La comunicazione di guerra: ecco a voi la barbarie culturale

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Volano Schiaffi

Rubrica a cura di Marco Schiaffino

La guerra del terzo millennio si combatte (ancora di più) a livello di comunicazione. Lo si fa attraverso la classica propaganda, le (solite) fake news e una sistematica disinformazione. Ma anche attraverso una deriva bellicista che polarizza le opinioni e instilla come “normale” la necessità di schierarsi. È normale: in tempo di guerra, l’equilibrio nelle opinioni (per esempio quelle che caratterizzano la cultura pacifista) rischiano di rompere troppe sovrastrutture del sistema. Dallo scoppio del conflitto in Ucraina, la comunicazione si è docilmente adeguata al clima guerresco, adottando una modalità tossica che ha pochi precedenti.

L’uso più sfacciato della comunicazione in declinazione bellica è, naturalmente, quello che riguarda le prese di posizione a livello di opinione pubblica. L’editoriale di Aldo Cazzullo pubblicato sul Corriere il 5 marzo, in cui i pacifisti vengono paragonati ai No Vax, è soltanto uno dei tanti colpi sparati contro chi si oppone alla deriva guerrafondaia che sta travolgendo il paese. Cazzullate a parte, la gestione complessiva della comunicazione sulla guerra in Ucraina può essere presa a esempio dell’involuzione sociale e culturale nel mondo della comunicazione.

Non tutti i processi di militarizzazione del dibattito pubblico passano attraverso una cosciente ed esplicita presa di posizione. Anzi: quella del Corriere può passare per una delle più raffinate. Testate di news online come Repubblica, per esempio, si stanno distinguendo per una gestione apparentemente quasi acritica, in cui il conflitto in Europa viene trattato come Aranzulla dispensa consigli su come usare meglio Windows. Con curiose giravolte che tradiscono tutti gli interessi che ne condizionano le scelte “editoriali” (le virgolette sono obbligatorie) su alcuni temi sensibili per la proprietà. Capita così che, dopo aver strillato comprensibili allarmi per i combattimenti in prossimità della centrale nucleare di Zaporizhzhia, compaia un pezzo in cui si rassicura l’opinione pubblica sul fatto che le centrali nucleari sono “a prova di guerra”. Sia mai che qualcuno possa usare la vicenda per contrastare la spinta nuclearista di casa nostra…

Per arrivare alla censura. A fare più notizia è stata quella culturale, che i media hanno veicolato con una sciatteria che è riuscita ad amplificarne portata e intensità. Ai casi clamorosi come quello dell’Università Bicocca (la cancellazione di un corso su Dostoevskij) sono stati affiancati decine di casi, spesso con qualche maliziosa generalizzazione. È il caso della Fiera del libro per ragazzi di Bologna che, stando a quanto riportato da molte testate, avrebbe “estromesso la Russia”.  Peccato che l’estromissione riguardasse solo le istituzioni governative e non gli autori, ai quali era invece espressa la massima gratitudine per avere firmato un appello per la pace. Quella parte del comunicato stampa, però, è stato misteriosamente ignorato dai più o, al massimo, relegato alle ultime righe.

L’obiettivo, però, è stato raggiunto. Sdoganata la censura nazionalista come strumento legittimo nei confronti del “nemico”, lo tsunami di assurdità è diventato inarrestabile. Dall’esclusione di atleti e squadre di calcio dalle competizioni internazionali (addirittura nei videogiochi) si è arrivati ad applicare la censura a ogni livello e senza alcun criterio. Il caso di Alexander Gronsky, fotografo escluso dal Festival di Fotografia Europea, è emblematico. La notizia, infatti, lo ha raggiunto in carcere. Era stato arrestato per aver partecipato a una manifestazione che contestava l’azione militare del governo di Putin.

L’unico antidoto, di fronte alla deriva culturale e comunicativa, è quello di “restare umani”. Esercitando, individualmente e collettivamente, quello spirito di critica che in una buona parte di occidente sembra essere stato spazzato via dal testosterone bellicista. Verificando, argomentando, comunicando e smontando pezzo per pezzo la narrazione con l’elmetto. Chi fa la guerra non va lasciato in pace.

Foto: Danielle Tunstall

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione

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