Primo rapporto sul debito di Roma Capitale

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DECIDE ROMA. DECIDE LA CITTA’

GRUPPO AUDIT SUL DEBITO DI ROMA CAPITALE

 

1. Premessa

La questione del debito è ormai divenuta prioritaria per ogni iniziativa che voglia mettere al centro un altro modello di città.

Da diversi anni il debito è agitato, su scala internazionale, nazionale e locale, come emergenza allo scopo di far accettare come inevitabili le politiche liberiste di alienazione del patrimonio pubblico, mercificazione dei beni comuni, privatizzazione dei servizi pubblici, sottrazione di democrazia.

Di fatto, e in linea con quanto affermato dal teorico liberista Milton Friedman, il debito rappresenta lo shock che serve “a far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile”.  

E’ questa la ragione fondamentale, per la quale la questione del debito deve divenire tema centrale di ogni vertenza portata avanti dai movimenti che si oppongono alle politiche liberiste e che propongono un altro modello di città.

Il Gruppo Audit sul debito di Roma Capitale, costituitosi a questo scopo, si pone l’obiettivo di avviare un’indagine autonoma, pubblica e indipendente sul debito, sia per contrastarne l’approccio ideologico, sia per verificarne la legittimità nella concretezza dei dati reali.

La consapevolezza che ci anima è relativa al fatto che riteniamo la città, e le donne e gli uomini che la abitano, da troppo tempo in credito di diritti individuali e sociali, di beni e di servizi, per poter accettare ulteriori spoliazioni basate sulla presunta oggettività di vincoli monetari e finanziari, che perseguono unicamente la riproduzione del sistema dominante.

Questo documento rappresenta una prima presa di parola ed una prima raccolta di riflessioni che vogliamo socializzare, affinché il tema della riappropriazione di ciò che a tutti appartiene parta dalla conoscenza di quanta ricchezza sociale la città produca, come in questi anni sia stata utilizzata e come potersene riappropriare per costruire un altro modello di città.

2. Le norme che hanno messo in difficoltà gli enti locali

Gran parte delle difficoltà finanziarie dei Comuni nasce da una serie di normative che hanno imposto vincoli sempre più drastici ai bilanci degli enti locali. Questo, nonostante il contributo dei Comuni all’indebitamento pubblico nazionale non superi il 2,1% dell’intera cifra.

La misura più significativa è stato il patto di stabilità interno, introdotto nel 1999, che persegue il raggiungimento di uno specifico obiettivo di saldo finanziario, con monitoraggio e certificazione dei risultati conseguiti e l’applicazione di sanzioni in caso di mancato raggiungimento degli stessi.

Di fatto, l’applicazione del patto di stabilità interno ha comportato nel tempo effetti pesanti sulla stessa funzione pubblica e sociale dei Comuni.

In un primo periodo (1999-2005) il patto di stabilità interno ha avuto come obiettivo primario la riduzione della spesa per il personale: si è così passati dall’automatica sostituzione di ogni lavoratore che andava in pensione all’ingresso di un nuovo lavoratore ogni due che terminavano il servizio, per poi passare alla sostituzione con un rapporto di 1 a 5, fino al blocco del turn over.

Secondo i dati Istat, dal 2001 al 2011, i lavoratori pubblici sono passati da 3.209.125 a 2.840.845; la contrazione maggiore si è avuta negli enti locali, dove gli addetti sono passati da 478.805 a 428.218, con una riduzione del 10,6%.

In una seconda fase (2006-2010) l’obiettivo del patto di stabilità interno si è allargato verso la drastica riduzione delle possibilità di investimento da parte degli enti locali. Uno studio di IFEL (Fondazione dell’ANCI) sulla situazione finanziaria dei Comuni, dimostra come, nel triennio 2008-2010, il saldo finanziario medio nazionale dei Comuni sia stato di 26,5 euro procapite, realizzato attraverso la concomitante riduzione delle entrate (-12,5 euro procapite) e delle spese complessive

(-39 euro procapite). Quest’ultimo risultato, peraltro, deriva una crescita delle spese correnti (+39 euro) e da una riduzione delle spese in conto capitale (-78 euro).

Detto in altri termini, in quel triennio i Comuni hanno sostanzialmente bloccato gli investimenti e ritardato i pagamenti degli stessi.

Infine,nell’ultimo quinquennio, i vincoli del patto di stabilità interno si sono estesi all’andamento della spesa corrente, attraverso la costruzione di dettagliati parametri e coefficienti da applicare di anno in anno.

