L’agricoltura contadina alla sfida della convergenza

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di Fabrizio Garbarino e Antonio Onorati (Associazione Rurale Italiana)

Nel 2021 il concetto di sovranità alimentare ha festeggiato il suo venticinquesimo compleanno. Si iniziò a parlarne in Messico già nel 1995 ma la questione emerse con chiarezza nel novembre 1996, quando i movimenti contadini, le associazioni, le ONG si riunirono a Roma nel Forum della società civile per il diritto al cibo, in parallelo al summit mondiale dei capi di stato sull’alimentazione tenuto presso la FAO. Da allora la sovranità alimentare è diventata un caposaldo nell’agenda delle rivendicazioni de La Via Campesina e delle centinaia di organizzazioni che la compongono, facendo di essa e del suo tessuto di oltre 200 milioni di contadini il più grande movimento sociale del pianeta.

Mai come in questi due anni di pandemia si è dimostrato evidente quanto questo concetto sia fondamentale per la vita delle persone e, insieme al modello di agricoltura contadina agroecologica e solidale, sia l’unica via di uscita dal ripetersi delle crisi alimentari e ambientali in atto nel pianeta.

A Marzo del 2020 i mercati contadini rionali di tutta Italia erano chiusi per un’improvvida decisione del governo centrale e delle amministrazioni locali; l’unica fonte di approvvigionamento alimentare delle famiglie sembrava essere il supermercato e gli assembramenti nei discount mettevano a repentaglio la salute degli operatori e dei clienti. A dispetto di ciò, migliaia di piccole aziende agricole seppero reinventarsi e creare, attraverso centinaia di gruppi di acquisto, una rete fittissima di vendita e acquisto solidale su tutto il territorio nazionale che regge ancora oggi.

La mancanza di visione che il governo e le istituzioni locali avevano ancora una volta dimostrato nei confronti delle produzioni locali e contadine veniva “corretta” dalla volontà della cittadinanza di continuare a nutrirsi in maniera sensata e dalla capacità dei contadini di interagire con questa volontà creando quello che noi contadini “produciamo” da migliaia di anni: cibo buono e socialità sana. Secondo i risultati di un’indagine ISMEA, l’emergenza Covid19 ha determinato un sensibile aumento del numero delle aziende agricole che praticano la vendita diretta e, di conseguenza, il fatturato di questo canale nel 2020 ha superato i 6,5 miliardi di euro.

Questa mancanza di visione non era però dovuta al panico generato dalla pandemia ma da un’incapacità ormai decennale da parte delle istituzioni di questo Paese di capire quale sia il valore strategico della nostra agricoltura.

Infatti l’Italia è, insieme alla Francia, il paese agricolo più importante d’Europa. Nel 2020 il valore della produzione di agricoltura, silvicoltura e pesca in Italia è pari a 59,6 miliardi di euro mentre il valore aggiunto di agricoltura, silvicoltura e pesca in Italia ammonta a 32,9 miliardi di euro.

L’Italia mantiene il primo posto della classifica europea del valore aggiunto dell’agricoltura anche nel 2020, seguita dalla Francia (30,2 miliardi). In terza posizione la Spagna (29,3 miliardi), che ha ridotto notevolmente, rispetto al 2019, il divario dalla Francia mentre ha perso terreno la Germania, che si conferma in quarta posizione (20,3 miliardi),

In Italia (e in parte anche in altri paesi europei) i governi che si sono succeduti negli ultimi 40 anni hanno “affidato” il tema agricolo ai cosiddetti “addetti ai lavori”: le decisioni e la governance di questa colonna portante dell’economia e della società italiana sono state di fatto esternalizzate a conventicole più o meno grandi e, non ultimo, alle sedicenti associazioni di categoria,. «I lavoratori nel settore agricolo sono rappresentati da diverse importanti organizzazioni e sindacati, che fungono da intermediari tra essi e lo Stato. Tuttavia, diversi incontri con agricoltori e ricercatori del settore hanno rivelato che queste stesse organizzazioni spesso non riescono a rappresentare correttamente le esigenze degli agricoltori. Sembra che il sistema sia ben consolidato e che queste pratiche scorrette siano radicate, lasciando agli agricoltori poche speranze che possa essere articolato un modello per una migliore rappresentanza»- (Relazione a cura di Hilal Elver, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, in visita in Italia, 20-31 gennaio 2020- Roma, 31 gennaio 2020)

Il 2020 è stato un anno difficile per il settore agricolo, ma si consolida il peso dell’agroalimentare [1].

Dopo la performance negativa del 2019 (-1,6% il valore aggiunto in volume), con la crisi dovuta alla pandemia da Covid-19, il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha subìto una ulteriore marcata contrazione: nel 2020 la produzione è diminuita in volume del 3,2% e il valore aggiunto del 6%.

