Migranti e politiche europee

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foto di: Emporio di Altreconomia

di Filippo Miraglia (Arci)

Siamo di fronte alla più grave crisi internazionale dalla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati più di sessanta milioni di persone alla fine del 2015 sono state obbligate da guerre, conflitti e persecuzioni a lasciare le loro case. Una cifra superiore a quella dell’intera popolazione italiana, in gran parte famiglie e bambini. Una crisi che riguarda in modo particolare il bacino del mediterraneo, se si considera che le aree dove sono in corso i principali conflitti sono il medio oriente e il nord e centro Africa.

Che questa crisi ci riguardi è dimostrato anche dalle migliaia di morti accertate (più di 7000 solo nel 2014 e 2015, più di 1200 dall’inizio del 2016) nel mediterraneo, soprattutto nel mar Egeo e nel canale di Sicilia, persone che tentavano di fuggire dalle guerre in cerca di protezione.

 

Tuttavia se guardiamo ai numeri dei flussi migratori, la maggior parte di coloro che sono stati costretti ad abbandonare le loro case sono ospitati in Paesi che si trovano nelle regioni interessate dai conflitti.

È il caso dei siriani, che rappresentano ormai il principale gruppo di persone, a livello mondiale, in cerca di protezione e che trova ospitalità in prevalenza in Turchia, Giordania e Libano (in totale quasi 5 milioni di persone).

In Europa, e in particolare nell’Europa a 28, nel 2015 sono arrivate via mare poco più di un milione di persone, stando ai dati delle agenzie internazionali. Di questi, più dell’80% provengono da Siria, Iraq e Afghanistan.

Su una popolazione di 500 milioni di persone si tratta dello 0,2%. Altro che invasione!

Un numero molto ridotto, se paragonato a quelli dei tre Paesi menzionati prima, soprattutto se si guarda, oltre alla percentuale sulla popolazione, al prodotto interno lordo e alla capacità economica dell’UE nell’ambito della comunità internazionale.

Riguardo al nostro Paese, una ripartizione equa a livello europeo dei numeri dell’accoglienza (nel 2015, poco più di un milione di persone, come già ricordato) porterebbe in Italia una quota di 120 mila persone (0,2% della popolazione). Le domande d’asilo nel 2015 (dati ancora non disponibili) sono certamente molte di meno.[1]

Di fronte a questo scenario di crisi internazionale, che ci investe in maniera marginale, l’UE si è dissolta e sono emersi tutti i limiti di una comunità di Stati non basata su regole democratiche, ma più che altro su interessi convergenti di alcuni poteri forti.

La risposta della Commissione Europea e dei governi si è distinta per cinismo ed egoismo.

Le soluzioni previste dalla legislazione europea, in particolare l’attivazione della Direttiva 55/2001, che istituisce la protezione temporanea in caso di flussi straordinari, non sono state neanche prese in considerazione.[2]

I governi dei 28 Paesi europei hanno trovato un accordo, in relazione alla gestione dei flussi e dell’accoglienza dei profughi, che prevede concretamente l’esternalizzazione delle frontiere e dei controlli nei Paesi di provenienza e di transito dei flussi migratori.

L’obiettivo è dimostrare all’opinione pubblica dei rispettivi paesi che l’invasione (inventata) va fermata e che i governi sono in grado di farlo.
Lo stanno facendo barattando i diritti delle persone che cercano protezione con il denaro dei contribuenti europei: sei miliardi ad Erdogan, al governo turco, in cambio della chiusura del flusso di siriani, iracheni e afgani (cioè di tre Paesi in guerra) verso la Grecia. Una chiusura che, come testimoniano molte delle ong presenti in Turchia, si traduce spesso in violazione dei diritti umani. In primo luogo nella violazione del principio di non respingimento (molte le testimonianze di siriani respinti verso la Siria), così come nella detenzione, con maltrattamenti, di migliaia di persone in centri di detenzione per stranieri.