Dopo 17 anni di vigenza, dal primo gennaio 2016, il patto di stabilità interno è stato sostituito con il nuovo vincolo del pareggio di bilancio.

La novità è contenuta nell’art.1, commi 707 – 729, della legge di Stabilità 2016 ed applica la legge n. 243/2012 sul pareggio di bilancio costituzionale.

Il nuovo pareggio di bilancio si applica a tutti i Comuni (compresi i quasi 2mila con meno di mille abitanti, finora esclusi dal patto di stabilità), alle Province e Città metropolitane e alle Regioni.

Sono assoggettati al pareggio anche i Comuni istituiti a seguito di fusione dopo il 2011; mentre sono escluse le Unioni.

I Comuni si considerano in equilibrio quando, sia nella fase di previsione che di rendiconto, registrano:

a) un saldo non negativo, in termini di competenza e di cassa, tra le entrate finali e le spese finali;

b) un saldo non negativo, in termini di competenza e di cassa, tra le entrate correnti e le spese correnti, incluse le quote di capitale delle rate di ammortamento dei prestiti (la quota in conto interessi è già inclusa nell’ambito delle spese correnti). Tale formula implica che le entrate correnti debbano assicurare risorse sufficienti per rimborsare i prestiti assunti.

3. Il debito di Roma Capitale

 

Alla fine del 2014 il debito pubblico di Roma Capitale ammontava complessivamente a 8,6 miliardi di euro. Una parte (7,4 Mld, di cui 6 Mld con le banche, al netto dei crediti) gestita dal Commissario straordinario, ed una parte (1,2 Mld) direttamente in carico alla amministrazione comunale.

Si tratta di un debito pari a 3.000 euro pro-capite (2.500 pro-capite per il solo debito finanziario), in linea con l’indebitamento dei maggiori comuni. Ad esempio il debito finanziario del comune di Milano ammonta a 3.300 euro pro-capite.

La cifra che diamo qui è nettamente inferiore a quella –13.6 Mld– di cui parlano i giornali.

Infatti, i giornali non tengono conto che, a fronte dei debiti, ci sono anche dei crediti (1,8 Mld) e, soprattutto, aggiungono gli interessi ai tassi attuali (4,7 Mld da oggi al 2048), che noi non consideriamo debiti.

Noi pensiamo che anche alzare artificialmente la percezione della reale entità del debito faccia parte dello “shock” necessario per imporre le politiche di privatizzazione e di svendita del patrimonio pubblico.

A questo va aggiunto un dato singolare, ricavabile dall’audizione alla Camera dei Deputati del Commissario straordinario (5 aprile 2016), secondo la quale per il 43% delle posizioni debitorie e per il 77% delle posizioni creditorie presenti nel sistema informatico del Comune di Roma non sono individuati i soggetti creditori e debitori.

Si tratta, nel caso dei debiti, di 5.100 posizioni per un importo di quasi 2 miliardi di euro e, nel caso dei crediti, di 7.398 posizioni per un importo di 541 milioni di euro.

3.1. La gestione commissariale del debito pregresso

Nel 2008, appena eletto sindaco Alemanno, la gestione di tutti i debiti, e di tutti i crediti che il Comune aveva, alla data del 28 aprile, sono stati “scorporati” dal bilancio comunale ed affidati alla gestione di un “Commissario straordinario per la gestione del debito di Roma Capitale”, che, per il primo periodo, è stato lo stesso sindaco, successivamente il prefetto Massimo Verrazzani, sostituito infine dall’ex assessore al bilancio della giunta Marino, Silvia Scozzese, tuttora in carica.

I debiti passati alla gestione del Commissario, accertati nel 2008 e aggiornati nel 2010, erano (sempre al netto dei crediti) in totale 10 Mld, dei quali 3 Mld verso privati e pubbliche amministrazioni e 7 Mld verso le banche e Cassa Depositi e Prestiti.

3.2. Gli alti interessi sul debito

Per il pagamento dei debiti pregressi è stato stanziato un versamento annuale di 500 milioni di euro, dei quali 300 Ml versati dallo Stato e 200 Ml dal Comune di Roma.

Il versamento del Comune di Roma è stato coperto con l’istituzione dell’addizionale di 1 euro per ogni biglietto aereo dagli aeroporti romani (gettito pari a 20 Ml/anno) e con l’aumento del 0,4% dell’addizionale Irpef (gettito pari a 180 Ml/anno).

