L’attualità della battaglia per l’acqua

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di Corrado Oddi (Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua)

Se nel 2011, all’indomani della straordinaria vittoria referendaria, mi fosse stata rivolta seccamente la domanda “secondo te, come sarà la gestione del servizio idrico tra dieci anni?”, non avrei risposto “sicuramente, nelle mani del pubblico”, ma, sinceramente, non mi sarei aspettato che i processi di privatizzazione diventassero estesi come lo sono oggi.

Infatti, a parte la vicenda del Comune di Napoli, che, peraltro arrivò alla ripubblicizzazione subito dopo l’esito referendario, in realtà, sia pure in modo graduale e non eclatante, le privatizzazioni sono ancora avanzate in quest’ultimo decennio, promosse in particolare dalle quattro grandi multiutilities IREN, A2A, HERA e ACEA, che oggi, con quanto previsto dal PNRR, si apprestano a completare l’opera, andando alla “conquista” del Mezzogiorno, in nome della consueta litania della gestione industriale efficiente e della modernizzazione del Paese.

Intendiamoci: non che il pronunciamento referendario sia stato ininfluente, anzi. Senza di esso, già alla fine del 2011, sulla base del decreto Ronchi, che abrogammo con il voto popolare, ci saremmo trovati di fronte alla completa privatizzazione del servizio idrico, superando di colpo anche le gestioni delle società a totale capitale pubblico esistenti (vedi, ad esempio, Torino e Milano).

Va però detto che il fatto di aver bloccato tempi e generalizzazione delle privatizzazioni è stato il risultato più concreto ed effettivo della vittoria referendaria, anziché quello, da noi voluto, di arrivare alla ripubblicizzazione del servizio.

Né ci può bastare la risposta del carattere del referendum che, per la nostra legislazione, ha giuridicamente effetti abrogativi e non propositivi (lacuna che andrebbe superata) e, quindi, adatto, nel nostro caso specifico, a smontare il dispositivo della totale privatizzazione, ma non a imporre la ripubblicizzazione.

Occorre una riflessione più di fondo sui motivi che ci hanno portato solo lì.

Ora, a me pare che gli ingredienti fondamentali che produssero la vittoria referendaria furono almeno tre, tra loro connessi: un’estesa mobilitazione sociale, uno schieramento largo di forze e soggetti che la sostennero e una potente narrazione teorica.

Una mobilitazione sociale che scaturiva anche come reazione alle politiche di privatizzazione e di attacco allo Stato sociale che erano procedute da un’impostazione neoliberista, più o meno temperata, affermatasi nei decenni precedenti.

Uno schieramento di soggetti – dalle parrocchie ai centri sociali, come dicevamo allora, passando attraverso grandi organizzazioni sociali, dall’ARCI alla CGIL e altre ancora – che, sotto la spinta dell’iniziativa del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, avevano condiviso che il tema dell’acqua poteva essere una forte occasione per invertire quella tendenza.

Infine una narrazione potente che si nutriva, contemporaneamente, dell’idea che l’acqua è fonte di vita e diritto umano universale e che essa ben rappresentasse il paradigma dei beni comuni, quelli che non possono essere assoggettati al primato del mercato, ma, anzi, vanno sottratti alla sua logica proprietaria e concorrenziale; così facendo, si iniziava a mettere in discussione un modello, quello appunto di carattere neoliberista, che aveva inteso informare di quei principi l’insieme della società.

Peraltro, la nostra vittoria referendaria avvenne subito prima dell’emergere della “seconda crisi” economica e sociale, quella del 2011-2012, che proseguì, in particolare in Europa a causa delle sue dissennate politiche di austerità, quella del 2007-2008. Tra l’estate e l’autunno, assistemmo all’impennata dello spread a quota 500, al precipitare della crisi del debito pubblico, con il rischio del default e del “baratro”, alla riproposizione ancora più forte delle politiche di austerità, con la gran parte della politica impegnata a sostenerla e a invocare l’arrivo del Salvatore Mario Monti, che si mise alacremente a lavorare per quell’obiettivo, con la controriforma delle pensioni, l’attacco ai diritti del lavoro, il rilancio delle privatizzazioni. E lo fece proponendo a sua volta una narrazione forte: quella di evitare la bancarotta del Paese, di non finire nella spirale della crisi irreversibile come la Grecia, di doversi fare carico del risanamento e dell’abbattimento del debito, assunto come tema decisivo e totem indiscutibile.

