il futuro del movimento, e più in generale per quello della sinistra, le questioni di politica commerciale debbano considerarsi decisive. Anzi, sono dell?idea che se lo diventeranno, significherà che le cose sono andate peggio del previsto.

Pertanto, a costo di uscire un po? dal seminato, proverò in questa sede a dire la mia sul movimento di Porto Alegre partendo da un?esperienza personale. Nel settembre 2001 ho ricevuto l?incarico, da parte di Attac Italia, di elaborare il testo della legge di iniziativa popolare per l?istituzione della tassa Tobin in Europa. La frequentazione di Attac e di tutte le realtà che hanno aderito alla campagna sulla Tobin tax, e l?analisi del modo in cui la tassa è stata metabolizzata dal popolo di Porto Alegre, mi hanno permesso in questi mesi di superare le tipiche distorsioni di una lettura ?dall?esterno? e di comprendere meglio le potenzialità e gli attuali limiti del movimento.

Per cominciare, occorrerà spendere due righe sul significato originario della Tobin tax. Nelle intenzioni di James Tobin, la sua proposta di tassazione degli scambi valutari dovrebbe rimediare a due gravi distorsioni dell?attuale sistema monetario internazionale.

La prima distorsione consiste nella instabilità dei mercati causata dalle scommesse sui cambi effettuate ogni giorno dagli speculatori, e fonte continua di gravissime crisi economiche e sociali. La seconda verte sulla perdita di sovranità delle autorità monetarie dei singoli paesi, impossibilitate anche in recessione a ridurre i tassi d?interesse a causa della minaccia permanente di fughe di capitale. Secondo Tobin, una tassa sulle transazioni valutarie consentirebbe di rimediare ad entrambi i problemi menzionati.

Scoraggiando la speculazione, infatti, essa conferirebbe al sistema monetario globale maggiore stabilità, e costituirebbe in tal modo un argine contro i disastri provocati dalle oscillazioni delle valute. Inoltre, rendendo costosi gli scambi, la tassa scoraggerebbe i movimenti di capitale, permettendo ai singoli paesi di fissare tassi d?interesse più bassi di quelli prevalenti a livello internazionale.

Questi, dunque, dovrebbero essere gli scopi fondamentali della Tobin tax. Scopi ambiziosissimi, poiché volti ad incidere sul livello e sulla dinamica dei tassi di cambio e d?interesse, ovvero sul ?prezzo del denaro? a livello mondiale. In effetti, molti in letteratura hanno dubitato della piena capacità della tassa di perseguire obiettivi di tale portata. Si tratta in genere di critiche fondate, alle quali personalmente ho replicato sostenendo che il merito della campagna sulla Tobin tax consiste soprattutto nell?aver sollecitato un avvio, in sede politica, del dibattito sulla riforma dell?ordine monetario internazionale, e nell?avere tra l?altro aperto la strada anche a proposte più radicali.

Quel che conta in questa sede, comunque, è di aver chiarito che sia Tobin che i suoi critici hanno sempre considerato il gettito ricavabile dalla tassa un beneficio del tutto secondario, il lieto effetto collaterale di una medicina dalle prospettive terapeutiche ben più vaste.

Una visione molto chiara, questa, che tuttavia sembra essersi dileguata d?incanto, non appena la Tobin tax è passata dalle ingiallite citazioni sull?Economic Journal agli sgargianti striscioni del movimento. ?Togliere agli speculatori per dare ai poveri?: è questo il messaggio di fondo con il quale il popolo di Porto Alegre ha ribattezzato la tassa, talvolta assumendo nei confronti del dibattito originario sentimenti oscillanti tra l?indifferenza e la diffidenza.

Chiaramente, sarebbe alquanto naif criticare il movimento per aver proposto una lettura della Tobin tax distante da quella del suo ideatore. Il problema, piuttosto, è di comprendere perché mai, dati i tre obiettivi della tassa menzionati in precedenza, il movimento abbia concentrato l?attenzione proprio su quello più moderato, vale a dire il trasferimento di risorse dagli speculatori ai più poveri.

Per comprendere il carattere moderato di questo obiettivo rispetto, ad esempio, a quello del ripristino del controllo sui tassi d?interesse, è necessario richiamare un?importante distinzione tra politiche distributive effettuate durante il processo di formazione del reddito, e politiche confinate al termine dello stesso. Togliere agli speculatori per dare ai poveri rappresenta un intervento ?re-distributivo? in senso tecnico, poiché provvede a riallocare un reddito che è stato già prodotto: in una prima fase gli operatori finanziari, presi globalmente, realizzano i propri redditi; ed è solo in un secondo momento che l?autorità fiscale (sia essa lo Stato, l?ONU o chi per essi) interverrebbe per prelevare una quota di quei redditi e ripartirla.