Complessivamente, nel periodo 2008/2014, sono stati già pagati 2 Mld di interessi sul debito

commissariale, ad un tasso medio superiore al 5% annuo, molto al di sopra del costo del denaro presso la Bce (0,9%, in quel periodo) e del tasso interbancario (1,2%).

La differenza tra il costo che le banche sopportano per rifornirsi di denaro dalla Banca Centrale Europea e gli interessi pagati dal Comune di Roma ammonta, nel periodo considerato, ad un totale di circa 1,7 Mld.

Nel 2048, al termine della scadenza dei debiti, il Comune avrà pagato alle banche 7 Mld di interessi su 7,1 Mld di prestiti.

Come se questo non bastasse, invece di ristrutturare il debito -come era possibile- rendendo le rate di ammortamento annuali compatibili con i fondi a disposizione, si è deciso di contrarre ulteriori prestiti per pagare i prestiti, sommando interessi ad interessi. Questa operazione, chiamata “attualizzazione” del debito, comporta alla collettività ulteriori 2 Mld di interessi.

Il risultato è l’erosione profonda dei fondi disponibili, tanto che il Commissario strordinario al debito ha recentemente dichiarato (audizione alla Camera, 5 aprile 2016) che, a partire dal 2022, non ci sarà più liquidità.

Lo stesso Commissario ha calcolato che, se si dovesse continuare a pagare gli stessi tassi di interesse attualmente in vigore fino alla scadenza dei mutui (2048), il totale della spesa per interessi che avremo pagato alle banche ammonterà a 9 Mld.

3.3. Il debito diretto

Lo scorporo del debito pregresso ha alleggerito il bilancio del Comune, che, in questo modo, ha potuto “ricominciare da zero”, permettendo all’allora Sindaco Alemanno di governare; non senza un ulteriore regalo, dovuto all’inserimento nel debito pregresso di tutte le uscite del Comune dal 1 gennaio al 28 aprile 2008, lasciando le entrate dello stesso periodo nel bilancio ordinario e quindi nella piena disponibilità della sua amministrazione.

Dal 2008 ad oggi, Roma Capitale ha contratto ulteriori prestiti bancari per 1,2 Mld di euro, che corrisponde al debito attuale sul bilancio ordinario del Comune, con un peso degli interessi pari a 30 milioni l’anno. Anche in questo caso, gli interessi (2,6%) sono maggiori del costo medio del denaro (0,5%).

Il debito diretto formatosi nel periodo 2008/2014 è dovuto in parte a deficit di bilancio (in alcuni anni) e in parte a spese per investimenti. Mentre i primi costituiscono un problema (il deficit di parte corrente rende in ogni caso il debito insostenibile), le seconde sono addirittura basse.

Il comune di Roma ha infatti drasticamente ridotto dal 2008 gli investimenti in infrastrutture pubbliche, ben al di sotto dei limiti posti dal patto di stabilità, con la conseguenza di aggravare il deficit di servizi.

3.4. I derivati

Il Comune di Roma ha stipulato diversi contratti derivati, in particolare nel periodo 2002-2007. Essendo strumenti con totale assenza di regolamentazione e trasparenza, è difficile una valutazione completa del loro impatto sui bilanci del Comune.

Pur essendo strumenti finanziari attivati per premunirsi dal rischio della variazione dei tassi di interesse dei prestiti contratti, in realtà i contratti derivati sembrano essere stati sottoscritti all’unico scopo di disporre di liquidità nell’immediato, rinviando le eventuali perdite nel tempo.

Dalle informazioni disponibili, i contratti derivati sottoscritti dal Comune sono 9. Di questi, il Commissario straordinario ha deciso di chiuderne 7 tra il 2011 e il 2012, pagando alle banche 24 milioni di euro. Di conseguenza, il Comune continua a pagare gli interessi e le rate per rimborsare i mutui per cui questi contratti erano stati sottoscritti e, nel frattempo, ha regalato 24 Ml agli istituti finanziari (JP Morgan, UBS ltd, Dexia Group, Barclays, fra gli altri).

E, naturalmente, la storia non è finita, perché rimangono in capo al Comune altri 2 contratti derivati, il cui valore di mercato è attualmente negativo per più di 32 milioni di euro.

4. Come si è formato il debito

 

Nel 1994, primo anno di cui siamo riusciti ad avere i dati, il debito finanziario del Comune di Roma ammontava a 3,3 Mld. Una dimensione assolutamente sostenibile ed in linea con l’indebitamento medio degli enti locali, sia in termini pro-capite, sia in relazione alla ricchezza complessiva della città, sia come incidenza sul bilancio comunale.