I poteri economici forti e la gran parte della politica, sconfitti sul terreno culturale del contrasto alle privatizzazioni, con l’egemonia ben simbolizzata dalla vittoria referendaria, riuscirono a spostare l’asse della discussione e dello scontro: non si parlò più dell’acqua pubblica e dei beni comuni, ma dell’ “impossibilità” di trovare le risorse per un nuovo investimento pubblico e, anzi, di doverne trovare di aggiuntive per affrontare quel nodo, e, per questa via, rilanciare le privatizzazioni. A riprova che esse sono componente essenziale della strategia neoliberista e che, quindi, l’esito referendario “non poteva essere rispettato”.

Questo cambio di prospettiva ha in un qualche modo spiazzato la stessa iniziativa del movimento per l’acqua: in parte, perché non lo si era sufficientemente messo in conto, ma anche perché ci si spostava su un terreno che non è propriamente aggredibile da un movimento settoriale, per quanto capace di una lettura di carattere generale, com’è il movimento per l’acqua.

Questa ricostruzione non ha puramente lo scopo di offrire una chiave di lettura di quello che è successo, ma penso ci serva per costruire una riflessione utile a suggerirci come stare in campo anche oggi, quando, per citare il secondo nuovo “Salvatore” Draghi, in questa fase ci sono risorse da spendere anche in investimenti pubblici, ma non siamo per nulla fuori dall’impianto neoliberista che, invece, permane. Esso si adatta alla crisi derivante dalla pandemia ed è pronto per essere riproposto, in una versione fortemente lesiva per i lavoratori e gli strati sociali più deboli, negli anni a venire. E allora, a noi serve costruire un orizzonte generale, una narrazione che affronti in termini sistemici i nodi della crisi, che ponga all’ordine del giorno il tema di una trasformazione radicale del modello produttivo e sociale attuale, di un’idea di superamento del capitalismo neoliberista. Un compito inedito e difficile, per il quale non esistono ricette precostituite e tantomeno quelle già sperimentate, ma che, intanto, ha come precondizione quella di costruire connessioni e convergenze tra tanti soggetti e movimenti che si muovono nella società.

L’altra riflessione che mi sento di proporre, in modo sintetico e solo accennato, è che, in questi anni, sono cambiati anche i temi e le soggettività su cui si può ricollocare anche la questione dell’acqua e dei beni comuni. In particolare, l’evidenza del tema del cambiamento climatico, dell’emergenza ambientale, della riconversione ecologica dell’economia – in una parola sola, dell’aggressione al bene comune “ultimo” della vita sul pianeta, come dimostra anche la vicenda della pandemia – fanno sì che è in questo contesto che va declinata, in modo rinnovato, anche l’iniziativa e l’impostazione del movimento per l’acqua.

Connettendo in modo più forte e rigoroso la lotta contro le privatizzazioni al tema della preservazione della risorsa, il contrasto alle logiche di mercato nella gestione del servizio idrico assieme all’attenzione alla scarsità del bene acqua, è evidente così il rapporto tra la possibilità che l’acqua possa essere effettivamente un diritto umano universale e il cambiamento climatico stesso.

Insomma, se la vogliamo cogliere, c’è una nuova stagione di fronte a noi. Possiamo percorrerla costruendo connessioni e convergenze tra vari soggetti, ragionando sul passato, ma soprattutto sapendo che c’è un futuro aperto per le nostre ragioni e le nostre iniziative.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 47 di luglio-agosto 2021:  “20 anni di lotta e di speranza

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