Una ricetta che il nostro presidente del Consiglio ha pensato di rilanciare, considerato il successo che sta ottenendo nel fermare i flussi dalla Turchia verso la Grecia, per bloccare gli arrivi in Italia. Arrivi che a oggi sono quantitativamente sovrapponibili a quelli del 2014, anno in cui in Italia sono arrivate 170 mila persone.
Il Migration Compact, proposto da Matteo Renzi alla Commissione Europea e agli altri leader dell’UE, rappresenta il tentativo di allargare il baratto UE/Turchia a Paesi come la Libia, l’Egitto, l’Eritrea, il Gambia. Tutti Paesi con governi poco o per niente avvezzi al rispetto delle libertà e dei diritti delle persone. Spesso veri e propri regimi dittatoriali. O governi instabili, con conflitti diffusi e bande che si contendono il territorio, come in Libia.

Una proposta che contiene, come spesso nelle dichiarazioni pubbliche, delle contropartite sui diritti dei migranti e dei richiedenti asilo, in relazione all’ipotesi di ingressi legali e sicuri (reinsediamenti, quote di ingresso per lavoro), che cadranno velocemente nel dimenticatoio.

Sull’istituzione di un esercito europeo per controllare le frontiere e impedire a chi scappa dalle guerre di mettersi in salvo, i governi hanno invece trovato subito un accordo che consente di essere immediatamente operativi.

Quella in corso è una vera e propria guerra ai migranti che, oltre a produrre ingiustizie e violazioni dei diritti umani, oltre a un avvelenamento delle relazioni internazionali, produce un aumento del razzismo e dell’intolleranza in ampie fasce dell’opinione pubblica, impaurita dall’invasione inventata.

L’UE è in guerra. E come in tutte le guerre, la propaganda per giustificare gli interventi e le violazioni dei diritti è ampia e condivisa.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una trasformazione antropologica dell’opinione pubblica, e quindi dell’elettorato europeo, con una crescente egemonia culturale delle destre neo fasciste e neo naziste.

È il caso ad esempio dell’Austria, dove un governo di coalizione ha perso le presidenziali, lo scorso 24 aprile, a favore di una destra neo fascista, oramai radicata in molte aree d’Europa, che propone una ricetta anti immigrati esplicita e violenta, che l’elettorato austriaco ha preferito alla ricetta dei muri promossa dall’attuale governo socialista e popolare.

Un fenomeno di spostamento a destra dell’UE, la cui responsabilità è da attribuire ad una classe dirigente incapace di governare fenomeni complessi e di indicare soluzione giuste e praticabili.

Un’Europa che ha perso l’anima, i valori e principi che stavano alla base della nascita dell’Unione europea e che sta tornando al suo periodo più cupo, quello tra gli anni venti e gli anni trenta, con condizioni sociali, economiche e culturali che, fatte le dovute proporzioni, non possono non creare grande preoccupazione sull’avvento di una nuova era di fascismo post moderno.  

[1]  In accoglienza oggi in Italia ci sono circa 110 mila persone, di cui una parte arrivate nel 2016 e altri arrivati negli anni precedenti al 2015. Se ne deduce che l’Italia sta accogliendo un numero di persone inferiore alla quota annua ipotetica che ci spetterebbe in una ripartizione equa a livello europeo. C’è una differenza tra il numero delle persone accolte e quelle arrivate alle nostre frontiere, che è all’origine delle accuse che ci muove l’UE (l’accusa di non rispettare il regolamento Dublino), che dimostra che una parte consistente di persone sbarcate in Italia prosegue il proprio viaggio verso altri Paesi dell’UE. In realtà a questa quota c’è da aggiungere la quota di chi sta in alloggi di fortuna, non nelle strutture pubbliche. Una recente indagine di MSF indica in almeno 10 mila il numero di persone ospitate in strutture esterne al sistema pubblico d’accoglienza (http://fuoricampo.medicisenzafrontiere.it/).

[2] La Direttiva 55/2001 non è mai stata attivata dalla sua approvazione. Essa prevede un permesso di soggiorno temporaneo valido in tutta l’UE, la possibilità di una ripartizione dei gruppi di profughi coinvolti, l’individuazione di risorse comunitarie straordinarie, l’ipotesi di rilascio di un lasciapassare per consentire, ai soggetti individuati come destinatari della protezione temporanea, l’attraversamento della frontiera in maniera legale e sicura.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 24 di Maggio-Giugno 2016 Il Grande Esodo