Tra in ’94 e il ’98 il debito è quasi raddoppiato, arrivando a 6,2 Mld, per poi crescere più lentamente sino a 8,4 Mld nel 2008. In termini pro-capite dal 1998 al 2008 cresce (a valori attuali) da 3.200 ai 3.600 euro, ed è sempre inferiore a quello della città di Milano.

L’accumularsi del debito nel corso degli anni è dovuto a numerose cause.

Il primo fattore lo abbiamo già ampiamente visto ed è legato agli alti interessi da corrispondere sui mutui contratti. Nel periodo 1994-2008 gli interessi pagati dal comune di Roma sono sempre stati stabilmente superiori agli interessi medi pagati sul debito pubblico.

Di seguito, proponiamo altri fattori di incidenza, con una sottolineatura importante: in nessun modo l’accumularsi del debito può essere fatto risalire ad un eccesso di spesa per i servizi, che, al contrario, è stata stabilmente sottodimensionata rispetto alle necessità, come facilmente intuibile guardando alla quantità e qualità dei servizi attualmente offerti.

4.1. La città dispersa e abusiva

 

La città è un organismo complesso, per farla vivere richiede un investimento ingente di energie.

Grazie ad una politica urbanistica, per diversi decenni, orientata a servire gli interessi della speculazione immobiliare, la città di Roma ha perso progressivamente la compattezza spaziale e funzionale che le derivava dall’impianto storico ed ha ormai assunto una fisionomia frammentata e dispersa in cui il confine tra città e campagna è scomparso.

L’attuale configurazione ha ridotto la sostenibilità dell’organismo urbano e abitativo, dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

I costi per l’ infrastrutturazione delle reti (fognarie, energetiche, idriche, viarie) e dei servizi (di smaltimento, di trasporto, pubblici, ecc.) sono cresciuti e divenuti insostenibili, mentre le carenze delle infrastrutture sono evidenti.

Per fare un veloce paragone con città come Milano e Parigi, Roma ha un territorio comunale enorme -di cui quasi la metà è urbanizzato in maniera diffusa- tanto che, rispetto alle altre due, ha una densità decisamente più bassa. Nonostante questi elementi, Roma, in quanto a trasporto pubblico, ha poco più della metà della rete di Milano e meno di una quarto di quella di Parigi.

Accanto alla città dispersa occorre tener conto della città abusiva. Ad oggi si stima che “14.000 ettari, pari al 40% del territorio urbanizzato dove risiede circa il 25% della popolazione, sia abusivo a fronte dei 22.000 ettari di costruzioni pianificate” (Fonte: Comune di Roma 2010).

L’edilizia abusiva è quella che ha costruito la città, senza avere nessuna qualità urbana.

Il risanamento reale di tanta parte di città avrà dei costi molto elevati, oltre quelli che già si sono dovuti affrontare. Eppure, dopo trent’anni dalla prima legge, ancora ci sono moltissime domande di sanatoria che attendono una risposta. Le pratiche ancora inevase presso l’Ufficio condono del comune di Roma, secondo il Centro Studi Sogeca, ammontano a circa 213.000, il 37% delle 599.000 presentate.

Il Comune non ha quindi incassato, per oneri concessori in sanatoria, oblazioni, diritti di istruttoria e segreteria, sanzioni da danno ambientale, una cifra che si calcola pari a 800 milioni di euro, cifra a cui si deve aggiungere il mancato introito per ICI, TARI etc. (nel 2014, sulle 11.000 pratiche portate a termine. il comune di Roma ha incassato 19 milioni di euro).

La metropoli condonata diventa dunque soggetta alla fiscalità, ma non basta questo a farla diventare “città”. Il recupero di questa enorme periferia, la sua riqualificazione, il suo assumere un dignitoso ruolo urbano, non è avvenuto. Non basta una sanatoria. E senza questa trasformazione della città diffusa in organismo urbano non potrà esserci la città che riconosca il diritto all’abitare di tutti i suoi cittadini.

4.2. Il peso degli espropri per pubblica utilità

 

Un peso considerevole nella composizione del debito è dato dal costo presunto delle indennità di espropriazione per pubblica utilità, da pagare nei confronti dei proprietari delle aree espropriate.

La storia dei contenziosi per le indennità di espropriazione va molto indietro negli anni ed è legata al fatto che i costruttori, grazie ad una inadeguata legislazione nazionale, hanno sistematicamente fatto ricorso a fronte di ogni espropriazione, pretendendo il pagamento di cifre non commisurate al valore agricolo o al valore determinato dal Comune, bensì al pieno valore di mercato del terreno in questione, come se l’edificabilità fosse una qualità inerente ai terreni ed andasse valorizzata a prescindere.

