TFA precarizzazione del precariato – n.15 ottobre 2014

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di Gessica Sciffo

Il documento La Buona Scuola, stilato dal MIUR il 3 settembre 2014, ha tutto l’aspetto di un fascicolo accattivante, completo e consapevole. Il lettore già avvezzo alle questioni scolastiche sarà appagato da dati, statistiche e da un perentorio calendario di scadenze. Ai lettori meno informati il documento offre colorati specchietti di approfondimento volti a districare le ambiguità del lessico burocratico. Tutto, insomma, lascia pensare ad una proposta calata nella realtà effettuale della scuola italiana, frutto di mesi di riflessioni e confronti (una riforma della scuola, del resto, era già stata annunciata dal discorso d’insediamento del presidente del Consiglio).

La Buona Scuola è, al contrario, l’ennesima manovra emergenziale figlia di pressioni sovranazionali. Difatti, secondo la normativa europea, non è possibile reiterare i contratti a tempo determinato del pubblico impiego per più di tre anni senza prospettiva di stabilizzazione. Ecco ciò che sta all’origine della riforma: o l’Italia assume stabilmente i precari o dovrà pagare, a breve, l’ennesima e salatissima multa all’Europa. Pertanto, come placarele pressioni europee tentando di evitare la sanzione e, al contempo, soddisfare l’opinione pubblica? Nulla di meglio di un piano epocale di assunzioni in nome del merito, della continuità didattica e dell’inclusione. Entro un anno saranno stabilizzati – con quali coperture finanziarie non è dato sapere – i circa 148 mila precari delle graduatorie ad esaurimento (GAE), ufficialmente chiuse nel 2006 e nelle quali ogni docente è vincolato ad una ed una sola provincia. Buone notizie per i precari! E se non dovessero esserciposti vacanti nella propria provincia o per la propria materia? Il MIUR chiede la massima flessibilità geografica e funzionale che, tradotto nella quotidianità di un docente, significa essere disposti a trasferirsi da Milano a Catania e lavorare su classi di concorso “affini”. Cosa si intenda per materie “affini” non è affatto chiaro: un docente di lettere potrebbe insegnare filosofia, materia per la quale non ha né abilitazione né formazione?

Insomma: posto fisso sì, ma a costo di tutto, a costo cioè di trasferimenti domiciliari e di un inevitabile abbassamento della qualità didattica. Solo così le supplenze saranno abolite e, con loro, le graduatorie d’istituto (GI). Si badi che quest’ultime non sono composte da docenti improvvisati, come si vorrebbe far credere: essi sono docenti abilitati che hanno avuto la sfortuna anagrafica di conseguire il titolo dopo il 2006. Tra questi vanno ricordati coloro che hanno conseguito l’abilitazione attraverso il Tirocinio Formativo Attivo (TFA): queste persone già due anni fa hanno superato tre prove d’accesso, sono stati selezionati sulla base del fabbisogno calcolato sui pensionamenti ed hanno pagato alle università, per l’iscrizione ai TFA, in media 2.500 euro a testa. Si sta parlando di circa 11 mila docenti, faziosamente liquidati nel documento come “freschi di laurea ma ancora senza esperienza”, quando invece l’età media è tra i trentasette ed i trentotto anni e l’80% di loro ha lavorato per più di tre anni nella scuola. Come se la scuola fosse un’azienda volta al profitto, questi docenti hanno oliato con il loro denaro gli ingranaggi della macchina statale per poi ritrovarsi formati, titolati e motivati, a casa. Per loro la destinazione è la disoccupazione prima e il concorso poi.

Si omette, tuttavia, che se per concorso si intende un serio sbarramento sulla base delle competenze, i docenti TFA ne hanno già superato uno o, addirittura, due. Sì, perché alcuni docenti abilitati con TFA hanno anche superato la selezione (sempre a numero chiuso e con tre prove d’accesso) al corso di specializzazione per l’attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità. Mentre gli alunni disabili vedono quotidianamente negato il loro diritto all’istruzione, alla continuità didattica e persino di poter iniziare la scuola lo stesso giorno dei loro compagni, vi sono docenti specializzati la cui destinazione appare più che mai incerta. Quest’incertezza è però risolta di netto da La Buona Scuola, che delinea per questi insegnanti due possibili strade: essere docenti di materia e docenti di sostegno comporta l’ammissione in ruolo se si è nelle GAE; la disoccupazione se si è nelle GI.

Viene da domandare: di quale merito, di quale inclusione parla La Buona Scuola? Non è un caso che la scuola buona (solo per la politica) sia quella in cui vengono ignorati temi come i pensionamenti e le “classi pollaio”. Considerare la proposta di abbassare l’età pensionabile a sessant’anni, risolvere il caso dei “quota 96” (docenti che dovrebbero già godere della pensione, ma che per un cavillo normativo, sono rimasti in servizio a seguito della riforma Fornero, bloccando così parte del turnover) e porre un tetto massimo al numero degli alunni per classe significherebbe finalmente avviarsi verso una seria politica di reclutamento. Tuttavia questi provvedimenti richiederebbero sia lungimiranza politica, sia quell’investimento di risorse economiche che il Governo continua a promettere e mai pone in atto. In attesa di una vera scuola, dovremo fare i conti con una pessima squola.

Abstract

La nuova proposta di riforma scolastica si rivela, ad un’attenta analisi, un ulteriore piano eterodiretto di tagli all’istruzione che vanifica sin dall’origine ogni sforzo volto alla realizzazione di una scuola di qualità.

Tratto dal Granello di Sabbia di Ottobre 2014: “La Buona ScuolAzienda”, scaricabile QUI

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