La crescente esternalizzazione delle frontiere

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di Filippo Miraglia (vicepresidente ARCI)

Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha investito in maniera crescente le sue risorse sul processo di “esternalizzazione delle frontiere”, con l’obiettivo esplicito di impedire ogni possibilità di mobilità delle persone che intendono arrivare in Europa, sia per cercare lavoro sia per cercare protezione.

Una scelta politica ingiusta e sbagliata che rappresenta una vera e propria resa alle destre xenofobe, sostenute fortemente dai movimenti e dai partiti di destra del est dell’UE che, a partire dal gruppo dei Paesi di Visegrad, hanno fondato gran parte delle loro fortune politiche sulle campagne di criminalizzazione degli stranieri e dell’immigrazione.

La maggioranza che da anni governa l’UE, le forze democratiche che reggono gran parte dei singoli Paesi membri, popolari e socialisti, a volte insieme ad altre forze politiche, ha progressivamente abbandonato ogni parvenza di ragionevolezza nelle politiche che riguardano l’immigrazione e il diritto d’asilo, mettendo in atto un sistema emergenziale di gestione dell’immigrazione, improntato sul controllo e sulla riduzione dei flussi migratori in arrivo anziché sulla moltiplicazione dei canali e delle vie d’accesso legali.

Ridurre lo spazio dei diritti degli stranieri, chiudere ogni via d’accesso reale per la maggioranza di coloro che intendono arrivare in Europa – aprendo qualche via d’accesso solo per figure professionali molto limitate – puntare tutto sul controllo, il rimpatrio e gli accordi con i paesi non UE  per bloccare le persone ancora prima che mettano piede in Europa; questa è la politica promossa anche attraverso la retorica del “contrasto all’immigrazione irregolare e ai movimenti secondari in UE”, che rinuncia ad affrontare la complessità dell’immigrazione e che nella pratica si traduce nell’esatto contrario, ossia nell’alimentare, per mancanza di vie d’accesso legali e sicure, gli attraversamenti irregolari delle frontiere, che spesso si trasformano purtroppo in tragedie. È questa, in estrema sintesi, la politica UE degli ultimi anni.

Anche le scelte fatte in passato dalle istituzioni dell’UE, a partire dal principio di uguaglianza, dal rispetto per la vita e per i diritti degli stranieri, stanno per essere negate con le modifiche proposte di recente dalla Commissione UE e sostenute dai governi, sotto la nuova veste di Patto Europeo per l’Immigrazione e l’Asilo. Si tratta di una serie di misure che arrivano a conclusione di una stagione, ormai molto lunga, caratterizzata da “meno diritti” dei e delle migranti, con una pericolosa rivisitazione in chiave europea del recente “America first” di Trump e, purtroppo, di un lontano e tragico “Deutschland uber alles”. Prima gli italiani, o prima gli europei, a seconda del contesto e dei discorsi dei leader politici, al quale il mondo antirazzista e che lotta per i diritti umani contrappone da sempre un principio che sostiene prima le persone, senza alcuna discriminazione e differenza.

Negli anni, i governi e l’UE hanno progressivamente chiuso ogni canale d’accesso legale per chi  cerca lavoro – che continua ad essere la motivazione principale per la quale le persone si muovono alla ricerca di condizioni migliori – ricorrendo periodicamente a provvedimenti di regolarizzazione e sanatoria che hanno caratterizzato la storia legislativa di molti Paesi dell’UE.

Allo stesso tempo si sono concentrati sul ricorso ad accordi con i paesi di transito e di origine per i rimpatri, condizionati inizialmente da procedure veloci e con poche garanzie per le persone sottoposte a tali provvedimenti. Queste procedure necessitavano di strumenti adeguati per limitare la libertà delle persone in attesa di rimpatrio forzato e così si sono diffuse, in gran parte dei Paesi dell’UE, le forme di detenzione amministrativa e il ricorso a luoghi di trattenimento collettivi peggiori delle prigioni normali, nonostante si trattasse di provvedimenti amministrativi e non penali.

Un altro strumento fondamentale per l’attuazione delle politiche di chiusura e di controllo dei flussi migratori sono stati e sono gli hot spot, luoghi in prossimità delle frontiere dove le persone sono trattenute senza alcun provvedimento dell’autorità giudiziaria, per definire la loro condizione giuridica di richiedenti asilo o irregolari. Posizione che spesso non dipende dalla volontà del singolo straniero ma dalla volontà di chi gestisce questi spazi.