Gli espropri sono stati effettuati negli anni per la realizzazione di opere pubbliche (strade), aree verdi (ad es. la tenuta di Tor Marancia), piani di edilizia economica e popolare (ad es. Tor Bella Monaca) , eventi (Olimpiadi 1960) etc.

L’insieme dei costi dei contenziosi non rappresenta un vero e proprio debito, ma la quantificazione di una previsione avversa su come si potrebbero concludere gli oltre 2000 ricorsi giudiziari su questa materia.

In realtà, si tratta di un trascinamento giuridico-burocratico che andrebbe interrotto con una forte iniziativa politica del Comune finalizzata ad una soluzione legislativa capace di allineare l’Italia agli altri paesi europei, dove l’intero ammontare della rivalutazione urbanistica dei terreni è attribuita alla collettività e non alla rendita proprietaria.

4.3. L’insufficienza delle entrate

 

Da molto tempo il Comune di Roma è sottofinanziato e una parte del debito deriva da questo fattore: se il Comune ha strutturalmente entrate insufficienti a coprire le spese per i servizi è inevitabile che produca o debiti o deficit di servizi.

Negli ultimi 15 anni, ad esempio, le entrate pro-capite del Comune di Roma sono state stabilmente più basse del 15% di quelle del comune di Milano, nonostante la diversa organizzazione fisica della città renda Roma una città strutturalmente più costosa (vedi paragrafo “La città dispersa”).

Una delle cause dell’insufficienza delle entrate comunali è l’alta evasione fiscale e l’esenzione dalle imposte sul patrimonio immobiliare (ICI, IMU, Tasi) del Vaticano e dell’invenduto.

Non è facile valutare l’entità delle entrate a cui la città di Roma deve rinunciare in seguito alla esenzione dal pagamento dell’IMU al Vaticano, ma si tratta certamente di una somma importante.

A Roma vi sono almeno 23.000 tra terreni e fabbricati di proprietà della Chiesa: se il loro imponibile medio fosse lo stesso che nel resto della città, arriveremmo alla cifra annuale di 200 milioni di euro.

Abbiamo detto in premessa al presente capitolo come il debito non sia dovuto alle elevate spese per servizi. Infatti, il Comune di Roma negli ultimi 18 anni ha realizzato una spesa corrente media pari a 1.200 euro/abitante contro i 1.400 di Milano (1.600 euro contro 1.900 negli ultimi 5 anni).

In alcuni settori questo è particolarmente evidente: nel trasporto pubblico locale, la spesa media di Roma negli ultimi 5 anni è stata di 260 euro/residente contro le 580 di Milano, mentre nel settore mense e servizi scolastici il rapporto è stato di 28 euro/residente contro 49.

 

4.4. Gli sprechi nelle opere pubbliche

Uno dei nodi fondamentali delle difficoltà finanziarie del Comune di Roma risiede della logica ormai diffusa di pensare al territorio unicamente come contenitore di flussi finanziari e come luogo di valorizzazione finanziaria, attraverso la politica delle grandi opere e dei grandi eventi.

Riportiamo di seguito solo alcuni esempi paradigmatici, evidenziati dalla Relazione Annuale 2014 della “Commissione speciale per la riforma e la razionalizzazione della spesa dell’amministrazione capitolina” di Roma Capitale:

a) Metro C : i costi complessivi dell’opera sono passati da 2,5 a 5 Mld. Gli elementi sostanziali di quest’opera riguardano la lievitazione dei costi (oltre 45 varianti al progetto), il mancato rispetto della tempistica e l’impossibilità di realizzare l’opera originariamente approvata. Lo spreco stimato supera 1 miliardo;

b) Città dello Sport: i costi sono lievitati dai 120 Ml del preventivo aggiudicato (2005) a 240 Ml (2008), 608 Ml (2009), 660 Ml (2011), mentre i lavori si sono fermati nel 2012 e le strutture stanno deperendo. Lo spreco stimato è pari a 500 milioni;

c) Centro congressi Nuvola di Fuksas: raddoppio dei costi iniziali, varianti in corso d’opera, ritardi su tempi di consegna, con sprechi stimati pari a 200 milioni.

5. Le aziende partecipate ATAC e AMA

Nel considerare il debito del comune di Roma non si può prescindere da quello delle sue due aziende “in house” principali: ATAC, che gestisce il trasporto pubblico, e AMA, che si occupa di rifiuti e di decoro urbano.

