Perché la lotta della GKN parla a tutte e tutti

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di Marco Bersani, Attac Italia 

Sabato 18 settembre il collettivo di fabbrica della Gkn invita tutte e tutti ad una manifestazione nazionale a Firenze. “E allora noi resistiamo se voi spingete e se voi spingete noi resistiamo” dicono nell’appello di convocazione.

Come sappiamo, la lotta nasce il 9 luglio, quando il fondo d’investimento Melrose, nonostante un bilancio in attivo, decide di chiudere la fabbrica per delocalizzarla in Polonia.

Sembrerebbe una vicenda come tante altre, con il solito carico di drammaticità e la consueta sensazione dell’inesorabilità.

Ma questa volta i lavoratori della Gkn non rispettano il copione.

Non fanno le vittime – ne avrebbero ben donde -, non si rivolgono ai vertici delle organizzazioni sindacali per cercare una mediazione, non vanno dalle istituzioni a pietire ammortizzatori sociali e le solite promesse di reindustrializzazione.

Occupano la fabbrica e si rivolgono alla città, al territorio e alla società. Chiedono a tutt* di riflettere sul fatto che la loro non è una lotta del comparto metalmeccanico, è un conflitto che obbliga tutt* a pensare in quale società vogliamo vivere.

E, spiazzando la narrazione dominante, difendono i posti di lavoro di tutti, siano dipendenti diretti o lavoratori in appalto, con contratto a tempo indeterminato o precari: sono oltre 500 persone e, tra loro, non c’è alcuna divisione fra vite degne e vite da scarto.

A qualche nostalgico del ‘900 suscitano rinnovate prese di posizione sulla centralità della classe operaia, ma in realtà, la loro lotta mette in campo, consapevolmente o meno, due concetti mutuati dal pensiero femminista.

Non parlano di risorgimento operaio, bensì di vulnerabilità di una lotta, che sarà difficile vincere, se non sostenuta da una collettiva risignificazione di cosa vuol dire oggi vivere di diritti o essere variabili dipendenti dei profitti.

Non parlano di autosufficienza, bensì di interdipendenza, chiedendo a tutt* non di solidarizzare con loro, ma di moltiplicare i luoghi di lotta, perché il capitalismo è pervasivo e nessuno si salva da solo.

E chiedono alla città – in questo caso Firenze – e al territorio – in questo caso la piana fiorentina – se si può continuare a pensare la storia e il futuro di una comunità o se bisogna arrendersi all’anomia dettata da algoritmi finanziari per i quali non esistono territori e persone, ma solo luoghi e oggetti da depredare.

Hanno deciso di prendersi cura di sé e della propria comunità di riferimento e chiedono a tutt* di fare altrettanto. Non per risolvere solo la loro vicenda – e sarebbe già uno straordinario risultato – ma per porre la sfida al livello più alto: scegliere fra la Borsa e la vita.

Sabato 18 andiamo in tante e tanti a Firenze.

Per dire che abbiamo scelto la vita. Tutte e tutti assieme, la vita.

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