Dopo la stagione dei centri di detenzione e quella degli accordi per i rimpatri e degli hot spot, misure non alternative tra di loro ma piuttosto complementari, si è aperta una stagione nella quale i governi hanno promosso ogni strumento e ogni formula per tentare di negare l’unica via di ingresso legale per le persone che vogliono approdare nell’UE, ossia quella del diritto d’asilo.

Scelte per anni dettate da un approccio emergenziale, stanno diventando sistemiche: all’indomani della crisi del 2015, i governi hanno definito un sistema di asilo comune europeo non sostenibile, ricorrendo a deroghe per aggirare le norme vigenti. Deroghe in gran parte lesive dei diritti delle persone. Strumenti quali gli hot spot e la detenzione amministrativa sono proposti oggi come la normalità della gestione dell’immigrazione e delle frontiere. C’è stato un impegno straordinario per bloccare ogni possibilità di accedere alle nostre frontiere per chiedere asilo.

L’accordo con Erdogan firmato all’inizio del 2016 ha di fatto scaricato sulla Turchia il peso e la responsabilità di accogliere persone che per l’80% provenivano dalla Siria in guerra e dai conflitti di Afghanistan e Iraq, un modello che si è cercato di riprodurre per bloccare gli arrivi anche sulla rotta del Mediterraneo centrale, verso l’Italia e Malta. Subito dopo è infatti arrivato il Memorandum Italia Libia, voluto e sottoscritto dal centro sinistra italiano e dall’allora titolare del Viminale Marco Minniti, per bloccare le fughe da quello che è stato chiamato l’inferno libico e dai suoi lager.

Queste e altre strategie di esternalizzazione delle frontiere sono state condotte ricorrendo anche alle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo, come l’ARCI, insieme ad altre organizzazioni, ha più volte denunciato nei suoi rapporti sulle politiche di esternalizzazione delle frontiere (https://www.arci.it/campagna/externalisation-policies-watch/). Operazioni illegittime oltre che lesive dei diritti fondamentali, che hanno prodotto un aumento delle violenze sulla pelle dei e delle migranti, nonché un aumento dell’instabilità nelle dinamiche della regione, con effetti anche sulla popolazione locale, come il caso libico o del Sahel dimostrano ampiamente.

Non ancora soddisfatti di queste oscene politiche per la gestione delle frontiere e della mobilità delle persone straniere verso l’UE, i governi, con l’ausilio della Commissione, hanno cominciato a operare alla luce del sole in netto contrasto con i principi delle convenzioni internazionali e della stessa legislazione europea per impedire ogni ingresso dalle frontiere sia di mare che di terra.

Insieme ai respingimenti per procura operati dalle autorità libiche con finanziamento e sostegno dell’Italia e di Malta, non va dimenticato quanto accaduto lungo la rotta balcanica, dove il governo italiano, in collaborazione con la Slovenia e con altri governi di quella linea di frontiera, ha operato dei veri e propri respingimenti, vietati dalla Convenzione di Ginevra, ricorrendo ad uno stratagemma del tutto strumentale e quasi ridicolo, se non avesse conseguenze tragiche.

Nell’ultimo anno, alla frontiera tra Bielorussia e Polonia, abbiamo assistito ad interventi di respingimenti di massa, fatti alla luce del sole dalla polizia polacca, con il sostegno esplicito delle istituzioni europee, dopo che la Commissione UE ha recentemente dichiarato la situazione di emergenza al confine e in risposta ha limitato l’accesso all’asilo, esteso la detenzione, allungato i tempi di accesso alle procedure di asilo e supportato un sistema di rimpatri senza garanzie.

L’epilogo di questa terribile stagione, nella quale l’UE sta di fatto cancellando i principi che sono a fondamento della sua costruzione, è che agli interventi illegittimi, realizzati con coperture più o meno ridicole, sta facendo seguito una fase di riscrittura delle norme per arrivare a leggi (contenute nel nuovo patto europeo per l’immigrazione e l’asilo) che cancellino di fatto il diritto d’asilo, limitando l’accesso alla frontiera e delegandone le responsabilità ai paesi terzi, senza dover ricorrere ad altre polizie o eserciti. Questa dimensione della costruzione europea, che sta diventando un vero incubo per i principi democratici, è anche sostenuta dalla dotazione all’agenzia Frontex, che ha ammesso di aver condotto azioni illecite, del primo esercito europeo costituito da 10 mila persone, che verrà progressivamente inserito nei luoghi di frontiera a difesa della fortezza Europa.

Una prospettiva davvero raccapricciante:  insieme, faremo il possibile per impedire che si realizzi.

Video: “Rapporto: l’esternalizzazione delle frontiere” #externalisationpolicieswatch – ARCI Nazionale

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 50 di Giugno-Luglio 2022: “Guerra e migranti, guerra ai migranti

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