Pilastro Draghi

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Photo Credits: International Monetary Fund

Ripubblichiamo un interessante articolo di Matteo Bortolon uscito su La Fionda il 30 ottobre 2019 

Da anni si parla di Draghi come candidato alla presidenza del Consigli dei ministri, con appoggi abbastanza trasversali. Negli anni Draghi ha collezionato anche una discreta schiera di oppositori, che lo vedono come il braccio dei poteri forti, ancella del neoliberismo e dei poteri privatistici.

I fatti in relazione ai quali viene più criticato sono : il processo di smantellamento delle aziende di Stato dei primi anni Novanta, la sua aderenza a Goldman Sachs al volgere del secolo, e la famosa  lettera scritta ad agosto 2011 assieme all’allora governatore della BCE Trichet.

Il novero di tali eventi, che riesce ad attirarsi le critiche tanto dell’area di sinistra anticapitalista che di populismo identitario, presenterebbe già da sé un bilancio impietoso, ma posti così sembrano un mosaico incompleto, come l’identità di qualche figura del mondo antico di cui ci sono rimasti alcuni provvedimenti e documenti, ma il cui volto resta nascosto e solo con la perizia della ricostruzione storica si tenta di colmare i vuoti. Cosa pensa Draghi ? Quale è il cuore della sua visione ? Questo è quello che sarebbe urgente domandarsi per capire la logica sottostante alle sue azioni e prevedere ciò che farà da presidente del Consiglio dei Ministri.

Sicuramente non esaustivo ma di certo molto indicativo è il ruolo che Draghi ha avuto in merito  alla legge che porta il suo nome. Curioso che tanti articoli che parlano di lui non la nominino neppure : la « legge Draghi » è il Testo Unico sulla Finanza n. 58/1998.

Sono molti a non averla mai sentita. Cosa bizzarra, se pensiamo che è il pilastro normativo della stagione degli anni Novanta, che inserisce stabilmente l’Italia nell’area Ue e, conseguentemente, nel neoliberismo che da allora innerva la struttura dello Stato.

Sappiamo bene che nel processo delle privatizzazioni degli anni Novanta Draghi era presente. E’ stato direttore generale al Tesoro fra 1991-2001, ed anzi, nel 1993 è stato nominato al vertice del Comitato per le Privatizzazioni (sic!). Un processo catastrofico di svendita delle aziende pubbliche italiane, che ha portato in modo oltraggioso a dare un volume incredibile di realtà industriali costruite coi soldi dei cittadini in saldo a gruppi privati. Il volume delle cessioni di quegli anni nel nostro paese scala le classifiche mondiali. Tale è il furto ai danni del popolo italiano da parte della oligarchia.

E tuttavia fare regali ai privati non era il movente principale. Come disse un protagonista di quegli anni «le operazioni di privatizzazione che hanno smantellato il sistema delle partecipazioni statali […] si proponevano specificamente fra gli obiettivi quello di contribuire a una crescita del mercato azionario che va oltre i meri aspetti dimensionali». E’ Mario Draghi.

La prima stagione delle privatizzazioni parte a razzo nel 1992-1993. Nel frattempo entrava in vigore il Trattato di Maastricht (firmat a febbraio 1992 e finito il giro delle ratifiche a novembre 1993). Una seconda fase avviene fra 1997-1999 sotto gli illuminati governi di centro-sinistra. Ma nel 1993 esce la direttiva 93/22/CEE sugli intermediari finanziari. A livello nazionale i provvedimenti che la attuano sono il D. Lgs 415/1996 e il T. U. 58/1998.

Si trattava né più né meno che dare un volto nuovo alla finanza in Italia, tanto ossequiosamente verso il “nuovo spirito europeo” tanto caro ai progressisti (sia il  primo che il secondo provvedimento vennero approvati sotto Prodi, con ancora Rifondazione Comunista in maggioranza) che verso i potentati della finanziarizzazione.

In particolare il T.U 58/1998 è il pilastro normativo del nuovo assetto. Il pilastro-Draghi.

In concomitanza con tali leggi venne privatizzata la Borsa italiana. Che da allora diviene sempre più importante negli equilibri economici e istituzionali del paese.

Per capire le trasformazione avvenuta, citiamo il Sole 24-Ore: «La legislazione precedente come il decreto Eurosim era legata a una concezione pubblicistica della Borsa e paternalistica delle autorità di vigilanza. Il Tuf [testo unico della finanza, la “Legge Draghi”] ha superato questa impostazione, proponendo un più moderno modello di mercato e di Vigilanza». Maggiori prerogative di mercato, dunque. L’Italia non poteva rimanere sotto una asfissiante tutela pubblicistica, ma come paese moderno, avanzato e per lo più (ricordiamolo) europeo (nel senso di Unione europea) aprire la propria legislazione ai fermenti benefici dei mercati finanziari, nel nome dei principi di «imprenditorialità, concorrenza, apertura internazionale, efficienza, stabilità, trasparenza».

