Lotte, alternativa di società, convergenza dei movimenti: Intervista ai Fridays For Future

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Intervista a Sara Sessa, Sebastiano Michelotti, Emanuele Genovese (Fridays For Future)

1.  Quali sono gli obiettivi specifici delle vostre lotte?

Fridays For Future si ramifica su vari piani di azione con obiettivi a diverso raggio. Alla base ci sono i gruppi locali, le assemblee territoriali che si attivano sui problemi ambientali più vicini, ognuno con le proprie richieste: c’è FFF Civitavecchia che fa rete contro le nuove centrali a turbogas e per l’energia sostenibile, c’è FFF Valsusa che si mobilita contro il TAV, FFF Ravenna che ha portato all’attenzione nazionale i rischi del CCS di Eni. Il livello successivo è il coordinamento nazionale, ossia l’assemblea di tutti i gruppi locali. Ci focalizziamo in particolare sui target nazionali come l’aumento della quota di energia rinnovabile nel mix energetico – in Italia dovremmo aumentarla di 60 GW entro il 2030, ma attualmente non arriviamo a +1GW annuo -, o la conversione dei SAD (Sussidi Ambientalmente Dannosi) in SAF (Sussidi Ambientalmente Favorevoli), inoltre abbiamo elaborato la campagna ritornoalfuturo.org con le richieste per la riconversione settore per settore. Infine c’è il piano internazionale, che punta agli impegni globali ed europei, ad esempio in questo periodo siamo alle prese con la tassonomia europea, per impedire che siano catalogati come investimenti “green” quelli destinati al gas e alle biomasse su larga scala.

2. Quali sono gli obiettivi più generali delle vostre lotte?

La crisi climatica ha reso evidente che le disuguaglianze, l’iniqua distribuzione delle risorse, la centralizzazione dei poteri e delle ricchezze, il mito della crescita, hanno ripercussioni negative sui nostri ecosistemi, sia naturali sia animali e umani, delle quali le emissioni ci forniscono la misura. Il nostro motto è “Fight For 1.5°C”, ossia impedire che l’aumento della temperatura media globale superi gli 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali. Questi numeri sono indicatori non solo ambientali  ma anche di dinamiche sociali profondamente dannose, che escludono molte persone dall’accesso non solo alle risorse, ma anche alle decisioni che riguardano la loro stessa vita. Come molti movimenti che ci hanno preceduto, la nostra ambizione è di poter piantare i semi di un mondo più giusto, e ci mobilitiamo affinché questi semi crescano prima che sia troppo tardi.

 

3. Cosa vi ha insegnato la pandemia?

Nel primo anno di pandemia le emissioni globali sono diminuite del 7%, una percentuale consistente ottenuta però a caro prezzo. Se prendiamo come riferimento il carbon budget mondiale, la percentuale di riduzione annua necessaria a non superare la quota di emissioni ancora disponibile è, attualmente, del 12%, e aumenterà sempre di più se non agiamo subito. Il lockdown può aiutarci a comprendere la grandezza della sfida: il 7% è stato raggiunto con degli altissimi costi sociali: persone che hanno perso il lavoro, scuole chiuse, aumento della povertà e l’isolamento delle categorie sociali più fragili. Questo è proprio ciò che dobbiamo evitare,  cioè arrivare a uno scenario in cui saremo così in ritardo da dover prendere decisioni drastiche e decisamente poco democratiche con la scusante dell’emergenzialità. La crisi climatica è un’emergenza, va affrontata subito ma intervenendo innanzitutto su chi ha causato e continua ad alimentare questa crisi: convertendo le imprese e smettendo di finanziare chi inquina, ripensando a cosa è realmente necessario per tagliare il superfluo, ma soprattutto incentivando produzioni alternative, sostenibili, decentralizzate e dando una rinata autonomia alle categorie marginalizzate e maggiormente colpite dalla crisi climatica, comprese lavoratrici e lavoratori. Solo in questo modo potremmo ricostituire la frattura che abbiamo causato agli ecosistemi.

4. Qual è la vostra idea di alternativa di società?

In tutto il mondo si stanno moltiplicando forme di mutualità e solidarietà: comunità locali che affrontano sfide globali in un rinnovato legame. Lo descrive molto bene Naomi Klein quando racconta come durante le catastrofi (Katrina, Sandy etc.) sia il capitale sociale a corto raggio a rispondere realmente ai problemi, mentre il mercato salva i quartieri ricchi e lo Stato sta a guardare. Allo stesso modo fornisce interessanti esempi di società di fornitura energetica in grandi città che sono state rese pubbliche a livello comunale tramite l’azione diretta di piccoli gruppi locali di persone che hanno deciso di cambiare le cose. Addirittura esempi di fabbriche, talvolta anche di società di gestione di energia, passate ad una gestione cooperativa come unico modo per riconvertirle.

Si stanno aprendo nuove categorie della politica non istituzionale basate su valori post-materialisti, ma forse ancor più post-estrattivisti. Crediamo che si stia ricreando una nuova struttura sociale basata sui legami: si sta creando un nuovo tessuto sociale e questo comporterà nuove dinamiche politiche, che probabilmente saranno esterne alle vecchie categorie.

5. Si parla molto di convergenza dei movimenti e delle lotte: che ne pensate (risorse e difficoltà) e in che senso la intendete?

Da molti anni ormai all’interno dei movimenti si parla della realizzazione del concetto femminista di intersezionalità: concetto su cui però per diverso tempo non si sono innestate pratiche diverse, rinnovate solo di recente e forse il più delle volte nei recenti movimenti ecologisti e femministi. Nuove modalità (in realtà soprattutto del sud del mondo e riprese dall’altermondialismo) sembra abbiano permesso di trovare spazi di incontro e contaminazione che mancavano. Se effettivamente finora gli scioperi globali sono stati riccamente condivisi soprattutto dai giovani sulla base del peso più gravoso che ricadrà su questa fascia di popolazione, oggi la narrativa è cambiata grazie al riconoscimento dei danni già in atto. Questa novità ha permesso sia di decolonizzare che di comprendere vertenze e questioni sociali molto stringenti.

6. Con quali soggetti senti naturale la convergenza e perché?

Sulla base di  quanto detto sopra è evidente come le contaminazioni con più potenziale rimangano quelle con i soggetti e i gruppi in grado di fare da ponte verso alcune generazioni, alcuni e alcune lavoratori e lavoratrici di settori fondamentali alla transizione e in generale che hanno contribuito a incamerare e costruire il concetto di Cura, nozione ancora una volta di matrice femminista. L’ambizione di costruire sui territori la base  del movimento ha sempre trovato terreno fertile nelle realtà che fanno mutualismo. Ora, chiarita la responsabilità delle crisi in atto, dobbiamo trovare il modo di agire di conseguenza: come riusciremo a lavorare di concerto con la Gkn sarà un primo e importantissimo banco di prova nella sua esemplarità per tutto il mondo del lavoro. Una capacità che va preservata in questo processo e sarà sempre più importante in futuro è la necessità di mantenere una comunicazione inclusiva, forse la vera novità che ha apportato il movimento fin dalla sua nascita.

Photo credits: 24 settembre 2021 – Sciopero mondiale per il clima  – Torino (foto di Attac Torino)

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 48 di Gennaio-febbraio 2022: “Cosa bolle in pentola?

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