Non pagare i profitti (altrui), costruire il bene comune

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di Matteo Bortolon, CADTM Italia*

Le conseguenze finanziarie della crisi del Covid-19 sono oramai divenute di una urgenza scottante, al punto di spingere Mario Draghi sulle pagine di Financial Times a dichiarare che occorre fare «tutto quello che è necessario» per garantire la sopravvivenza dell’eurozona.

Ciò che sostiene ad alta voce è quello che i dirigenti europei praticano da tempo e su larga scala dal 2008: assorbire nei bilanci pubblici le perdite del settore privato e quindi aumentare permanentemente il debito pubblico.

Adesso la Comissione si va allineando alle esternazioni della Bce di fine marzo, mettendo in pratica il discorso di Draghi: durante la crisi sanitaria le norme di bilancio non verranno applicate.
Poiché la misura di tale deroga suggerita dall’ex presidente della Bce è evidentemente temporanea, risulta chiaro che le sacre «regole» vanno applicate quando si tratta di imporre l’austerità alle popolazioni; quando si tratta di finanziare le imprese private diventa tutto trattabile.

Occorre ricordare che finché il sistema finanziario privato resta centrale, l’indebitamento pubblico si traduce in crediti delle banche e dei mercati finanziari, mentre – come durante la crisi del debito in grecia nel 2015 – nessun meccanismo di reale solidarietà finanziaria fra gli Stati è stato approntato.

Qualche giorno prima la Bce aveva annunciato un piano d’emergenza di 750 miliardi di euro per smorzare gli effetti della crisi sanitaria sull’economia. Ma tutte queste cifre aiuteranno l’economia reale? O daranno sollievo al settore della sanità pubblica, sfinita da decenni di tagli e privatizzazioni inferte su tutto il settore dei servizi pubblici?

A giudicare dai trascorsi c’è da dubitarne. Occorre ricordare che la Bce ha operato con le sue politiche da marzo 2015 un massiccio piano per soccorrere gli azionariati della più grandi banche, responsabili della stessa crisi. E nonostante le roboanti promesse il piano non chiedeva come precondizione un cambiamento di politiche o la fine dell’impunità, ma ha permesso di mettere a disposizione di tali istituti migliaia di miliardi di euro a costo zero con cui si sono affannati ad offrire prebende ai propri azionisti; ricomprendo le proprie azioni e redistribuendo loro ricchi dividendi o per speculare.

La nuova onda di investimenti speculativi è infatti sboccata in un rapido aumento di inediti livelli di indebitamento in Ue e nel mondo (una stima calcola la vertiginosa cifra del 322% rispetto al PIL).

Del resto banche ed imprese erano già in crisi prima della pandemia: fra fine 2018 e 2019 numerosi crolli borsistici si erano verificati, e a fine 2019 si prefigurava una recessione nei settori industriali di Germania, Italia, Giappone, Sudafrica, Argentina ed altri paesi. Si può quindi dire che il covid-19 è stato più il detonatore che la causa profonda dei crolli borsistici dei mesi scorsi.

Viste le avvisaglie di nuova crisi all’orizzonte – che nemmeno le istituzioni più blasonate provano nemmeno a mettere in dubbio – che la pandemia accelera ed incrementa è chiaro che le mosse dei poteri dominanti cercheranno di salvare i soggetti economici più forti, rovesciandone il costo sui lavoratori e sulle classi subordinate. Una ennesima volta dopo soli dieci anni dopo la crisi del 2007-08.

Tali tentativi sono inaccettabili e vanno contrastati perché le istituzioni pubbliche mettano in campo delle politiche alternative, provvedimenti di carattere sociale a favore dei lavoratori in difficoltà ; misure robuste di investimento pubblico a favore della salute e di forti apparati a tutela del benessere collettivo, annullando i trattati europei – incompatibili con la democrazia – e procedendo alla nazionalizzazione dovunque sia necessario per fare fronte alla crisi.

Occorre elaborare con urgenza un insieme di proposte programmatiche che ricapitolando le battaglie fatte da CADTM fatte in questi anni costituisca un punto di riferimento per tutti i cittadini che non si rassegnano alla dominazione della oligarchia in sella. Perché chi si rassegna è perduto.

 

*articolo pubblicato su il manifesto del 4.04.2020

 

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