Le vittime del cambiamento climatico. Rifugiati ambientali in fuga e senza protezione

Condividi:

11 idmc

Fonte: IDMC, Global estimates 2015. People displaced by disasters

di Chiara Marchetti, Laboratorio Escapes

Oggi, anche grazie alla Conferenza sul clima (COP21) che si sta tenendo a Parigi, il nesso tra cambiamento climatico e migrazioni comincia timidamente ad affacciarsi nel dibattito pubblico. Ma perché è così difficile ragionare su questo tema e, ancora di più, immaginare delle concrete risposte politiche?

Il nesso tra migrazioni e cambiamento climatico è tutt’altro che facilmente quantificabile e il grave peggioramento delle condizioni ambientali rappresenta uno degli elementi che possono determinare una migrazione forzata, ma non necessariamente l’unico e nemmeno il principale: infatti le cause di qualsiasi migrazione sono necessariamente multifattoriali e anche per questo alcuni parlano dell’elemento climatico come di un moltiplicatore di rischio che concorre insieme ad altre motivazioni a spingere una persona a lasciare il proprio paese. Inoltre è fondamentale considerare non solo gli effetti diretti (come l’innalzamento del livello degli oceani), ma anche quelli indiretti (per esempio l’aumento dei conflitti legati alla scarsità delle risorse). 

Dietro la generica etichetta di “rifugiati ambientali” emergono infatti diversi aspetti del nesso tra migrazioni e clima: disastri naturali o disastri improvvisi; graduale degradazione ambientale e lenta insorgenza di disastri; desertificazione, siccità; deforestazione e altre azioni deliberate contro l’ambiente (fino all’ecocidio); effetti irreversibili o di lunga durata dell’inquinamento; conflitti ambientali; distruzione dell’ambiente come conseguenza di un conflitto o come “arma di guerra”; progetti di sviluppo (come la costruzione di dighe); incidenti industriali (come Bhopal o Fukushima).

Pur con tutte le necessarie cautele (le previsioni più accurate riguardano in realtà le “popolazioni a rischio”, mentre è molto più difficile sbilanciarsi sulla reale propensione a migrare, anche nelle situazioni di più alta vulnerabilità) esistono tuttavia proiezioni sempre più accurate su quali potrebbero essere gli effetti, a medio-lungo periodo, del progressivo aumento della temperatura media a livello globale. L’Internal Displacement Monitoring Centre ha calcolato che dal 2008 al 2014 oltre 157 milioni di persone sono state costrette a spostarsi per eventi meteorologici estremi e che solo nel 2014 più di 19,3 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la propria casa in 100 paesi diversi, semplicemente per quelli che vengono categorizzati come “disastri”. E il trend non può che confermarsi, salvo sorprendenti cambi di direzione a livello globale.

E arriviamo dunque ad alcune brevi considerazioni che riguardano proprio il piano più politico della questione. In primo luogo, il cambiamento climatico – prima ancora delle migrazioni – comporta un ulteriore incremento delle disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale. I disastri climatici, secondo un rapporto dell’UNEP del 2007, sono destinati a colpire 1 abitante ogni 1500 nei paesi ricchi e 1 ogni 19 (soprattutto donne) nei paesi poveri. E anche all’interno dei singoli paesi sono spesso le minoranze e le persone più povere a essere maggiormente a rischio (si pensi solo agli effetti dell’uragano Katrina a New Orleans, nel più ricco e diseguale dei paesi del mondo, gli Stati Uniti d’America). Questo squilibrio ha ovviamente delle importanti implicazioni sul modo in cui il fenomeno viene affrontato a livello globale e da parte dei paesi più ricchi.

E questo è il secondo punto: se già è difficile far rispettare impegni per i quali esistono precisi vincoli giuridici nel diritto internazionale (per esempio la Convenzione di Ginevra sul diritto dei rifugiati), ancora più ambizioso sembra pensare di giungere – insieme a degli impegni per diminuire le cause primarie del cambiamento climatico come si sta faticosamente tentando di fare a Parigi – a una ridiscussione in chiave estensiva dei diritti di chi è costretto a migrare.

Difficoltà che aumentano perché, se le responsabilità generali stanno principalmente dal lato dei paesi del nord del mondo (in termini di emissioni, di sfruttamento delle risorse naturali, di land grabbing e via dicendo) il loro effetto diretto sulle migrazioni forzate viene facilmente sminuito e sottovalutato, tanto più che i trend migratori si concentrano nelle aree che i modelli definiscono a più alto rischio nel caso di ulteriore aumento delle temperature. Come dire: i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana continueranno ad aumentare per una molteplicità di ragioni e se già oggi è in atto un prepotente processo di mistificazione che tende a definire chi fugge da quelle aree come “migrante economico” e non come “rifugiato”, figuriamoci quando con maggiore evidenza si faranno sentire gli effetti del cambiamento climatico e aumenterà la porzione dei “rifugiati ambientali” (puri o misti, insieme ad altre ragioni di fuga). Possiamo già immaginare che più che offrire protezione, l’Europa sarà già allenata a declinare in modo più o meno diretto le proprie responsabilità e a mostrare il proprio apparato di difesa in chiave securitaria.

11 nrc

Fonte: Norwegian Refugee Council Future floods of refugees A comment on climate change, conflict and forced migration, 2008.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 “System Change NOT Climate Change”, scaricabile qui.