Recovery Plan: la nuova Italia, le vecchie privatizzazioni

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di Paolo Carsetti (Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua)

La storia recente del nostro paese ci ha insegnato che i momenti di crisi vengono utilizzati per far passare le riforme più liberiste e sono un viatico “straordinario” tramite cui imprimere un’accelerazione ai processi di privatizzazione.

Non è da meno l’attuale “Recovery Plan” che, sfruttando la crisi derivante dall’emergenza sanitaria, punta a realizzare una vera e propria riforma nel settore idrico fondata sull’allargamento del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete (acqua, rifiuti, luce e gas).

A livello geografico il Meridione viene individuato come la “nuova frontiera” per l’espansione di questa tipologia di aziende che di norma vengono identificate come gestori “efficienti” ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari.

Tale “riforma”, di fatto, si sostanzia in una vera e propria strategia di rilancio dei processi di privatizzazione e l’effetto si risolverà quindi nell’ennesima esplicita violazione della volontà popolare espressa con i referendum del 2011.

Questa è l’analisi condivisa dal movimento per l’acqua contenuta in un documento “Le nostre proposte per il Recovery Plan” che parte da una forte critica all’impianto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) presentato dal Governo Conte per giungere a illustrare una serie di soluzioni alternative volte a modificare radicalmente il sistema di gestione dell’acqua uscendo finalmente dalla logica di mercato e profitto.

La recente attualità non fa che confermare i timori sul “Recovery Plan” italiano.

L’incarico a Mario Draghi punta a blindare e rafforzare l’impostazione privatizzatrice dell’azione di Governo. Anche laddove non riuscisse nell’impresa di raccogliere una maggioranza parlamentare, prima di cedere il passo alle elezioni, gli si attribuisce il compito “minimo” di portare a casa, “aggiornandolo”, il PNRR oltre ad alcuni provvedimenti “urgenti” in materia economica.

L’immediato gradimento espresso dai mercati all’annuncio del suo incarico sono un chiaro campanello di allarme rispetto al nuovo scenario che saremo costretti ad affrontare.

Mi sembra utile riportare in estrema sintesi le riflessioni condivise dal movimento per l’acqua, che ha intenzione di portare come contributo alla discussione pubblica e collettiva nonché all’attenzione del Parlamento quando il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà all’ordine del giorno del dibattito parlamentare da cui dovrà uscire a una versione definitiva da sottoporre all’attenzione della Commissione Europea entro il 30 Aprile.

In primis, va evidenziato come nel PNRR la cifra “reale” di investimenti aggiuntivi dedicati alla risorsa idrica e agli interventi per il riassetto idrogeologico pari a circa 4 mld. di € è del tutto insufficiente.

Pertanto, è indispensabile che si trovino altre risorse da aggiungere, oltre a differenti modalità di intervento, alla componente “Tutela del territorio e della risorsa idrica” pena l’assoluta inefficacia dell’iniziativa.

Occorre andare in tutt’altra direzione rispetto a quanto delineato nel PNRR dando attuazione alla volontà referendaria disattesa in tutti questi anni e riconoscendo il ruolo fondamentale di servizio pubblico per cui va finalmente prodotta la ripubblicizzazione del servizio idrico approvando quanto prima la legge presentata dal movimento per l’acqua la cui discussione è colpevolmente in stallo da oltre due anni in Commissione Ambiente della Camera. Gli oneri della ripubblicizzazione, stimati dal Forum Acqua in circa 2 miliardi di € una-tantum, vanno posti all’interno del “Recovery Plan”.

Diventa poi urgente mettere in campo un grande Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche anche alla luce del fatto che nel dicembre 2020, l’ISTAT ha evidenziato come le perdite della rete idrica nel 2018 assommavano al 42%. Questo dato conferma clamorosamente il fallimento delle scelte tutte orientate alla privatizzazione da almeno 20 anni in qua.

Altra questione rilevante riguarda la depurazione delle acque reflue su cui a oggi risulta che l’11% della popolazione italiana non è ancora raggiunto da questo servizio.

È in questa direzione che vanno indirizzati forti investimenti aggiuntivi incrementandoli significativamente e utilizzando direttamente gli utili dei soggetti gestori.

Il fabbisogno complessivo risulta di 2 mld di € l’anno per i prossimi 5 anni, per un totale di circa 10 mld che devono derivare da investimenti pubblici, provenienti anche dalle risorse del Recovery Fund, e da un contributo dei soggetti gestori tramite la messa a disposizione dei profitti realizzati, i quali potrebbero ammontare a circa 500 mln di € su base annua, ponendoli come investimenti su progetti predisposti dal Ministero dell’Ambiente, scartando, ovviamente, qualunque ricorso in proposito alla leva tariffaria. Infatti, sarebbe inaccettabile muoversi secondo la solita logica di “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.

Diviene necessario a questo scopo che la gestione delle risorse del PNRR sia messa in capo al Ministero dell’Ambiente il quale deve svolgere una funzione di promozione e selezione dei progetti da finanziare e ne subordini l’erogazione all’effettivo stanziamento da parte dei soggetti gestori dei profitti prodotti, oltre a esercitare un ruolo di controllo stringente sulle modalità di utilizzo.

In ultimo, dovrà essere posta in essere una disciplina efficace al fine di evitare che tali fondi possano essere in alcun modo caricati in tariffa.

Inoltre, è sempre più urgente adottare un principio basilare, quello della prevenzione, cioè dell’uso sostenibile del suolo per tutela la qualità dell’acqua.

Il nostro paese è terra di dissesto idrogeologico come ogni anno ci viene ricordato da sempre più ricorrenti frane, alluvioni e inondazioni in conseguenza di fenomeni meteorologici estremi intensificati dai cambiamenti climatici.

In questo campo occorre un intervento di ampio respiro e risorse adeguate pari a quelle indicate da ISPRA: “26 mld di € è una stima del fabbisogno teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, da attuarsi attraverso piani pluriennali di finanziamento”.

Dato che la messa in sicurezza del territorio è uno dei titoli previsti dal “Recovery Plan” diviene necessario che questa grande opera utile venga messa in condizioni di essere veramente attuata.

In conclusione si tratta di mettere in campo un intervento relativo alla “Tutela del territorio e della risorsa idrica”, che, nell’arco dei prossimi 5 anni costruisca investimenti pubblici, tramite il “Recovery Plan”, nella seguente misura:

  • 2 mld di € per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;
  • 7,5 mld. di € (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche e per i sistemi di fognatura e depurazione;
  • 26 mld. di € (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 45 di marzo-aprile 2021:  “Recovery PlanET: per la società della cura

 

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