Il debito iscritto nei bilanci del 2014 è pari a 1,5 Mld (ATAC ) e a 1,2 Mld (AMA).

A questo fanno fronte crediti pari a circa 1 Mld (ATAC) e di 775 milioni (AMA), molti dei quali di difficile esigibilità e dichiarati a rischio negli stessi bilanci aziendali.

Un debito notevole, pari a quello della gestione ordinaria del Comune.

Poiché l’obiettivo di questo primo rapporto è quello di valutare il debito del Comune di Roma, occorre innanzitutto scorporare la parte di debiti e crediti che intercorre tra il Comune e le due aziende partecipate.

Tenendo conto di possibili non coincidenze nella documentazione prodotta dai diversi enti, possiamo comunque dire che, al netto dei debiti e crediti nei confronti del Comune, il saldo patrimoniale di ATAC è pari a circa 1 Mld di debito e 560 milioni di crediti, mentre quello di AMA è pari a circa 800 Mln di debito e 200 Mln di crediti.

Volendo, tuttavia, fare una valutazione generale del contributo delle municipalizzate all’accumularsi del debito del Comune, occorre tener conto anche delle perdite e delle ricapitalizzazioni che si sono succedute negli anni.

Nel caso di ATAC, dal 2008 a oggi si sono registrate perdite di esercizio pari a circa 1,2 Mld..(estesi a 2 Mld se partiamo dal 2002). Questa situazione ha costretto alla ricapitalizzazione da parte del socio azionista (il Comune) per ben due volte, nel 2011 e nel 2015: nel primo caso attraverso la cessione di una serie di beni immobili da “valorizzare”, stimati per 400 mln di euro; nel secondo, attraverso il trasferimento di 180 Mln di euro, dei quali 40 milioni liquidi ed il restante sempre in beni immobili.

La situazione è differente per quanto riguarda AMA, che, grazie alla normativa nazionale in materia di rifiuti, gode di un sistema tariffario che garantisce automaticamente la copertura dei costi da sostenere. Per questo l’azienda, dopo le perdite accumulate fino al 2008, ha continuato a registrare utili d’esercizio. A prezzo però di un incremento medio annuo delle tariffe di circa il 10%. Nonostante questo, nel 2007 e nel 2008 l’azienda ha registrato perdite per quasi 300 milioni di euro a causa dei crediti accumulati verso i clienti, giudicati di difficile esigibilità e quindi svalutati, e dovette quindi essere ricapitalizzata: il Comune di Roma rinunciò a 60 Mln di euro di crediti vantati nei confronti della propria controllata, mentre l’azienda operò una rivalutazione immobiliare che permise di iscrivere un valore di oltre 200 Mln di euro nel suo capitale netto.

Queste vicende dimostrano come si sia provato a ricorrere al mercato immobiliare per rimediare alle difficoltà delle aziende, intrecciando il destino delle ultime a quello del primo, proprio nel momento in cui questo registrava una forte crisi. Arrivando di conseguenza a porre il vero rimedio solo con l’aumento delle tariffe sui rifiuti, nel caso di AMA, o del costo del biglietto del trasporto pubblico locale, nel caso di ATAC (i cui ricavi coprono oggi il 31% del costo del servizio, a fronte del 26% nel 2010).

La storia di queste aziende, e del loro debito, è stata anche costellata da scandali giudiziari.

A partire della vicenda cosiddetta “Parentopoli”, che ha coinvolto la giunta di Alemanno, con assunzioni a chiamata diretta di amici, parenti e “camerati” tra quadri e amministrativi di AMA e ATAC. La vicenda ha, tra l’altro, portato alla condanna in primo grado a 5 anni all’ex Ad di Ama Franco Panzironi e al pagamento di 50 milioni di euro di risarcimenti a carico di alcuni ex-dirigenti di Atac.

Su quest’ultima, ha anche gravato il caso dei “biglietti clonati”, il cui ricavato andava a finire nelle tasche delle organizzazioni politiche capitoline, e che ha pesato, in termini di mancati introiti, per una cifra intorno ai 70 Mln..

Per quanto riguarda invece la gestione dei rifiuti, non si può non menzionare il sistema costruito da Manlio Cerroni, patron della discarica di Malagrotta, ora accusato di associazione a delinquere, che ha portato ad una totale dipendenza verso i suoi impianti, e relativi affari, della gestione dei rifiuti romani,con un esborso per anni di 80 euro per tonnellata trattata; denaro pubblico che avrebbe potuto essere utilizzato da tempo per rendere il sistema più virtuoso.

