MIGRANTI: Dalla società del profitto a quella della cura con le nuove cittadine e i nuovi cittadini

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di Roberto Guaglianone, Attac Saronno

La ridefinizione delle vite che si rende necessaria dopo l’emergenza COVID-19 dovrà essere incentrata sul lavoro di cura, come da sempre suggeriscono gli ecologismi e i femminismi.

Cura del pianeta, a partire dai  territori. Attraverso la manutenzione del suolo, il ripristino dell’assetto idrogeologico spesso compromesso dall’eccessivo consumo di suolo e sempre più in balia dei fenomeni atmosferici estremi dovuti al cambiamento climatico; a partire dalla rivisitazione dell’agricoltura, optando per il rilancio dei piccoli produttori, possibilmente organizzati in rete di Piccola Distribuzione Organizzata, in modo da decostruire i meccanismi – che molti individuano tra le cause delle recenti pandemie – della produzione intensiva e dell’agrobusiness, ecologicamente ed economicamente insostenibili, al pari del superamento dell’allevamento intensivo di animali, a causa dell’esternalizzazione del rischio pandemico che comportano. Parimenti ad un rilancio del commercio equo e solidale e dell’economia cooperativistica dal basso, come ingrediente capace di prevenire spostamenti migratori importanti, non solo – anche se soprattutto – nel Sud del mondo.

E cura delle persone, di quelle più fragili in prima battuta. La cui vulnerabilità, già nota, è stata messa in crudele evidenza dalle conseguenze della pandemia. Non solo cure ospedaliere, dunque, operata attraverso le figure professionali di ogni ordine e grado – tra cui ASA e OSS – ma anche e soprattutto cure domiciliari non solamente per le malattie fisiche, ma anche per la solitudine sociale, che va combattuta attraverso una presenza più capillare di figure di cura domiciliare per le persone più fragili, a partire dalla popolazione anziana e vulnerabile dei centri urbani e delle città metropolitane di tutto il pianeta, passando attraverso le ampie declinazioni delle diverse abilità, fino ad arrivare ai minori che necessitano accompagnamento.

Se si dà un’occhiata ai dati più recenti, in Italia i cittadini stranieri – siano essi regolarmente o irregolarmente presenti sul territorio nazionale – sono ampiamente rappresentati in ciascuno di questi settori.

Al punto che è fortemente rappresentata da persone (in particolare donne) di origine non italiana la categoria, colpevolmente lasciata esposta al rischio di infezione da COVID-19, del personale assistenziale professionalizzato all’interno delle case di riposo, che ormai tutte e tutti sanno chiamarsi RSA.

Al punto che il nostro Paese ha da anni silenziosamente “istituzionalizzato” la presenza irregolare dei e delle cosiddette badanti e delle collaboratrici e collaboratori familiari, con particolare riferimento alle persone provenienti dai Paesi dell’Est europeo, grazie a visti turistici generosamente rilasciati nel Paese d’origine dalle autorità preposte e lasciati scadere alla fine dei 90 giorni di validità, una volta in Italia. Un traffico che continua imperterrito nonostante una politica di fortissima decontribuzione delle qualifiche suddette, volta a cercare di ridurre il lavoro nero cui la condizione di irregolarità costringe. Il tutto, proprio mentre negli stessi anni, i governi praticavano politiche di formale (e sostanziale) “caccia al clandestino”, edificando (dal 1998, legge Turco-Napolitano ai tempi del governo D’Alema) la presenza di quelli che oggi si chiamano Centri per il Rimpatrio (CPR), allora CPTA.

Al punto che per i lavoratori dell’agricoltura e dell’allevamento, della cura delle persone e delle case, è stata attuata dal presente governo una blanda e precaria forma di regolarizzazione, pena la possibilità di perdere una quota consistente della produzione per mancanza di manodopera, anche dopo la riapertura delle liste di attesa, ovviamente aperta a cittadini sia italiani che stranieri.

Allora varrebbe forse la pena di immaginare come la via europea alla regolarizzazione di massa dei cittadini stranieri, inaugurata dal Portogallo all’inizio dell’emergenza COVID-19, possa trovare spazio anche nella generalità dei Paesi europei.

