La società della cura contro l’abisso dell’ultima era

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di Marco Noris, Attac Bergamo

Nel 1983 Immanuel Wallerstein pubblicò il libro “Il Capitalismo storico” nel quale affermava:

“I sistemi storici sono, per l’appunto, storici. Vengono al mondo e poi cessano di esistere, come conseguenza di processi interni nei quali l’esasperazione delle contraddizioni interne conduce a una crisi strutturale. Le crisi strutturali sono vaste e di lunga durata. Ci vuole tempo perché si manifestino. Il capitalismo storico è entrato in questa crisi strutturale all’inizio del secolo XX e conoscerà la propria fine come sistema storico in qualche momento del secolo prossimo venturo. È azzardato predire cosa verrà dopo. Ciò che possiamo fare ora è analizzare le dimensioni della crisi strutturale e percepire le direzioni verso cui questa crisi di sistema ci sta portando.”

A distanza di quasi 40 anni, questa affermazione può apparire profetica: la crisi iniziata nel 2007-2008 ha tutte le caratteristiche della crisi strutturale, non ha avuto sostanziali soluzioni e ha continuato ad erodere le economie soprattutto occidentali. La pandemia da Covid-19 ha fatto il resto: alla fine dei primi due decenni del XXI secolo in molti cominciano ad affermare che questi due eventi hanno già determinato le traiettorie del secolo in corso e, soprattutto, l’accelerazione del processo di crisi sistemica.

Per Wallerstein la crisi storica del sistema aveva come principale causa scatenante la mercificazione di ogni cosa e, anche in questo, è risultato profetico: il capitalismo in crisi tenta di mettere a valore qualsiasi cosa, vivente o meno, o persino immaginabile e su questo è già stato scritto molto sin dai tempi di Marx. Ci sono però almeno un paio di cose da puntualizzare e caratterizzano nello specifico questi tempi e la loro unicità.

La prima è che nel disperato tentativo di procedere nei processi di mercificazione e di accumulazione il capitale cerca di mettere a valore qualsiasi cosa ma, appunto, lo spazio necessario all’evoluzione di tale processo, nonostante le alchimie e gli sforzi della “metafisica” finanziaria, è finito: ciò che può essere sfruttato a tale scopo sta su questo pianeta e non oltre. In modo analogo, di fronte alla fine dello spazio, sta finendo anche il tempo, inteso come il tempo della messa a valore non solo dell’attività lavorativa bensì di qualsiasi istante della vita materiale, persino di questo momento nel quale qualcuno sta leggendo queste righe attraverso la rete. Quindi, di fronte ad una dimensione spaziale finita non rimane molto di più al capitale che sfruttare ulteriormente il tempo in ogni frazione infinitesimale possibile, cercando di estrarre in qualche modo valore: la finanza dell’high frequency trading è la migliore esemplificazione di questo processo ma, nello stesso tempo, ci conferma che la dittatura dell’accelerazione nella quale siamo confinati non solo ha distrutto la nostra dimensione progettuale tanto individuale quanto collettiva ma ha reso sempre più aleatori, se non quasi impossibili, la gestione e il controllo dei processi in corso anche da parte del capitale stesso.

La seconda cosa da puntualizzare in merito alla possibile fine di un sistema storico scaturisce sicuramente dalla prima ma esplicita in maniera diretta l’unicità di questi tempi: i limiti spazio-temporali dell’azione del capitale sono i limiti del pianeta e la crisi ambientale globale ne è diretta conseguenza. Non siamo più, quindi, di fronte ad un processo di semplice cambiamento di sistema storico, importante ed epocale, la fine di un sistema plurisecolare ma, per la prima volta nella storia dell’umanità, siamo di fronte alla possibile fine di un sistema storico che può trascinare con sé nel baratro l’intera umanità e la vita sul pianeta. È vero come afferma Wallerstein che è azzardato predire cosa avverrà dopo, che è pressoché impossibile capire quale sistema storico andrà a costruirsi dopo il precedente, ma la possibilità che il futuro sia molto peggio del presente è molto concreta: le luminose speranze di un mondo migliore dopo la fine del capitalismo, in queste condizioni, sono veramente lungi dall’essere concretizzate. In questo senso è più che attuale il pensiero di Braudel per il quale Marx probabilmente sbagliava nel dire che gli uomini fanno la storia: è più probabile che la subiscano. Quello che possiamo provare a fare è analizzare e inserirci all’interno delle biforcazioni storiche che la crisi e la sue accelerazioni improvvise e impreviste provoca: in questo senso nella misura in cui siamo di fronte a processi che spezzano le traiettorie secolari della storia c’è comunque più di una possibilità per quanto remota e difficile nella sua realizzazione concreta. Tra le pur mille difficoltà del presente, un progetto volto alla costruzione di una Società della Cura cerca esattamente di sfruttare questa possibilità, un progetto che, consapevole del presente, tenta di trovare un’alternativa alla storia subìta, un progetto ambizioso ma, in questi termini, indispensabile.

