Per una Società della Cura: sincronizzare per costruire

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Manifestazione del 21.11.2020 a Roma “Per una società della cura”

di Marco Noris, Attac Bergamo

La prima mobilitazione nazionale per una Società della Cura ha registrato un notevole successo. Non era affatto scontato che attorno ad un manifesto valoriale sottoscritto da oltre un migliaio si soggetti, sia collettivi che individuali, si potesse giungere, nell’attuale fase di lockdown, alla costruzione di un evento di queste proporzioni, con ben 45 piazze aderenti, fisiche o virtuali, in tutto il territorio nazionale.

La cosa risulta ancor più sorprendente nella misura in cui, in termini meramente organizzativi, la costruzione e la gestione della giornata del 21 novembre è stata resa possibile grazie all’impegno di un numero piuttosto limitato di attivisti che si sono spesi molto in questi mesi con continuità e indispensabile ostinazione. Il successo è però anche ascrivibile all’adesione entusiasta dei soggetti aderenti: era da troppo tempo che molti cercavano un filo conduttore, un’unità di intenti, una modalità per trovarsi insieme, condividere il proprio progetto e, nello stesso tempo, pensare ad uno nuovo, collettivo, un qualcosa che potesse andare al di là della mera sommatoria delle singole esperienze delle realtà coinvolte. In questo senso, la costruzione di un orizzonte progettuale comune, non più semplicemente limitato a specifiche tematiche e proposte dei singoli soggetti bensì votato al cambiamento sociale nella sua totalità, ha giocato un ruolo importante anche a livello motivazionale ai fini della riuscita dell’evento stesso.

C’è però un altro motivo, forse meno immediato, che giustifica tale successo e che va adeguatamente indagato perché potrebbe rivelarsi di estrema utilità ai fini della continuità e degli sviluppi futuri del progetto.

In termini puramente metodologici, la giornata del 21 novembre è stata in un certo senso innovativa. Innanzitutto nelle limitazioni del lockdown, gli organizzatori hanno saputo trasformare la limitazione derivante dal distanziamento fisico in un avvicinamento sociale come da tempo non si vedeva: l’intelligente uso delle risorse della rete ha consentito tutto questo, la capacità di trasformare il problema in un’opportunità non era affatto scontata ma si è rivelata una scommessa vinta.

Il secondo motivo per il quale tale giornata è stata particolarmente innovativa è però ancora più importante. Il 21 di novembre è stata anche e soprattutto una grande opera di sincronizzazione e la domanda che ci dovremmo porre è se tale opera può essere letta attraverso le lenti di un mero successo organizzativo o se porta in sé altri contenuti di sostanza, contenuti che potremmo definire politici.

In un libro di alcuni anni Juan Carlos Monedero, politologo spagnolo e uno dei fondatori di Podemos scriveva:

“Il punto non è unire le lotte, con il rischio che una bandiera offuschi le altre e scoraggi certi settori. Invece di unire le lotte, sincronizzarle. Cercare conflitti ad alta densità che permettano di avanzare domande (istruzione, sanità, non pagare il debito, reddito minimo, riforme elettorali, processo costituente), accompagnarle, metterle l’una accanto all’altra, tradurle.”

Se ad un veloce esame questa frase può apparire come una semplice raccomandazione di natura strategica, nei fatti, ad un esame più accurato, porta con se contenuti di natura progettuale.

Si è spesso parlato, in questi anni e tutt’ora si parla, di un soggetto, un unico contenitore capace di accogliere tanto le lotte quanto le istanze di cambiamento. I vari tentativi operati in questi anni, a sinistra, si sono rivelati fallimentari, così come non è stato più in grado di ricostituirsi una sorta di movimento dei movimenti dall’inizio del nuovo millennio. La situazione attuale, da un lato, sconta la sconfitta di un progetto unitario su vari versanti alla quale, però, si oppone una realtà parcellizzata ma diffusa di soggetti politici, movimenti, azioni e, in generale, di realtà ancora volte tanto in termini teorici quanto pratici alla ricerca e alla sperimentazione di cambiamenti strutturali che vanno dagli stili di vita a quelli più specificatamente sistemici. Si è scritto molto in proposito ma qui vale la pena ribadire almeno due punti di estrema debolezza che questi soggetti si trovano ad affrontare nel contesto attuale: la sconfitta culturale in termini egemonici, prima ancora che politica e, d’altro canto, l’estremo frazionamento delle esperienze e dei progetti. In questa condizione parlare di una sorta di soggetto-contenitore non pare avere molto senso per almeno due ordini di ragioni che accomunano tanto le forme più tradizionali dei soggetti della sinistra quanto i movimenti vecchi o nuovi che siano. La prima è che non è possibile, oggi, per nessun soggetto sulla piazza svolgere un ruolo di contenitore complessivo delle istanze e delle lotte in corso: troppi i fallimenti, le parzialità e i distinguo di questi ultimi decenni che hanno, ormai, sedimentato una cultura di diffidenza e rifiuto di qualsiasi bandiera o struttura anche nei movimenti di nuovissima generazione. Il secondo motivo è ascrivibile direttamente al progressivo svuotamento della cultura politica, logica conseguenza dei fallimenti storici. A partire proprio da quest’ultima considerazione, quello che sembra mancare in questa fase non è tanto un soggetto quanto una soggettività, intendendo per soggettività la peculiare caratteristica del soggetto, la sua cifra progettuale, l’ambito del suo contenuto. In questo momento storico la scorciatoia del soggetto-contenitore finisce così con lo scontrarsi con l’esigenza di una soggettività-contenuto da costruire: la scorciatoia del soggetto finisce quindi per rivelarsi una trappola perché l’esigenza di oggi è quella della definizione organica dei contenuti, che precede necessariamente la definizione del contenitore: senza il rispetto dei tempi di questo processo, che antepone la costruzione della soggettività a quella del soggetto, non pare ci siano speranze di sopravvivenza per quest’ultimo. Anche in questo senso, una Società della Cura deve avere come scopo la cura del processo di costruzione progettuale.