Ma qual è il legame con le privatizzazioni? Ce lo spiega lo stesso Draghi, nelle parole dell’audizione alla Commissione Finanze della Camera a dicembre 1997:

“La privatizzazione delle grandi società pubbliche ha accresciuto l’offerta di capitale di rischio per importi senza precedenti. Il risultato di questi fattori ha conferito al mercato di borsa un’importanza che non aveva mai avuto nel corso della sua esistenza, relegato come era stato – fin dagli anni trenta – in una funzione del tutto sussidiaria rispetto ad un sistema che era fondamentalmente «bancocentrico». Inoltre, con l’entrata in vigore del testo unico sulle banche (che ha introdotto forti elementi di concorrenzialità nel sistema bancario) e del decreto legislativo n. 415 (che privatizza la borsa e valorizza quegli aspetti di libertà imprenditoriale che ho ricordato), nonché con la privatizzazione di gran parte delle banche pubbliche, è venuta progressivamente meno quella tutela pubblicistica del risparmio che aveva caratterizzato l’economia italiana dalla legge bancaria del 1936 ai nostri giorni. A ciò si è aggiunta l’accentuata concorrenza internazionale su scala mondiale soprattutto per quanto riguarda le attività finanziarie.“

In effetti il rapporto fra capitalizzazione di Borsa e PIL fa un balzo fra il 1990 e il 2006 dal 13,8% al 52,8%. Conferma un altro protagonista dell’epoca, Paolo Scaroni di Eni, «Il fenomeno delle privatizzazioni ha rivitalizzato la Borsa ed era l’unica possibilità per rilanciarla. […] Banche, autostrade, telecomunicazioni erano pubbliche e rappresentavano gran parte delle imprese italiane con fatturati di un certo rilievo, determinando inevitabilmente una Borsa asfittica. L’unico modo per uscirne erano le privatizzazioni».

Determinando, dice. Sostanzialmente la prevalenza della impresa pubblica impediva lo sviluppo di una fiorente industria finanziaria. E l’unico modo per ampliarla era di gettare tutto ciò in pasto al privato nell’ambito della borsa.

Si tratta di una materia estremamente complessa, ma basteranno alcune note per capire l’atmosfera del “nuovo sistema”; spiegata dallo stesso Mario Draghi, nell’audizione della Commissione Finanze del 21 gennaio 1998.

“Ricordiamo come uno dei criteri guida nella stesura di questo testo sia stato quello della delegificazione. Delegificazione può voler dire due cose: può significare che effettivamente materie che erano prima sottoposte alla legge vengono delegificate, nel senso che la nuova legge non contiene alcuna disposizione su tali materie; può anche voler dire che le materie che prima erano sottoposte alla legge primaria sono oggi sottoposte al regolamento. In effetti, il testo presentato ha fatto entrambe le cose: sul solco del decreto legislativo n. 415 ha delegificato, nel senso di non sottoporre a legge alcune materie che prima lo erano, e nello stesso tempo ha sottoposto a regolamento materie prima sottoposte a leggi primarie.”

Ciò significa che il controllo pubblico o spariva o si riduceva a regolazioni settoriali, in mano ai tecnici, senza che il Parlamento dovesse più occuparsene. Ciò significava che

“vi è uno spazio per l’autoregolamentazione. In questo caso, una maggiore apertura all’autoregolamentazione anche in materia societaria costituirebbe l’auspicabile completamento di una tendenza evolutiva già fatta propria dal legislatore nel decreto legislativo n. 415.

Il settore, quindi, veniva invitato in pare a regolarsi da sé. Del resto Draghi aveva anche detto:

“La precedente opera di elaborazione del decreto legislativo n. 415 aveva infatti mostrato come sia essenziale la collaborazione di coloro che su quella disciplina devono vivere ed organizzare i propri comportamenti operativi e le proprie strategie. Ricordo che per un periodo di tempo la normativa era stata oggetto di numerose ed utili indicazioni, poi incorporate in quanto organiche all’impianto del provvedimento.

Che suona come l’ammissione che in buona sostanza sono stati gli stessi operatori a scriversi da sé le loro regole.

Sappiamo bene com’è andata a finire. Draghi sostiene che l’intento della riforma era indirizzare i soldi verso le aziende, incanalando il risparmio privato verso attività produttive. Invece mentre la struttura produttiva del paese era in particolare affanno, il sistema è evoluto verso la ricerca del profitto astratto da ogni tipo di prodotto/servizio materiale, perciò una rendita finanziaria, con forme autoregolative non troppo invadenti verso la cuccagna, i cui spelendidi risultati sarebbero consistiti nella crisi del 2007-08 a livello mondiale e 2010-11 a livello europeo. Già negli anni Novanta era suonata a morto la campana per le partecipazioni statali, in un contesto incentrato sulla concorrenza e rigorismo dei bilanci in salsa Ue, oltre robustissimi colpi alle ginocchia del welfare e dei redditi dei lavoratori salariati. La nuova crisi avrebbe portato ulteriore diseguaglianze e lesioni indelebili dei diritti economico-sociali come portato del sistema precedentemente costruito.

La centralità di questo sistema finanziario restituisce un po’ la unità e completezza del volto di Mario Draghi: privatizzazioni volte a ravvivare con la respirazione bocca a bocca il debole mercato finanziario, il lavoro con Goldman Sachs nello stesso ambito e le attività in senso all’europeismo reale – cioè le strutture Ue, l’europeismo idealistico essendo della stessa consistenza larvale di sogni estenuati – del tutto funzionali (salvataggio dell’euro, imposizione dell’austerità volta a far pagare il conto ai cittadini e ai lavoratori) a intervenire sulle stesse contraddizioni generate da tale sistema e blindando l’oligarchia politico-finanziaria che l’ha creato.

In sostanza la promozione dell’orizzonte della rendita finanziaria come supremo centro ordinatore dell’economia e della società, che si innerva dappertutto fino ad insinuarsi nel privato degli individui è stato il tratto unificante della figura che viene a più riprese suggerita come capo del Governo. Tale spinta appare un insulto all’intelligenza e alla memoria della storia recente, generata da una ributtante prostrazione al sistema dominante che per chi viene da alti ideali di giustizia sociale niente altro che un oblio della dignità di sé di carattere definitivo.

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