Da alcuni mesi in Italia è in atto la costruzione di un percorso ben conscio dell’attuale situazione storica e dell’urgenza della costruzione di un’alternativa capace di dare risposte per evitare un disastro che sembra annunciato. Al Manifesto “Uscire dall’economia del profitto, costruire la Società della Cura” hanno aderito centinaia di realtà, gruppi, associazioni, singoli, reti e movimenti intenti a cercare un terreno comune, una progettualità, una nuova soggettività capace di innovare e superare la mera sommatoria dei soggetti.

A coloro che hanno proposto, aderito e sostenuto il Manifesto sono chiare alcune cose importanti del processo progettuale in corso. In un mondo nel quale esiste un’oggettiva proliferazioni di manifesti, questo non può semplicemente allungare la lista dei tanti ai quali in questi anni molti hanno aderito. La moltitudine dei manifesti e degli appelli ha sempre risposto ad esigenze concrete, di urgenza, di reazione di fronte a situazioni in rapido deterioramento, in termini ambientali, democratici, di convivenza civile tra i popoli e sostenibile per il vivente. Molto spesso, però, l’adesione era un punto di arrivo per un percorso, se non addirittura la fine del percorso stesso, un elenco del “cosa fare” e del come dovrebbe essere il mondo, spesso una sorta di lista della spesa destinata, però, a rimanere tra le mani perché qualsiasi bottega risultava inaccessibile per l’acquisto. Dopo qualsiasi nuova iniziativa, quindi, il senso di frustrazione era ormai palpabile da tempo.

Il manifesto per la Società della Cura intende superare questa impasse. Il manifesto costituisce solo l’inizio, una sorta di motorino di avviamento di un intero impianto rivolto ad una nuova costruzione collettiva, capace di recepire istanze e proposte, coordinarle e mettersi a servizio di queste, creare, come sottolineato, una soggettività nuova, un progetto attrattivo, e quindi divenire, mutuando un concetto base dell’analisi matematica, una sorta di punto di accumulazione.

In questo caso, il manifesto in sé, le adesioni e gli eventi stessi, come la mobilitazione del 21 novembre, sono solo tappe di un percorso e punti di riferimento che si situano su una traiettoria di necessaria lunga durata. Questo è un dato di base e di approccio politico importante: qualsiasi momento, mobilitazione o evento non perfettamente riuscito o annullato soprattutto di questi tempi di pandemia non devono mettere assolutamente in discussione la bontà del percorso stesso e affievolire la spinta che lo porta avanti.

Inoltre, il manifesto è molto chiaro nelle sue finalità: l’obiettivo di un cambio di paradigma è esplicito ma non si tratta semplicemente di proporre una critica all’esistente, bensì si cerca di coagulare nel progetto una proposta complessiva di società diversa e, soprattutto, di rispondere alla fatidica domanda del “come fare” a realizzarla, imboccando la strada esattamente contraria a quella della polverizzazione di realtà, movimenti e azioni che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

In questa cornice, sono sufficientemente chiari gli intenti e il percorso progettuale interno, seppur complesso e articolato, e gli attori coinvolti stanno cercando di armonizzare e controllare tutte quelle che possono ritenersi le variabili endogene al processo in corso.

Vale, però, la pena indagare maggiormente le variabili esogene al di là di quelle precedentemente evidenziate nei possibili scenari di lungo periodo, calarsi maggiormente nella fase contemporanea la quale, nel mezzo di una pandemia che non intende lasciare tregua, può portare a cambiamenti repentini, accelerare processi con conseguenze difficilmente prevedibili anche nel breve e medio periodo.

Tra i tanti, ci sono alcuni elementi che vanno sottolineati e che proprio la pandemia da Covid-19 ha portato chiaramente alla luce.