Sempre AMA è stata al centro anche di “Mafia Capitale”, in quanto azienda direttamente implicata negli affari del clan Buzzi e Carminati, la cui cooperativa “29 giugno” si era assicurata una bella fetta di appalti nella raccolta rifiuti.

Una serie di scandali, che seppur addebitabili a precisi gruppi di interesse -i profitti dei privati, la corruzione dei politici, le responsabilità di manager dagli altisonanti stipendi- viene utilizzata per colpire il lavoro pubblico in genere, mettendo nel medesimo calderone dell’indignazione servita a mezzo stampa anche lavoratori con stipendi medi di 1300 euro al mese, costretti a pesanti condizioni di lavoro: per quanto riguarda ATAC, il servizio è ormai tenuto in piedi solo con il ricorso costante agli straordinari, mentre una flotta di mezzi fra le più vecchie d’ Europa costringe i lavoratori a guidare mezzi insicuri, rumorosi e fatiscenti; sul versante AMA, l’avvio della raccolta differenziata porta a porta senza nuove assunzioni obbliga a carichi di lavoro sempre più pesanti.

Dallo smembramento del pubblico nasce la giustificazione del privato, che ha già una presenza pervasiva in entrambe le aziende: nel caso di ATAC, con Roma TPL e relativi subappalti, che copre il 20% del servizio di superficie (autobus); nel caso di AMA, con le numerose cooperative a cui è subappaltata parte della raccolta. Con risultati che non hanno portato ad alcun miglioramento apprezzabile del servizio ma sicuramente a un netto peggioramento delle condizioni di lavoro: stesse identiche mansioni e responsabilità per stipendi più miseri, minore sicurezza, turni più pesanti. E con gestori che poi si rivelano criminali, come nel caso della cooperativa “29 Giugno”, o tremendamente dispotici, come nel caso della Roma Tpl, sempre in ritardo nel pagamenti degli stipendi, in cui spesso mancano numerose voci.

 

6. Prime conclusioni e proposte

Uscire dall’emergenza del debito e avviare l’audit pubblico e indipendente

Come abbiamo visto da questo primo rapporto, il consistente debito del Comune di Roma è gestito da anni in termini emergenziali, sia attraverso il commissariamento formale del debito pregresso al 2008, sia attraverso una comunicazione pubblica tesa a mantenere una percezione drammatica, e sostanzialmente irresolvibile, dello stesso.

Per quanto riguarda la gestione commissariale, così il Commissario straordinario descrive la propria attività: “ (..) L’attuale prassi amministrativa della Gestione Commissariale comporta che la liquidazione delle partite inserite nella massa passiva, propedeutica al pagamento delle stesse da parte del Commissario, sia effettuata dagli uffici di Roma Capitale; analogamente, anche le richieste di integrazione della massa passiva passano oggi per gli uffici capitolini, dai quali vengono inoltrate.” (audizione alla Camera del 5 aprile 2016).

In base a queste dichiarazioni, non si comprende -se non facendo ricorso all’utilizzo ideologico del commissariamento- la necessità di una struttura commissariale, e relativi costi, per l’espletamento di un’attività interamente predisposta dall’amministrazione ordinaria.

A questo va aggiunta una comunicazione pubblica dell’ammontare del debito, che viene artificialmente gonfiato, inserendo nello stesso l’insieme degli interessi sul debito calcolati fino alla scadenza dei prestiti contratti (2048) e depurandola dei crediti vantati dal Comune.

Fa parte di questa costruzione artificiale della drammaticità del debito, l’incredibile mantenimento, di quasi 2 miliardi di euro derivanti da debiti per cui non sono individuabili i creditori e di 541 milioni di euro derivanti da crediti per cui non sono individuabili i debitori. Cifre che danno, da una parte, l’idea di una gestione quantomeno allegra del bilancio comunale, dall’altra non tengono conto della normativa che regola tali casi.

Come ha scritto, in data 6 maggio 2016, l’Ufficio Legislativo della Camera dei Deputati, rispondendo a nostra precisa richiesta in tal senso. “ (..) Ad un primo esame non risulta peraltro evidente come possa esserci un debito iscritto nella massa passiva senza che sia contestualmente presente il giustificativo del credito ( fattura od altro), per cui il creditore dovrebbe teoricamente essere sempre noto. (..) Se non fosse conosciuto il creditore, la prestazione dell’amministrazione non potrebbe essere effettuata, con applicazione dell’art. 1256 del codice civile (“L’obbligazione si estingue quando per una causa non imputabile al debitore la prestazione diventa impossibile”) e l’obbligazione si estinguerebbe.”.