Nella consapevolezza, però, che da sola la regolarizzazione non sia sufficiente, in questo quadro in cui troppi continuano ad essere gli ostacoli alla libertà di circolazione (ancorché regolata), su diversi fronti:

  1. l’accesso in condizioni di regolarità

 

  • l’accesso al territorio continentale, per cui la gestione Von der Leyen ha già messo paletti molto alti, potenziando la militarizzazione delle frontiere ed ostacolando di fatto la redistribuzione interna di migranti e profughi, nonostante le gravissime crisi turca e libica, aggravate poi dall’inizio dell’emergenza sanitaria;
  • l’accesso al diritto d’asilo, che vede legislazioni fortemente dissuasive in Italia (decreti Minniti e soprattutto decreti Salvini) e procedure altrettanto penalizzanti in Grecia, mentre la Spagna della sinistra al governo non ha ancora provveduto a modificare l’allineamento delle normative migratorie a standard dignitosi;
  • l’accesso al lavoro regolare come motivo di ingresso nello Stato, mediante chiamata o sponsorship privata (in attesa di occupazione)cancellato in Italia di fatto dalla legge 189/2002 (cosiddetta Bossi-Fini) e mai più ripristinato, nemmeno dal centrosinistra successivamente al governo del Paese;

 

  1. la permanenza in situazioni di crisi

Una cosa che l’emergenza sanitaria ci consegna, ancor più che “insegnarci” è la previsione di un fortissimo aumento della disoccupazione a partire dalla voragine in cui la crisi economica del 2007-2008 aveva precipitato il mondo, ampliata ad un vero e proprio baratro dalla pandemia del 2020.

Saranno proprio i lavori più precari, meno qualificati e maggiormente sottopagati, dove maggiormente sono impegnate le maestranze di origine straniera in Italia che faranno registrare, secondo le previsioni, e stanno già facendo registrare, le perdite più pesanti sul fronte occupazionale.

Persone che andranno ad ingrossare le fila dell’esercito di “irregolarizzati” dalla normativa vigente (ancora la Bossi-Fini, anche in questo caso, con leggere modifiche successive), costituita da quante e quanti, perduto il contratto di lavoro da cui dipendeva la validità del loro permesso di soggiorno, hanno oggi solamente 12 mesi di tempo (prima erano addirittura sei) per trovare un’altra occupazione regolare al fine del rinnovo del permesso: un’impresa che – nel dopo-COVID – sarà resa ancora più difficile, in assenza non solo di politiche occupazionali di massa, di cui non si vede ancora traccia all’orizzonte delle scelte di governo, ma anche di politiche di reddito, ovviamente dimostrabile, a cui dovrebbe essere eventualmente legato il rinnovo della documentazione che ne attesti la regolare presenza sul territorio.

Senza contare gli “irregolarizzati” dai decreti Salvini, che – cancellando la figura del permesso di soggiorno per motivi umanitari – ha gettato nell’irregolarità (e in strada) i suoi potenziai titolari, i tre quarti dei richiedenti asilo che ogni anno continuano a presentarsi nel nostro Paese, via mare ma sempre più via terra, da una mai chiusa “rotta balcanica”, anche quest’anno già attraversata da decine di migliaia di persone.

Regolarizzare gli (almeno) 600mila immigrati sans-papier stimati oggi in Italia è dunque necessario, ma non sufficiente, nel momento in cui non si attuino politiche che ne favoriscano la stabilizzazione sul territorio, una volta entrate nel circuito virtuoso del reddito (indipendentemente che sia reddito da lavoro o quello “incondizionato” di cui ancora non si intravvedono le caratteristiche nelle attuali forme del reddito di cittadinanza esistente).

Si dovrebbero quindi rimuovere gli ostacoli legislativi all’accesso, ma anche alla regolare e duratura permanenza sul territorio, ad esempio allungando ulteriormente i termini della “attesa occupazione” per tutte e tutti i lavoratori che avessero perso il posto durante o a causa dell’emergenza sanitaria; o prevedendo forme di sponsorizzazione “in loco”; o favorendo ulteriormente il meccanismo della ricongiunzione familiare o di quella “di fatto” (che avviene, cioè, tra appartenenti alla stessa famiglia già presenti in Italia).

Solo in questo modo, e con altri provvedimenti simili, potremo immaginare di porre le necessarie precondizioni giuridiche alla possibilità di costruire insieme ai cittadini stranieri residenti sul territorio le condizioni di una nuova convivenza nella società della cura che dovrà prendere il posto di quella del profitto, che sta all’origine anche dell’attuale pandemia.

 

 

 

 

 

 

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