La prima, forse la più lampante, è la totale subalternità della classe politica, soprattutto occidentale, al Capitale. Europa e Stati Uniti sono le aree che peggio hanno fatto per far fronte alla pandemia, gli Stati Uniti, in particolare, detengono ad oggi il triste primato del 20% circa dei contagi planetari mentre sono solo poco più del 4% della popolazione mondiale. Questo dato di fatto non può assolutamente essere spiegato semplicemente con l’inettitudine della classe politica occidentale: questa sarebbe una critica particolarmente scivolosa perché concentra il giudizio e la riprovazione sul terreno etico ma non necessariamente politico: si cercano i responsabili all’interno delle strutture del sistema, che pure ci sono, pensando che una loro semplice sostituzione possa risolvere il problema; in questo modo viene celata la natura squisitamente strutturale del problema stesso. La questione è che non si tratta tanto di inettitudine, quanto di strutturale e completa sudditanza a quel capitale che non intende affatto rallentare processi produttivi finalizzati all’accumulazione e all’autoespansione. Dagli Stati Uniti alla Lombardia, la regione italiana più colpita e industrializzata, il diktat del capitale impone la scelta dicotomica tra economia e salute come mai era accaduto in maniera così chiara in Occidente da decenni.  Questo semplice fatto svela la grande contraddizione, se non il grande inganno, di questi tempi: di fronte alla pandemia le sedicenti grandi democrazie occidentali hanno un enorme problema proprio di democrazia: impossibilitate a garantire la salute dei propri cittadini, mostrano esplicitamente la loro funzione di intermediari ed esecutori di un potere effettivo e reale sottratto a qualsiasi controllo democratico. La consapevolezza del ruolo subalterno della classe politica occidentale si è ormai ben radicata nel pensiero comune.

Se da un lato la subalternità delle strutture politiche al capitale appare molto chiara è altresì lampante che, a fronte del disastro di questi tempi, il capitale non abbia alcuna volontà né capacità di invertire la rotta, di pensarsi in modo “altro” se non rinnegando sé stesso e la sua storia. Certo, ci sarebbe da riflettere sulle capacità da parte del capitale di rinnovarsi attraverso una sorta di distruzione creatrice nella crisi di  matrice schumpeteriana, che non è sicuramente argomento di queste poche righe, ma, anche in questo caso, alla luce della situazione attuale, è improbabile che ciò si possa attuare se non a prezzo di disastri epocali. Siamo quindi collocati all’interno di una macchina, una sorta di auto senza freni che corre in discesa; sappiamo che andremo a schiantarci ma non sappiamo come fermarla.

Questa incapacità e impossibilità strutturale da parte del sistema di concepirsi e realizzarsi come “altro da sé” e, nello stesso tempo, la situazione di oggettivo dominio sulla sfera della politica istituzionale, pone un problema altrettanto strutturale nella crisi della democrazia: se ormai quasi due decenni fa Colin Crouch poteva parlare di post-democrazia, oggi possiamo azzardare di vivere in un mondo più specificatamente post-politico nella misura in cui qualsiasi azione specificatamente politica non sembra in grado di incidere minimamente né sulla direzione che sulla velocità dei processi storici in atto. Qualsiasi cambiamento anche se ottenuto con enorme sforzo appare sempre limitato tanto nello spazio, e quindi molto localizzato in termini sia geografici che di ambiti specifici, quanto nel tempo e, di conseguenza, destinato magari a creare un qualche ciclo virtuoso che mitiga però solo temporaneamente se non illusoriamente le tendenze strutturali contemporanee.

In questa situazione il problema si ingigantisce e oltrepassa la sfera del politico e si trasforma in culturale con una sua specifica qualità e dimensione storica. Non siamo però esattamente di fronte alla “Fine della storia” come preconizzò Francis Fukuyama quasi una trentina di anni fa intendendo con questo il tacito riconoscimento dell’assenza di alternative totali, siamo di fronte a qualcosa di diverso e più specifico. Remo Bodei, infatti, sostenne che più che la storia in sé era terminato quel particolare rapporto tra storia e utopia che aveva caratterizzato la cultura degli ultimi tre secoli, la fine dell’utopia che entra nella storia e che trasforma la storia stessa in processo di avvicinamento al fine utopico, una visione progressista che concepisce la storia come mezzo di cambiamento, di riscatto, in linea generale come processo che porta da uno stato di imperfezione ad uno di perfezione. Siamo, quindi, di fronte alla fine delle illusioni emancipatorie, della spinta propulsiva della modernità così come, appunto, hanno sottolineato i pensatori post-moderni ma, d’altro canto, la fine della modernità ci porta al cospetto di una concezione di storia sacra, dei fondamentalismi non solo religiosi, bensì identitari in senso più ampio, che hanno come base il rifiuto del progetto moderno della storia, vissuto, oggi, come fallimentare. In buona sostanza, per molti, il mondo del XXI secolo non è il mondo della speranza nel progressivo cambiamento bensì un contesto di lotta disperata per la conservazione di un mondo che sembra destinato a soccombere di fronte alle possibilità di cambiamento che assume una connotazione regressiva.