La produzione agricola di beni e servizi ha subìto una flessione più contenuta (-1,4% in volume e -0,5% in valore), però gli effetti della pandemia hanno inciso pesantemente sulle attività secondarie dell’agricoltura (-20,3% in volume).

L’occupazione misurata in Unità di lavoro (Ula), nei settori agricoltura, silvicoltura e pesca è diminuita rispetto al 2019 del 2,3%: la componente del lavoro dipendente è scesa del 3,3% e quella indipendente dell’1,8%.

Ancora più decisa è la flessione dell’occupazione nell’industria alimentare (-6,7%), che ha portato l’input di lavoro dell’agroalimentare a subire un calo complessivo del 3,4%.

Nel 2020 i redditi da lavoro dipendente in agricoltura silvicoltura e pesca sono diminuiti del 2,3%; in particolare le retribuzioni lorde sono scese del 2,7%.

Gli investimenti fissi lordi hanno registrato un brusco ridimensionamento sia in valori correnti (-12,3%), sia in volume (-12,2%)

A dicembre 2020 sul territorio italiano sono presenti 458.534 aziende zootecniche.

Di queste, il 61,7% alleva specie bovine, bufaline, suine e ovi-caprine (prese in considerazione nell’indagine campionaria sulla consistenza del bestiame)

Rispetto al 2019, si stima una notevole contrazione del numero di aziende zootecniche (pari a 282.759).

  • Le giornate di lavoro prestate si sono ridotte, nel decennio 2000/2010, di un quarto, con una riduzione maggiore per quelle prestate dalla manodopera familiare e un insignificante aumento per quelle prestate dalla “altra manodopera”
  • Cresce il lavoro “irregolare”: nel 1999 si stimavano 740 mila addetti regolari a fronte di 372 mila irregolari (oltre il 33%). Nel 2009, dieci anni dopo, siamo 616 mila regolari contro 362 mila irregolari: il 37%!
  • Cresce il lavoro del “conduttore”: mentre il numero delle persone si è ridotto del 36% circa, quello delle giornate lavorate solo del 25% circa
  • In termini occupazionali, nel periodo 2000-2010 un terzo dei lavoratori è uscito dalle aziende agricole (- 163.057 unità) ,

Le Regioni, che gestiscono in autonomia i soldi della PAC (NdR: Politica Agricola Comune), hanno a loro volta polverizzato la governance agricola di questo Paese, trasformando in piccoli feudi le realtà produttive che in altro verso si globalizzavano a discapito dei medi produttori.

In Italia fra i primi cinque multimiliardari ben due, Ferrero e Barilla, hanno a che vedere con l’agricoltura; le multinazionali straniere hanno acquisito negli ultimi 20 anni Parmalat, Perugina, Buitoni e quasi la totalità dei marchi del settore lattiero caseario, che erano sì industrie alimentari ma che avevano un rapporto fortissimo con il loro territorio di appartenenza. Tutto ciò ci fa capire come la schizofrenia del sistema capitalistico italiano sia in questo settore ai massimi livelli possibili: da una parte si opera spregiudicatamente sui mercati internazionali nell’acquisto di materie prime (cereali, latte, soja e prodotti agricoli “coloniali”) e dall’altro si è “vittima” di acquisizioni e delocalizzazioni nella produzione del cibo (contrariamente alla vulgata che vuole il cibo italiano non delocalizzabile per antonomasia).

Nello stesso tempo le aziende agricole medie e piccole chiudono a ritmi di 100.000 unità all’anno.

Le aziende con una dimensione fino a 10 ettari erano 1.187.909 nel 2013 e 845.035 nel 2016:  in 3 anni sono quindi sparite 342.874 aziende. Nello stesso arco temporale, quelle con una taglia superiore ai 50 ettari sono passate da 56000 a 60000, con un incremento di sole 4000 unità.

Si sono così lasciati sul campo migliaia di posti di lavoro di qualità che in parte si trasformano in bracciantato sottopagato (che colpisce gli autoctoni come gli stranieri). A differenza di ciò che avvenne negli anni dell’industrializzazione, i posti di lavoro persi non saranno riassorbiti da altri settori economici.

Inoltre migliaia di ettari di superficie agricola vengono abbandonati, soprattutto in montagna e in collina (che ricordiamo costituisce il 70% del territorio italiano) o sono vittime di latifondo, un fenomeno che sta tornando alle dimensioni precedenti alla riforma agraria degli anni ’50.

5.000 aziende con una dimensione superiore ai 100 ettari coltivano circa 3,5 milioni di ettari, pari al 26,6% del totale, mentre 1,5 milioni di aziende, con una taglia inferiore ai 30 ettari, pari al 94,7% delle aziende, coltivano poco meno di 6 milioni di ettari, pari al 46.6% della terra agricola coltivata (fonte ISTAT, dati del 2016).

