La nuova scuola-azienda – n.15 ottobre 2014

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di Francesco Locantore

“Alla fine il tempo ci ha dato ragione. Dopo anni di battaglie per risollevare un sistema educativo intorbidito dalla coda del ’68, ora anche la sinistra finalmente ha dovuto dare atto ai governi Berlusconi di aver agito nella direzione giusta per riportare la scuola italiana ai fasti che merita”

Maria Stella Gelmini – Il Mattinale 04/09/2014

“La prima valutazione non può che essere positiva, se ci si ferma ad alcune parole chiave che hanno caratterizzato finora le riforme Moratti, Gelmini e alcune mie leggi: merito, valutazione, carriera, governance, alternanza scuola-lavoro, formazione professionale”

Valentina Aprea – La tecnica della scuola 06/09/2014

Nonostante la scuola sia stata martoriata dalle riforme di centrodestra e di centrosinistra degli ultimi anni, il progetto di riforma della scuola avanzato dal governo Renzi costituisce uno degli attacchi più importanti alla libertà di insegnamento mai avanzato nella storia repubblicana.

Nessuno sostiene che la scuola così com’è oggi vada bene, né che essa abbia mai vissuto una stagione in cui abbia effettivamente funzionato come strumento di mobilità sociale e di emancipazione dalle differenze di classe presenti nella società. La scuola, anche quella pubblica statale, ha sempre operato meccanismi di selezione di classe, spesso di repressione della creatività delle giovani generazioni. Essa ha formato, da una parte, le classi dirigenti negli istituti più prestigiosi e, dall’altra, i futuri lavoratori subordinati nel resto delle scuole italiane, premiando quelli più assoggettati e sanzionando chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina della scuola e della società. Tuttavia tutte e tutti noi abbiamo dei ricordi di insegnanti fuori dal coro, che ci hanno permesso di diventare quello che siamo, che ci hanno trasmesso la capacità di discernimento e di critica dei fenomeni sociali, politici e culturali che ci circondano.

Il principio della libertà delle arti e delle scienze e del loro insegnamento è un principio che viene da lontano, prima di essere formalizzato nella Costituzione repubblicana del ‘48. La dialettica tra i poteri forti, che avrebbero voluto e vogliono imporre un freno allo sviluppo della scienza e alla sua trasmissione, e chi resiste e lotta per la libertà della scienza e del sapere è una dialettica viva, che ha attraversato le grandi stagioni di mobilitazione degli studenti e degli insegnanti. Oggi che la società è di fronte al cambiamento epocale della precarizzazione totale dei rapporti di lavoro, della dismissione pressoché totale delle politiche sociali da parte dello Stato e della messa sul mercato finanche di quei servizi che garantiscono diritti fondamentali (si pensi all’acqua, alla salute e appunto all’istruzione), la scuola è sotto attacco. I risultai ottenuti nelle lotte a cavallo tra gli anni sessanta e settanta sono messi in discussione, in quanto incompatibili con i nuovi rapporti di forza tra le classi che si sono instaurati e con gli interessi del nuovo vecchio capitalismo ipercompetitivo, ipersfruttatore e totalizzante.

In quest’ottica la proposta di Renzi non fa certo eccezione, anzi, prova a portare a casa risultati che non sono riusciti a raggiungere i vari governi di Berlusconi, Prodi, D’Alema ed i tecnici dell’austerità Monti e Letta. Nello specifico, la “buona scuola” prova a raggiungere e consolidare alcuni obiettivi fondamentali:

1.   mettere l’istruzione sul mercato, facendo entrare in competizione gli istituti scolastici pubblici (statali) tra di loro e con quelli privati (paritari);

2.   creare competizione anche tra i docenti, dividendo i docenti “meritevoli” da quelli non disposti a sottomettersi ai dirigenti scolastici e assegnando poteri inediti ai dirigenti e alla sua piccola schiera suoi collaboratori;

3.   cancellare gli elementi di democrazia interni alla scuola istituiti dai decreti delegati sugli organi collegiali, annullando la partecipazione degli studenti e svuotando di significato quella del corpo docente;

4.   disinvestire consistentemente nell’istruzione pubblica, lasciando gli istituti in balia degli investimenti privati e annichilendo la pressione esercitata dalle graduatorie dei precari;

5.   educare le nuove generazioni ad un futuro lavorativo fatto di ipersfruttamento, bassi salari e zero diritti, inserendoli in azienda fino dall’età dell’obbligo scolastico.

Lo sdoganamento delle scuole private “parificate” con quelle statali è storia vecchia, così come il superamento del divieto costituzionale del finanziamento alle istituzioni private. Quello che si cerca di fare oggi è mettere effettivamente in competizione gli istituti privati e pubblici, attraverso il sistema nazionale di valutazione (i famigerati quiz Invalsi), la possibilità dei dirigenti di scegliersi i docenti della propria scuola e tra questi scegliere quelli effettivamente impegnati nella didattica a tempo pieno, distinti dai tuttofare che copriranno i buchi delle supplenze brevi. In questo modo i dirigenti potranno effettivamente indirizzare la didattica in base alle esigenze di mercato, alle richieste dei genitori e delle istituzioni pubbliche locali, ma soprattutto degli eventuali finanziatori privati che la scuola riuscirà ad attirare.

