La politica nel movimento

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di Salvatore De Rosa (Attac Taranto)

Per quell’appuntamento il sentimento di pericolo per la direzione didestini del mondo verso orizzonti insensati aveva scoperto l’appropriazionedella sfera politica da parte di organismi sovranazionali e forzò letradizionali gabbie associative rovesciando nelle strade di quella città unagran massa di persone, molte delle quali, insieme al neoliberismorifiutavano quelle gabbie stesse, quei modi autorappresentativi di farpolitica.

I vertici delle associazioni per non essere travolti furonocostretti a mediare con l’esigenza di quella grande e malvista eterogeneitàche continuò a riempire le piazze nonostante la feroce repressione di queigiorni. Carlo Giuliani vi apparteneva con evidenza: aveva frequentatodiverse associazioni uscendo da tutte. Nelle piazze la contaminazione delleculture era possibile, e risultava chiaro che un potere che andava demolendoil diritto internazionale, le conquiste sociali e l’esigenza di salvaguardiadel pianeta non l’avrebbero mai sconfitto le associazioni esistenti. Così fugiocoforza che nascessero i forum sociali, proclamando ricchezza ladiversità. E’ nel fallimento di quell’esperienza, e non nei proiettili, neimanganelli e negli arresti, che striscia la restaurazione.

Far fallirequell’esperienza fu relativamente facile per le scafate rappresentanze delleassociazioni: bastarono i tentativi di egemonia, la bassa politica asvuotare i luoghi di discussione. Quei metodi, unitamente alla minacciosapresenza dei tutori dell’ordine, ridimensionano adesso anche lemanifestazioni più politiche. Generando anche un arretramento del dibattito:occorre superare la dimensione movimento con il partito? Come se nonesistessero altri orizzonti organizzativi; come se l’esperienza novecentescanon ci fosse proprio stata e le sue residualità non siano eloquenti.

Non è quindi la politica istituzionale, i partiti, a rendere più difficilii tempi; essi marciano su un terreno già devastato, che non riesce aesprimere organismi politici. E un ceto politico, così come lo si èsperimentato, mostra sempre una tattica rigidezza e una strategicaduttilità: chi ha compiuto le lotte degli anni ’70 sa che sia quelloparlamentare che quello extraparlamentare sono riusciti alla lunga adarmonizzarsi con quei processi che ci sono nemici. Per adesso, il cetopolitico “di movimento”, o meglio, quello che tende a installarsi alla testadel movimento ottiene la riproduzione delle nicchie, lo zoo ideologico incui da ogni gabbia si deve sentire un solo verso.

Nessuna delle idee di radicalità proposte dalle aggregazioni interne almovimento è all’altezza di contrastare il progetto politico del nuovo,antidemocratico ordine mondiale, perché nessuna genera una praticaaggregante e inclusiva in cui la politicizzazione possa progredire.

Al contrario, secondo un copione già visto, si tende a distruggerel’eterogeneità per raccogliere organizzativamente le briciole. Non essendoviuna discussione di progetti politici il confronto si gioca sugliatteggiamenti e sulla risonanza della gestione di alcuni momenti pubblici,con una gara ad acquistare rilevanza solo all’interno di fasce del corpomilitante.

Nessuno che si dia la pena di riflettere sulla situazione può pensare cheil processo in atto consentirà molto a lungo le militanze impiegatizie,puramente esecutive, e non approfitterà delle divisioni e deiridimensionamenti.

Certo, non impedirà le carriere personali, ma questo è unaltro discorso. Né potranno mai essere risolutivi gli accordi tattici tradirigenti ai quali la stessa crescita della propria organizzazione paresecondaria rispetto al mantenimento della propria influenza personale.

Se gli Stati Uniti dovessero uscire dall’OMC, se il protezionismo dovesseriaffacciarsi, resterebbe sempre in piedi, del fenomeno che abbiamo chiamatoglobalizzazione, la contrazione degli spazi di democrazia, che marcia, comegià fece il fascismo, sul mancato superamento delle dinamichedirigenti-diretti, presenti nelle culture politiche.

Teniamo presente chel’unico partito che mostra di interloquire col movimento fa anch’esso inrealtà un’ operazione di pura propaganda, in quanto nulla della sua lineaviene deciso da altri che non sia il suo vertice. Il devastante “pacchettoTreu”, grossa spallata alle conquiste dei lavoratori, fu varato quandoquella forza era al governo, e non risulta che ciò sia stato preceduto da undibattito nelle sezioni.

Per questo, stare nel movimento in modo organizzato o significa portare ilproprio contributo af-frontandone i nodi con un modo diverso di farpolitica, che crei pratiche in controtendenza con quelle che generano laframmentazione, oppure è come stare su un tram per vedere dov’è il suocapolinea. Lo abbiamo visto coi documenti nazionali dei forum sociali, icontenuti sono nulla senza le pratiche conseguenti. E non è forse lariproposizione, in forma estrema e per altra via, della delega uno deglielementi della pratica brigatista che già basta a determinare da quella delmovimento una distanza enorme?

Attac è un’associazione che, al suo sorgere, ha prodotto una speranza dinovità proprio a partire dalla sua eterogeneità e dal suo proclamarsi”movimento di autoeducazione popolare volto verso l’azione”, formula chesembrava includere una ricerca di pratiche sempre più evolute dideterminazione collegiale della sua linea politica. Se, in questo periododovesse di fatto riprodurre i modi organizzativi di altre associazioni èsensato prevedere che la sua grave emorragia di militanti continuerebbeancora.

Occorre, crediamo, un militante di tipo nuovo: che non punti su di uncarisma ma sulla capacità di favorire l’esprimersi di altri; che conosca igerghi delle culture politiche ma che voglia in ogni occasione farsi capireda tutti; che non abbia il feticcio della propria organizzazione o area masi ponga il problema della crescita e dell’organizzazione dell’interomovimento, reale e potenziale; che sia capace, anche spostandosi perrincorrere il lavoro, di stabilire contatti costruttivi con chi lotta per ilcambiamento; che affronti l’interiorizzazione della sconfitta, evidente inun momento in cui nessuno osa dire che “un altro mondo è in costruzione”;che, insomma, cerchi continuamente una dimensione strategica. E occorreun’associazione che gli sia utile.

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