La riduzione della superficie agricola è causata anche dalla speculazione fondiaria per l’edilizia (secondo ISTAT si perdono in media almeno 2.500 kmq di suolo all’anno) o peggio, per l’acquisizione di premi agricoli speculativi generati dalla PAC (Politica Agricola Comune).

Cosa (di indigesto) bolle in pentola.

Oggi il comparto agricolo è vittima di altre “malattie” spacciate come cure: la digitalizzazione e il biotech.

A sentire i nostri attuali governanti, questi due prodotti di punta dell’agricoltura 4.0, dovrebbero risolvere i problemi causati dallo stesso sistema che li vuole sanare: la burocratizzazione elefantiaca (frutto della clientela fra amministrazione pubblica e associazioni di categoria), la “scarsa modernizzazione” del comparto nonché, dulcis in fundo, contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici.

La propaganda impazza e anche l’agricoltura diventa terreno di conquista per le multinazionali del big data e del “biotech-dal-volto-umano”. Nuove narrazioni si impongono: se prima il transgenico  ci avrebbe salvato dalla malnutrizione (nel 2020 il numero totale degli affamati ha superato abbondantemente gli 800 milioni – fonte FAO), ora ci salverà dall’inquinamento prodotto dall’agricoltura industriale (consumi di pesticidi, di antibiotici, di chimica in varie forme, l’effetto serra causato dagli allevamenti industriali, ecc).

Queste narrazioni sono confutabili: la digitalizzazione è iniziata con l’identificazione elettronica di milioni di capi di bestiame tramite transponder impiantati negli stomaci o nelle orecchie degli animali. È proseguita trasferendo le anagrafi zootecniche cartacee, gestite dai comitati locali di allevatori, alle banche dati nazionali, gestite dalle associazioni di categoria. Il passo successivo è una mappatura digitale delle produzioni legata alla spinta anche economica all’utilizzo di attrezzature ipersofisticate (e ipercostose) per la lavorazione dei terreni o la trasformazione dei prodotti. Infine si arriva a convergere con le biotecnologie degli NBT (TEA o NGT, i nuovi OGM) con la  mappatura on-line delle caratteristiche genetiche delle produzioni e con le loro conseguenti manipolazioni attraverso la tecnica Crisp o la mutagenesi assistita in vitro, promettendo di risolvere i problemi sulle coltivazioni dovuti ai cambiamenti climatici “semplicemente” sostituendo un gene ad esempio sensibile alla siccità con un uno xerofilo che quindi permetterebbe alla pianta di essere più produttiva in carenza di acqua. Panzane a cui nessun genetista serio crede ma che drenano milioni di euro di fondi pubblico-privati dei quali la ricerca avrebbe bisogno per restare in vita in questo Paese che spende per essa le briciole del budget statale.

L’agricoltura contadina alla sfida (e alla necessità) della convergenza.

In questa desolata e desolante situazione la via di uscita c’è e, come scrivevamo all’inizio dell’articolo, ha dimostrato di funzionare anche nei momenti drammatici: l’agricoltura contadina agroecologica e solidale diffusa su tutto il territorio e capace con il proprio lavoro di dare lavoro e di produrre cibo di qualità ad un prezzo corretto.

Né la Politica Agricola Comune dell’UE (con la sua ultima e terrificante “riforma”) né gli estensori del PNRR sembrano aver capito l’importanza di sostenere questo modello inclusivo, diffuso e ambientalmente corretto di produrre e distribuire il cibo, continuando invece a favorire i modelli di produzione industriale di cibo condito di falso green e biotech che ci condannano alla dipendenza tecnologica, alimentare e sociale da industrie e multinazionali rapaci e voraci.

Si rende allora necessario che a sostenere la lotta per l’affermazione dell’agricoltura contadina, agroecologica e solidale non siano solo le organizzazioni contadine come ARI e La Via Campesina ma sia la cittadinanza tutta e le organizzazioni sociali di ogni derivazione che, nella convergenza sui temi della produzione di alimenti, ridefiniscano strategicamente le priorità del diritto al cibo e della lotta per la sovranità alimentare.

Questa strada di lotta comune serve anche a ridisegnare una mappa della cittadinanza agricola che strappi la governance del cibo dalle mani di lobbies più o meno voraci, restituendola ad una gestione democratica del primo settore che manca da decenni a questo Paese.

[1] ISTAT – Rapporto sull’andamento dell’economia agricola 2020

Photo Credits: La Via Campesina and FIAN International – UN Declaration on Rights of Peasants and Other People Working in Rural Areas  (CC BY-SA 4.0)

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 48 di Gennaio-febbraio 2022: “Cosa bolle in pentola?

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