Per riuscire a piegare gli insegnanti, piuttosto gelosi della propria libertà, si istituisce il meccanismo degli scatti di competenza, che andranno a sostituire gli scatti di anzianità e saranno attribuiti per legge dal dirigente scolastico e da una piccola schiera di fedelissimi (il nucleo di valutazione) a non più dei due terzi dei docenti di ciascun istituto, giudicati “meritevoli” di un piccolo aumento di stipendio ogni tre anni. Peccato che anche il docente che dovesse arrivare a prendere due scatti su tre nella propria carriera si vedrebbe alla fine il proprio stipendio già misero tagliato di una somma tra i 45 e i 75 euro.

E’ ovvio che la partecipazione democratica vera, libera, alla vita dell’istituzione scolastica attraverso gli organi collegiali, attualmente previsti dalla legge attualmente vigente, sarebbe già fortemente compromessa dalla ricattabilità economica dei docenti. Ma se questo non dovesse bastare, la proposta di Renzi rispolvera il primo disegno di legge presentato da Valentina Aprea (Forza Italia) nel 2007, poi modificato con un intervento di mediazione di alcuni parlamentari del PD (Manuela Ghizzoni) ed infine accantonato per la sua antidemocraticità, denunciata a gran voce dal movimento delle scuole dell’autunno 2012, quando si voleva tra le altre cose aumentare l’orario di lavoro dei docenti a parità di stipendio. Come nella proposta della Aprea, il governo Renzi pensa di abolire le assemblee studentesche e il loro ruolo fondamentale nel funzionamento collegiale delle scuole, di trasformare il Collegio dei docenti in un Consiglio con soli poteri consultivi sulle materie riguardanti la didattica, e soprattutto di dare la possibilità alle scuole di istituire delle fondazioni, con un proprio consiglio di amministrazione in cui verosimilmente siederanno, oltre ai rappresentanti delle istituzioni locali, il dirigente e qualche suo accolito, i rappresentanti dei soggetti privati che finanziano l’istituzione scolastica. Il nuovo sistema di governance della scuola ruoterebbe insomma intorno ad un Consiglio dell’istituzione scolastica, al Nucleo di valutazione e ad un Consiglio dei docenti consultivo, che in realtà sarebbero tutti organi subordinati al consiglio di amministrazione della fondazione, proprio come in un’azienda.

La realizzazione di questo progetto va di pari passo con la continuazione della politica di disinvestimento nell’istruzione pubblica operata dai governi degli ultimi anni. Si legge ne “La buona scuola” che “le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola”. Altro che tre o quattro miliardi di investimenti l’anno! Intanto, il prossimo anno scolastico, i tagli al MIUR sono superiori al miliardo previsto nel rapporto per l’assunzione immediata dei precari nelle graduatorie ad esaurimento, come ha rivelato il Sole 24 Ore. Inoltre, va sottolineato che i soldi spesi per assumere i precari saranno ricavati tagliando le supplenze brevi e bloccando il turn over, cioè evitando di assumere nuovo personale man mano che gli anziani andranno, sempre più tardi, in pensione. All’eliminazione delle graduatorie dei precari non corrisponderà un investimento nella scuola, anzi, a ben vedere nel piano di Renzi non è prevista neanche una cattedra in più rispetto alla situazione attuale così come si è determinata dopo i pesanti tagli operati da Berlusconi, Tremonti e Gelmini. I nuovi assunti in eccesso rispetto alle cattedre esistenti verranno infatti utilizzati come organico aggiuntivo per progetti e progettini, ma soprattutto per coprire le supplenze brevi al posto dei loro colleghi abilitati e non abilitati che non erano inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Ma allora dove troveranno i fondi le scuole per funzionare in maniera decente? Per le più fortunate, oggetto delle mire di qualche azienda privata, forse il meccanismo delle fondazioni potrà portare delle risorse, ovviamente a caro prezzo. Per le altre, la quasi totalità, non rimane che continuare a vivacchiare e ricorrere a strumenti compassionevoli come il crowdfunding o il cinque per mille. Insomma, tutto fuorché l’investimento statale nella scuola pubblica di cui ci sarebbe bisogno.

Infine, ma non meno importante degli altri aspetti della riforma della scuola proposta da Renzi, gli studenti dovranno abituarsi precocemente alle condizioni di precarietà generalizzata del mercato del lavoro in Italia. Innanzitutto, avranno davanti agli occhi una categoria di docenti che, essendo ormai privata dei propri diritti elementari di lavoratori intellettuali liberi e pensanti, farà fatica a trasmettere i valori della dignità del lavoro alle nuove generazioni. Poi, negli istituti tecnici e professionali verrà reso obbligatorio e inserito nel percorso curriculare l’alternanza scuola-lavoro, fin dall’età dell’obbligo scolastico, che rimane, manco a dirlo, a sedici anni. I nuovi studenti lavoratori saranno impiegati con i nuovi contratti di apprendistato voluti dal ministro Poletti, privati di qualsiasi garanzia di assunzione successiva all’apprendistato e di quei diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori che invece dovrebbero essere insegnati nelle scuole, per formare lavoratori consapevoli e critici, non schiavi moderni al servizio dei capricci delle imprese.

Il modello di scuola che ha in mente Renzi è quello di una scuola aziendalizzata, tutta a vantaggio del settore privato e a discapito del sapere critico, della libertà individuale di poter determinare e costruire insieme alle altre e agli altri il proprio futuro e quello della società.

Tratto dal Granello di Sabbia di Ottobre 2014: “La Buona ScuolAzienda”, scaricabile QUI

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