Vi è, inoltre, un’ulteriore problematica da sottolineare: il pensiero di Monedero è estrapolato da una lunga riflessione nella quale identifica le tre anime della sinistra: quelle rivoluzionaria, quella della riforma e quella della ribellione. A prescindere da ogni giudizioso sul valore di tale distinzione, la questione della sincronizzazione prima ancora dell’unione delle lotte e delle istanze, aiuta a superare quelle divisioni che scaturiscono dalla naturale eterogeneità di  proposte, visioni e soggetti che, solitamente, fanno naufragare le progettualità in tempi sempre più brevi, relegando nella scarsa consistenza della nicchia e nell’inefficacia in relazione al cambiamento sistemico, i soggetti stessi e la loro azione. Certo, i soggetti esistono e hanno un loro senso compiuto e singole soggettività spesso definite e importanti, votate al cambiamento, ma, in questa fase storica come sottolineato, la definizione del contenuto condiviso viene necessariamente prima del contenitore. Alla luce di queste considerazioni si può dire che la costruzione progettuale  e la gestione dell’evento del 21 marzo si possano inserire all’interno di un efficace processo di sincronizzazione volto alla costruzione di un contenuto condiviso, un processo volto alla costruzione di soggettività. La costruzione di un contenuto condiviso è anche e soprattutto un processo culturale e come tale deve rifuggire dalla limitazione degli eventi: un flusso continuo e una presenza costante sono necessari se vogliamo mettere in discussione gli attuali squilibri in termini di visione e concezione del mondo all’interno della società. Per cambiare questi equilibri, per attrarre sempre più soggetti all’interno di questo progetto, la sincronizzazione è necessaria ma insufficiente.

Per l’evento del 21 novembre è stato necessario un grande sforzo organizzativo, il dispendio di energie è stato notevole. La questione che si pone, ora, è come un progetto di una Società della Cura si possa calare nella quotidianità a partire dai soggetti che hanno aderito. C’è bisogno quindi di trovare soluzioni in grado di dare continuità e sviluppo della proposta nel tempo così come diffusione nello spazio. La questione non è solo puramente teorica, bensì organizzativa. È pressoché impossibile e controproducente  immaginare una gestione centralizzata del progetto: il progetto si deve calare nei territori e diffondersi. I soggetti sul territorio dovrebbero, accanto alla loro specificità e contenuti, porre attenzione alla costruzione della soggettività condivisa, trovare il modo di essere presenti laddove le istanze e le lotte si esprimono nel loro territorio attraverso la solidarietà ma anche attraverso la declinazione di una sincronizzazione locale capace di diffondere la conoscenza di soggetti ed eventi sia partecipativi che di conflitto, trovare gli strumenti adatti perché tali eventi siano inseriti a pieno titolo nel progetto di costruzione, creare un nuovo immaginario di alternativa organica in grado di invertire contrastare quello squilibrio dei rapporti di forza esistenti che ci vede oggi irrimediabilmente soccombenti.

In questo senso il ruolo di alcune realtà che dato il via a questo progetto potrebbe rivelarsi fondamentale. Attac Italia, ad esempio, possiede già una rete di comitati locali che si presterebbero molto bene in termini funzionali per dare continuità e diffusione territoriale al progetto, declinare le modalità della sincronizzazione a livello locale, tradurre istanze, forme partecipative e conflitti, per dirla con le parole di Monedero, tutte all’interno di un progetto complessivo di una nuova Società della Cura riconoscibile non solo a livello nazionale, bensì attraverso le sue declinazioni territoriali: una traduzione in grado di sincronizzare nello stesso ambito tanto le produzioni sostenibili, quanto il conflitto per il diritto alla casa, la lotta per il rispetto dell’ambiente con quello delle forme di reddito universale, le lotte di genere e quelle contro il pagamento del debito e delle riforme della finanza locale.

Sostenere,  accostare e soprattutto accompagnare ognuna di queste lotte con intelligenza anche a livello locale è indispensabile benché difficile: d’altra parte alternative di percorso e metodologiche non appaiono all’orizzonte. L’evento del 21 novembre non deve quindi rimanere semplicemente tale, gli eventi lasciati a sé si perdono nella polvere della storia. Il 21 novembre ha indicato una strada e una metodologia che in questo momento appaiono vincenti. Si tratta ora di sfruttare subito questo successo per calarlo in una pratica tanto partecipativa che di conflitto necessaria.

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