Rapporto ISPRA 2021: continuiamo a farci del male

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Foto: la stazione ferroviaria di Porta Susa in costruzione nell’aprile del 2011 (Torino) foto di Ceragioli da wikimedia commons

di Rossella Marchini

Pubblicato l’11 Dicembre 2021 su DinamoPress

Dati dell’ultimo anno sul consumo di suolo indicano l’aumento costante del fenomeno, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown. Il territorio diventa così sempre più inadatto ad affrontare la crisi climatica che investe l’intero pianeta. Ogni anno il rapporto mette in allarme ma continua a essere ignorato. Fino a quando?

La diffusione urbana, la costruzione di infrastrutture, la copertura di suolo agricolo con serre o impianti fotovoltaici, la realizzazione di piste aeroportuali, aree estrattive, discariche è quanto chiamiamo consumo di suolo. La Commissione Europea ha chiarito che anche la densificazione urbana deve essere considerata consumo di suolo. Il progressivo spostamento di alcune funzioni urbane verso l’esterno ha lasciato aree vuote nella città, paesaggi frammentati che non sono in grado di garantire connettività ecologica e funzionalità naturale dei suoli.

I dati di quello che succede, come ogni anno, li abbiamo grazie al rapporto ISPRA  su consumo del suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici,  che fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del nostro territorio avvenuti nel 2021, con particolare attenzione alle funzioni naturali perdute o messe in grave pericolo.

Nell’ultimo anno il fenomeno del consumo di suolo, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, non si è arrestato, arrivando a coprire artificialmente altri 56,7 chilometri quadrati.

Più di 15 ettari al giorno, 2 metri quadri ogni secondo! Significa che aree agricole e naturali, quindi permeabili e produttive, sono stati sostituite da nuovi cantieri, edifici, infrastrutture e altre coperture artificiali.

Tutto questo rappresenta una tendenza molto rischiosa che ci allontana dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demografiche, imporrebbero un saldo negativo del consumo di suolo.

La “sostenibilità” dello sviluppo  a partire dal 2030 richiederebbe un aumento netto delle aree naturali di 318 chilometri quadrati , ovvero non basterebbe fermarsi ma si dovrebbe invertire la tendenza, riportando parte del territorio ad area naturale.

Nel rapporto si evidenzia come i cambiamenti più elevati si concentrino in Lombardia, in Veneto e nelle pianure del Nord, così come lungo le coste siciliane, della Puglia meridionale e di quasi tutta la costa adriatica. Ma come sempre il consumo maggiore è rilevato  nelle aree metropolitane di Roma, Milano, Napoli, Bari, Bologna.

La maggior densità dei cambiamenti è stata registrata quest’anno lungo la fascia costiera entro un chilometro dal mare, nelle aree di pianura, nelle città e nelle zone urbane e periurbane dei principali poli e dei comuni di cintura, in particolare dove i valori immobiliari sono più elevati e a scapito di suoli precedentemente agricoli e a vegetazione erbacea, anche in ambito urbano. La densificazione delle aree urbane causa la perdita di superfici naturali all’interno delle nostre città, superfici preziose per assicurare l’adattamento ai cambiamenti climatici in atto.

I numeri che indicano i movimenti demografici confermano che si assiste a una crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione o decrescita dei residenti.

Il suolo consumato pro capite aumenta in un anno di 1,92 metri quadri, passando da 357 a 359 metri quadri ad abitante. Erano 349 nel 2015.La copertura artificiale del suolo è arrivata al 7,11% rispetto alla media europea del 4,2%.

il consumo di suolo netto è cresciuto di più nel 2020 nella provincia di Roma con 271 ettari di nuovo suolo artificiale, seguita da Brescia (+214) e Vicenza (+172). Crescite significative si riscontrano anche nelle provincie di Verona, Torino, Bari, Padova, Sassari, Lecce, Bergamo, Novara, Foggia, Chieti, Catania, Treviso. Roma è in testa anche per quanto riguarda il suo territorio comunale, con  un incremento di superficie artificiale di 123 ettari.

Il consumo di suolo è più intenso nelle aree già urbanizzate. Nelle città a più alta densità, dove gli spazi aperti residui sono limitatissimi, si sono persi 28 metri quadrati per ogni ettaro di aree a verde nell’ultimo anno, con il risultato di far diventare sempre più calde le nostre città, con il fenomeno delle isole di calore e la differenza di temperatura estiva tra aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi.

Le aree perse in Italia dal 2012 avrebbero garantito la fornitura complessiva di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli e l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde e aggravano la pericolosità idraulica dei nostri territori.

La perdita dei servizi ecosistemici del suolo produce un danno economico che il rapporto ISPRA calcola in almeno 3 miliardi di euro ogni anno.

«Considerando i costi annuali medi dovuti alla perdita di servizi ecosistemici, sia per la componente legata ai flussi, sia per la componente legata allo stock, si può stimare, se fosse confermata la velocità media 2012-2020 anche nei prossimi 10 anni e quindi la crescita dei valori economici dei servizi ecosistemici persi, un costo cumulato complessivo, tra il 2012 e il 2030, compreso tra 81,5 e 99,5 miliardi di Euro, praticamente la metà dell’intero Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)».

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