Poiché la dimensione emergenziale, gestionale e comunicativa, del debito del Comune di Roma è funzionale all’applicazione delle politiche di spoliazione sociale (tagli alla spesa pubblica, privatizzazione dei servizi pubblici locali, vendita del patrimonio pubblico) una prima rivendicazione da mettere in campo è quella dell’immediata uscita dall’emergenza del debito, chiedendo la fine della gestione commissariale e l’avvio di un audit pubblico e indipendente sul debito reale, che parta dall’eliminazione dallo stesso della parte di debito già ora estinguibile per legge.

Ristrutturazione del debito

Come abbiamo visto dal rapporto, la gestione del debito, così come avvenuta finora, comporta il soffocamento della città e dei diritti di coloro che la abitano dentro un mare di interessi che si auto-alimentano in una spirale senza fine.

Sappiamo che l’attuale Commissario straordinario non ha intenzione di procedere ad una nuova operazione di “attualizzazione” dei contributi previsti per il pagamento del debito (vedi paragrafo “Gli alti interessi sul debito”), e, producendo questa operazione un ulteriore aggravio di 2,6 Mld di interessi, non possiamo che essere d’accordo.

Tuttavia, è l’insieme del debito che deve essere sottoposto ad una ristrutturazione che lo riduca (eliminanadone tutte le poste “illegittime” ed “odiose”) e ne renda la restante parte sostenibile.

Da questo punto di vista, poiché la gran parte dei mutui attivi è stata contratta con Cassa Depositi e Prestiti (1.491 mutui su 1.686), occorre l’avvio di una ricontrattazione politica ed economica degli stessi, chiamando in causa il Governo, sia in quanto diretto interessato (l’81,4% del capitale sociale di Cdp è del Ministero dell’Economia), sia sulla necessità di un provvedimento legislativo che modifichi, attraverso il ripristino dei tassi agevolati, le modalità di sostegno di Cassa Depositi e Prestiti verso gli enti locali.

Un altro passo, già realizzato con successo da altri comuni italiani, è quello della contestazione dei due contratti derivati ancora attivi, evitando di accumulare, grazie a queste operazioni di speculazione finanziaria, ulteriori passività per 32 milioni di euro (ad oggi).

Infine, ma non per importanza, occorre metter mano -anche rivendicando un provvedimento legislativo- alla questione degli oltre 2000 contenziosi legati ai ricorsi per gli espropri per pubblica utilità, che gravano -potenzialmente- sul debito per una cifra pari a 1 miliardo. Si tratta -sic et simpliciter- di debito odioso, che costringe la collettività a finanziare la rendita fondiaria.

Aumento delle entrate

Abbiamo visto nel rapporto lo strutturale sotto-finanziamento del bilancio del Comune di Roma. E’ questo un dato che, oltre a mettere a rischio la stabilità finanziaria, impedisce l’avvio di investimenti, relegando definitivamente il ruolo degli amministratori pubblici a quello di ingegneri contabili da una parte e di facilitatori della consegna dei beni comuni e dei servizi ai privati dall’altra.

Alcune misure vanno decisamente intraprese: dalla lotta all’evasione alla fine dell’esenzione dalle imposte per le proprietà invendute e per le proprietà immobiliari del Vaticano, fino alla definizione di una tassa patrimoniale che liberi risorse per la collettività e renda nuovamente più progressivo il prelievo fiscale sui cittadini.

Incomprimibilità della spesa per i servizi

Da ultimo, ma non per importanza, sembra necessario dover ribadire un principio: poiché, come si è dimostrato nel rapporto, il debito non nasce dall’eccesso di spesa sui servizi, ma, al contrario, è utilizzato come alibi per ridurre le risorse a disposizione della stessa, occorre rivendicare come, qualsiasi sia il debito e qualsiasi politica un’amministrazione comunale voglia mettere in campo per affrontarlo, l’incomprimibilità della spesa necessaria a garantire servizi adeguati e di qualità per tutti non può mai essere messa in discussione o considerata variabile dipendente. Come ricorda l’art. 103 della Carta dell’Onu, l’obbligo di elevare i livelli di vita e lo sviluppo sociale delle popolazioni è superiore ad ogni altro obbligo contratto dall’autorità pubblica.

Giugno 2016

GRUPPO AUDIT SUL DEBITO DI ROMA CAPITALE

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