Recovery Plan? Ritorno al futuro

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Photo Credits: Fridays for Future Italia

di Akira Genovese (Fridays For Future)

A inizio marzo 2020, con la crisi sanitaria al suo primo acme, in molti sapevano una cosa: sarebbe stato necessario un piano di ripresa che non si vedeva in Europa da diversi decenni, fuori dal patto di stabilità, dai vincoli dell’austerity, che avrebbero rivelato la loro arbitrarietà. Allo stesso tempo sapevamo però che avrebbero cercato di far rientrare questa enorme manovra economica nell’alveo della teoria economica neoclassica, derubricando diverse misure a stato di eccezione, valide solo nel breve termine. Sapevamo insomma che chi ha le maggiori responsabilità avrebbe agito per “cambiare tutto affinché nulla cambi”.
La nostra prospettiva di futuro, che poi è una sintesi di prospettive (io/noi siamo moltitudini, ma sul serio) venne costruita sulla base dei due principi cardine di Fridays For Future: ascoltare la scienza (in maniera non acritica) e tendere verso la giustizia sociale, con un motto “due crisi, una soluzione” e un nome “ritorno al futuro”, via dal there is no alternative e invece dentro la pazza folla.

Da una primavera all’altra i meccanismi europei si sono messi in moto, la manovra ha un nome, Next Generation EU, e rappresenta un vero paradosso perché alla next generation non pensa, ancor meno la ascolta. I piani dovranno già essere presentati in aprile, nella loro versione semiseria e l’attuale crisi di governo fa diventare l’ultima bozza ancora più vincolante per il prossimo periodo.

Il bilancio europeo lo sappiamo, per dimensioni è magro rispetto al PIL comunitario, ma al netto di tutto sembrano esserci 20 mld aggiuntivi, in media, all’anno. Dato che i fondi sono distribuiti in maniera proporzionale al danno recato dalla pandemia, noi siamo i “favoriti”, cioè attenzionati. Come sa bene chi fa parte di Attac, sono richieste varie riforme, nell’ultima bozza la più nominata è quella del lavoro, con le parole “concorrenza” e “occupabilità”, non occupazione, come mantra ricorrenti. Il succedersi delle bozze ha visto diminuire sempre più il grado di dettaglio (e la famosa accountabilty, questa nostra sconosciuta?) già non molto entusiasmante.

Dopo aver provato a infilare qualche progetto palesemente a favore di Eni, ad esempio l’impianto per la cattura e lo stoccaggio di CO2 a Ravenna, poi prontamente eliminato, un po’ grazie alla campagna NO CCS, un po’ perché eccessivo anche per i commissari europei, siamo ancora ad un risultato deludente.

A fronte di una certa retorica del cambiamento e di un favoleggiato ritorno del pubblico, il modello sembra basarsi: a) sulla parentesi della sospensione del patto di stabilità, tanto che i piani devono avere già indicati i futuri obiettivi di diminuzione del debito, altrimenti la ristrutturazione te la fanno loro e sappiamo come va a finire; b) sulle privatizzazioni, anche se nella forma del partenariato pubblico privato, come la recente vicenda Invitalia – Ilva insegna e fa temere il peggio per altri casi. D’altronde nessuna sorpresa: essendo questo il modello posto al centro dell’ European Green Deal, niente di nuovo. L’idea di Conte di affidare la redazione dei piani ad alcune delle peggiori aziende italiane (ma hanno il know-how, le capabilities, il capitale umano, diranno loro) altro non è che la continuazione di un’ingerenza fortissima dei maggiori gruppi lobbistici del paese: Eni per le bioraffinerie e il progetto ravennate, le multiutilities per la gestione dei rifiuti, l’acqua, l’energia, Coldiretti che chiede di tornare ai livelli di produzione pre crisi (tramite allevamenti intensivi), Snam che chiama la via dell’idrogeno, tanto la maggior parte sarà comunque da fonti fossili e passerà per i loro gasdotti. E questo per citarne alcune.

L’unico esempio di pubblico accettabile è rappresentato dal superbonus 110, tramite credito d’imposta, ma anche qui occhio a palazzinari e vecchia filiera edilizia legata alle ecomafie.

Si parla molto nel Recovery Plan italiano di conversione, ma senza informazioni sulla filiera, sul sistema di produzione e distribuzione, con cenni alle FER, fonti di energia rinnovabile, ma che includono biogas e biocombustibili, massimo esempio di greenwashing, mentre la conversione si continua a fare dal carbone al gas, ancora fossile, e in tutto il paese. Dove sono finite le comunità energetiche, vero vettore di cambiamento del paese, l’energia come bene comune? Ma dobbiamo ricordarci che questo è il paese che ancora una volta ha rimandato la conversione dei SAD (sussidi ambientalmente dannosi), con l’ennesima legge di bilancio pavida, senza progettualità, e l’ennesima commissione parlamentare inutile.

Seppure nel piano siano menzionate priorità impellenti, poi non vengono analizzate: diminuzione generalizzata dei consumi, sostegno a giovani, donne, sud, diminuzione delle sperequazioni rimangono petizioni di principio.

Fra le nostre richieste e di molti movimenti c’era il necessario ritorno alla progressività, la riduzione delle ore di lavoro a parità di salario, l’istituzione di un salario minimo, il ritorno dello stato come occupatore di ultima istanza, il riconoscimento del lavoro di cura tramite un reddito, l’investimento in ricerca e istruzione, un principio di località applicato in maniera intelligente e flessibile, una conversione equa che garantisca un reddito e una formazione ai lavoratori e le lavoratrici, un sistema di carbon pricing che sia sul consumatore ma che ridistribuisca i proventi in base alla propria condizione di contribuente, una Tobin tax europea che vada a coprire i 100 mld promessi ai paesi in via di sviluppo dagli accordi di Parigi.

Queste sono per noi le basi (per approfondimenti ritornoalfuturo.org), per costruire le alternative ad un piano che, oltre a quanto sopra, non nomina mai la biodiversità, tira via pochi punti sulla tutela del territorio e sul settore agricolo.

I costi dell’inazione o dell’azione procrastinata saranno enormi in termini economici, sociali, ecologici. Il trascorrere degli anni senza il rispetto di quegli accordi, tra l’altro al ribasso, porteranno a un conflitto sociale ingovernabile e allora nessuno potrà più garantire soluzioni pacifiche.

Cui prodest?

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 45 di marzo-aprile 2021:  “Recovery PlanET: per la società della cura

 

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