Sebbene questi ragionamenti possano sembrare avulsi oppure in eccessivo anticipo rispetto alla fase iniziale del progetto, in realtà non lo sono affatto: una Società della Cura, nel suo percorso di realizzazione, nel darsi una risposta a quel fatidico “come fare?”, spesso ostacolo e motivo si frustrazione progettuale, deve porsi fin da subito nell’ottica di affrontare il macigno di questa problematica culturale ormai sostanzialmente globale, essere capace di riconnettere storia e orizzonte utopico, l’unico in grado di riattivare una speranza di cambiamento in senso positivo.

Questa riconnessione è necessaria sin da oggi poiché gli effetti ormai consolidati della sua mancanza sono ben visibili nella quotidianità delle persone.

Veniamo da una fase della storia del Capitalismo genericamente definita neoliberista. Uno degli aspetti caratterizzanti di questa fase è quello di non essersi limitato a minare la dimensione identitaria collettiva della classi sociali subalterne, bensì quello di aver attuato, tout court, una destrutturazione generale dello stesso senso dell’identità collettività. La distruzione dello spazio dell’identità collettiva ha come corollario la corrispondente distruzione del tempo della progettualità dell’individuo costretto ad una personale e isolata lotta per la sopravvivenza che, in un mondo senza speranza positiva di cambiamento, assume le sembianze del “si salvi chi può”. In questo contesto la stessa coscienza di classe non porta conseguentemente all’identità e alla possibile lotta di classe ma al possibile tentativo di fuga da quell’identità in termini individuali o attraverso una ricomposizione della collettività perduta in senso però conservativo e reazionario. La stessa definizione di casta affiorata in questi decenni non sembra casuale e accanto a quella di classe sociale non appare in questo contesto sostitutiva di quest’ultima: ad esempio, l’assenza di speranza in quello che generalmente definiamo come “ascensore sociale” è illuminante per comprendere la complementarità dei due termini. Se nella concezione passata e dinamica della Storia il passaggio di classe era possibile, l’impossibilità del cambiamento porta al riconoscimento dell’ineluttabilità statica della casta. Nella medesima casta possono convivere anche diverse classi sociali, perlomeno in termini economici, e persino rapporti interclassisti consolidati ma il tutto avviene e si sviluppa all’interno di una struttura sociale definita e, apparentemente, immutabile.

Se riteniamo possibile questa analisi, allora ci risulterà più chiara e più facilmente spiegabile l’avanzata della destra nel mondo occidentale, quella destra che pensavamo morta e sepolta nella prima metà del secolo scorso. Ci può anche far capire come personaggi di destra che disprezzano la democrazia siano al potere per diritto elettivo grazie al voto di circa un terzo degli elettori del pianeta che, probabilmente, non ritengono più la stessa forma democratica come la migliore e più efficiente per governare un mondo in costante pericolo, crisi ed emergenza.

È all’interno di questa cornice che si muove la costruzione del progetto per una Società della Cura.

Un percorso di necessaria lunga durata, cosciente di un compito sociale, politico e culturale in generale, lungo e difficile; una progettualità capace di incidere sia sul pano della critica all’esistente quanto alla rappresentazione dell’alternativa e, soprattutto, nel percorso della sua realizzazione volta ad un sostanziale positivo cambiamento nella vita delle persone.

C’è però un’ulteriore ineludibile riflessione che si pone: Innanzitutto proporre in queste condizioni storiche una società basata sulla cura che parla di cambio di paradigma, significa porsi necessariamente in una posizione  esplicitamente antisistemica. In questo contesto le possibilità di compromesso sono pressoché assenti, quanto le possibilità di alleanze in chiave riformista, che rimarrebbero semmai confinate a questioni specifiche, di carattere tanto strategico che tattico ma che non possono risultare di grande aiuto all’obiettivo dei cambiamenti strutturali prefissi.

Inoltre una qualsiasi soggettività che si pone apertamente in chiave antisistemica non può evitare di affrontare la questione del conflitto. Se da un lato non è impossibile l’accoglienza nei confronti di alcune specifiche proposte, dall’altro il progetto nel suo complesso non può venire accolto in termini sistemici. La questione del conflitto si pone, quindi, tanto in termini quantitativi che qualitativi: quale livello di rapporti di forza si dovrà raggiungere per poter giocare una partita che non sia di pura testimonianza? Quali forme del passato, del presente e, in prospettiva, del futuro può assumere il conflitto?