Il fatto che il movimento abbia finora manifestato un interesse prevalente nei confronti dei soli interventi praticati a valle del processo di formazione del reddito, costituisce a mio avviso l?ennesimo riflesso della ventennale crisi di identità della sinistra e della sua politica. Come è stato spesso sottolineato, l?appiattimento sui ?trasferimenti a valle? implica una rinuncia dolorosa, quella di non poter ambire al governo dei meccanismi di distribuzione del reddito durante la sua formazione, e non soltanto dopo di essa. Pretendere di edificare un soddisfacente modello di giustizia sociale affidandosi alle sole misure di compensazione ex-post offerte da fisco e dintorni, è del tutto velleitario.

Il movimento e la sinistra dovranno certamente includerle nel loro armamentario, ma considerandole esaustive finiranno per evaporare, disperdendosi tra i fumi del liberalismo e della carità cristiana.

L?intervento politico in fase di generazione dei redditi appare dunque il percorso (in ripida pendenza ma obbligato) per un recupero di senso e di identità della sinistra, e per la piena maturazione del movimento di Porto Alegre. A tal fine, occorrerà combattere contro il luogo comune secondo cui le interferenze politiche durante i processi di formazione del reddito governati dal mercato sarebbero ingiustificate e deleterie, e dovrebbero pertanto esser confinate a valle di quei processi.

Questa battaglia, si badi, andrà combattuta soprattutto tra le file della sinistra, di tutta la sinistra: è innegabile, infatti, che una certa, generica diffidenza nei confronti dell?interventismo politico, propugnata per oltre un ventennio dall?ideologia dominante, si sia fatta strada anche all?interno del movimento (specie tra i giovani), nonostante il carattere smaccatamente anti-liberista dello stesso.

Azzardo l?ipotesi, in tal senso, che la tendenza diffusa a metabolizzare solo gli obiettivi redistributivi della Tobin tax e a trascurare le possibilità di riduzione dei tassi d?interesse che essa offrirebbe alle autorità monetarie, sia dipesa da una inconscia introiezione della ideologia dominante, che si manifesta tra l?altro nella esaltazione della struttura ?a rete? del movimento, e in una certa resistenza verso le forme coordinate dell?agire politico.

Ma, al di là della ?interiore? battaglia culturale che occorrerà intraprendere, è sul piano politico che ci confronteremo con gli ostacoli di maggiore rilievo. Oggi, purtroppo, i mezzi per l?esercizio delle «interferenze in corso di formazione del reddito» si presentano come chimere quasi irraggiungibili: una contrattazione salariale più aggressiva, una revisione dei diritti di proprietà e di gestione delle attività produttive, un sistema di istruzione egalitario, l?amministrazione dei prezzi, le manovre sui tassi e sulle linee di credito, la programmazione, la produzione pubblica; e, a livello internazionale, l?obbligo per i paesi in surplus di acquistare da quelli in deficit, un prestatore di ultima istanza con ?vocazioni Rawlsiane?, il controllo sui movimenti di capitale, e così via.

Tutte queste misure, accomunate dalla capacità di incidere direttamente sui meccanismi di generazione e prima allocazione dei redditi, riaffioreranno dal dimenticatoio in presenza di condizioni economiche e istituzionali ancora lontane a venire. Ciò che conta, per il momento, è che le si consideri componenti essenziali dell?identità della sinistra che vogliamo, tra i cui scopi fondamentali il governo politico dei processi di produzione e distribuzione dovrà risultare prioritario e trainante rispetto agli interventi compensativi effettuati ex-post.

Un primissimo passo, in tal senso, sarebbe quello di ridestare l?attenzione nei confronti degli obiettivi principali della Tobin tax. In questo modo, il movimento inizierebbe a confrontarsi con la sfida del controllo dei tassi d?interesse, magari al fine di riesumare la vecchia, affascinante prospettiva di una società senza rentiers. Inoltre, una maggiore attenzione verso l?obiettivo del contenimento dell?instabilità valutaria e finanziaria, consentirebbe di puntare l?indice sulla crepa più vistosa del capitalismo contemporaneo, quella che si manifesta nelle dinamiche speculative dei prezzi, e nel conseguente sviluppo bizzoso e cialtronesco degli investimenti. Del resto, tornare a sostenere che questo capitalismo non è semplicemente ingiusto, ma è soprattutto irrazionale, è proprio il cambio di passo che stiamo aspettando, la verifica fondamentale delle reali intenzioni del movimento.

Quel cambio sarebbe, insomma, il modo migliore per varcare la soglia del futuro, e per offrire una prospettiva credibile al popolo di Porto Alegre: la prospettiva di progettare sul serio l?altro mondo possibile che abbiamo finora soltanto evocato.

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