La questione del conflitto è centrale già di per sé in un mondo post-democratico poiché lo stesso processo storico democratico è frutto diretto del conflitto politico e sociale, è il raggiungimento di un compromesso, di un punto di equilibrio tra interessi contrapposti e, molto spesso, inconciliabili. La democrazia è forte e vitale proprio nel momento in cui questo equilibrio viene raggiunto ma, oggi, tanto i movimenti, quanto le forze sindacali e della sinistra in generale sono consci di quanto, a partire dal nuovo millennio, sono state sottratte possibilità, terreni e spazi nei quali agire il conflitto stesso.

Se da un lato questo quadro sembra poter incentivare disillusioni e rinunce, dall’altro il percorso per una Società della Cura nasce ponendosi anche questo problema. Il tentativo di unione e di sintesi tra l’arcipelago dei soggetti coinvolti, va in quella direzione: non solo, quindi, un movimento rivolto a recepire istanze e progettualità ai fini della costruzione di una rappresentazione articolata di una nuova società, ma anche la creazione di una soggettività sufficientemente forte per conquistare presenza, visibilità e reggere l’urto di conflitti che alla lunga sarebbero inevitabili in caso di affermazione della proposta. In tal senso il quadro che si è delineato in questi anni è abbastanza chiaro: le conquiste o le gentili concessioni sono arrivate anche in breve tempo sempre nella misura in cui le istanze di cambiamento erano sì pressanti ma limitate allo spazio locale, al tema specifico, a quella nicchia che, al contrario di quanto si possa pensare, non ha contagiato più di tanto il mondo al suo esterno. È irreale pensare, però, che una dinamica antistemica anche solo più ampia e anche senza ambizioni globali nel medio periodo possa evitare il conflitto: in questo senso abbiamo imparato dalla lezione di Genova, nel 2001, che anche quando non cerchi il conflitto, il conflitto ti cerca e ti trova.

Come affrontare quindi tutto questo? A tal fine, in questo quadro e in questo percorso alcuni passaggi sembrano auspicabili. In primo luogo va ribadito che l’inizio del processo ha imboccato la strada corretta per tutti quei motivi ribaditi più volte precedentemente. Può essere utile, però, per andare maggiormente in profondità e nello stesso tempo mantenere una sufficiente sintesi, utilizzare ancora le coordinate spazio-temporali.

Il percorso necessita di una grande pervasività in termini culturali: questo significa soprattutto essere capaci di occupare ogni spazio disponibile all’interno della quotidianità e della vita materiale. Abbiamo di fronte un nemico che non sceglie quale terreno occupare ma che, nella pratica, se li prende tutti: se giocheremo la nostra partita su  terreni più limitati finiremo per giocare da soli. Una volta delineato e condiviso il progetto, la pervasività culturale non può escludere le varie forme dell’impegno civile, sociale e politico; lo spazio progettuale non va solo dal locale al globale ( e in tutti i suoi spazi intermedi) ma anche dal mutualismo al mondo del lavoro, dalle esperienze culturali più nuove e svariate alle forme più strutturate e storiche della sinistra. Nel momento in cui il progetto è chiaro, sono stati delineati valori e obiettivi imprescindibili e si è raggiunta la condivisione, dovrebbe giungere l’ora della fine delle dicotomie inutili tra nicchie non comunicanti. La questione non è riassumibile solo nel concetto per cui nessuno si salva da solo: la situazione  è talmente grave per cui è molto più probabile che da soli si possa solo morire.

Oltre ad aver curato lo spazio dell’intervento e della comunanza progettuale, occorre però riflettere sul tempo. Anche in questo caso dobbiamo muoverci su molteplici assi temporali: quello più evenemenziale come, ad esempio, quello della mobilitazione del 21 novembre; quello dei percorsi delle campagne e del perseguimento di obiettivi specifici nel medio periodo; quello della realizzazione progettuale complessiva nella lunga durata, quello apparentemente più utopico ma, forse, il più importante: è grazie all’elaborazione di questo orizzonte che abbiamo delineato una precisa direzione e, soprattutto, è grazie alla forza di questo orizzonte che si possono superare momenti di crisi e di insuccesso. Senza questa forza, l’insuccesso e la crisi si traducono spesso nella fine di un percorso e non semplicemente in un rallentamento, in una fase di riflessione finalizzata alla ripartenza.

Abbiamo bisogno esattamente di questo atteggiamento perché in una fase di delicata costruzione la disillusione è sempre dietro l’angolo e un percorso per una Società della cura ha bisogno di tutto questo ma anche di tanta, tantissima ostinazione.

 

 

 

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