L’ago dell’acqua e la bilancia climatica

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di Francesca Caprini (Yaku)

I grandi della parte ricca della terra ci hanno tenuto con il fiato sospeso per qualche giorno e alla fine ci hanno regalato un accordo: la COP21 di Parigi conclusasi lo scorso 11 dicembre con 16 ore di ritardo passa alla storia come la conferenza sul clima in cui erano state riposte le maggiori speranze, furbescamente aggirate da un accordo ambizioso e probabilmente ancora una volta inutile.

Finalmente centrato l’obiettivo – a lungo rimandato – di mantenere il riscaldamento globale sotto i due gradi centigradi, Parigi fotografa con sconfortante precisione il mondo dell’oggi, stretto nella morsa di un’economia finanziarizzata e dipendente dal sistema energetico fossile; con accordi transnazionali intoccabili che non mettono in discussione né la logica neoliberista su cui sono basati, né il potere delle corporations; e con una società civile lasciata elegantemente fuori dai palazzi a fare disegni umani in giro per la città e coinvolgenti flash mob, finiti quasi tutti con gli attivisti trascinati per la collottola dalla polizia in tenuta antisommossa. Più in lontananza, popolazioni indigene dall’Amazzonia all’Alaska protestavano per essere state tagliate fuori dal confronto. In altri posti ancora si cominciava a parlare di “rivoluzione energetica”. Che per alcuni significa cambiare il proprio stile di vita in versione più ecocompatibile – e le comunità indigene lo insegnano; ma per altri la rivoluzione sottende novità tecnologiche per estrarre ancora di più e meglio: Stati Uniti ed Asia guardano alle nuove frontiere del petrolio ed idrocarburi, e il Giappone ha reso pubblica la prima estrazione sottomarina, nel Mare di Honshu, di gas ricavato da cristalli congelati di idrato di metano. Gi USA salutano l’era dello shale gas e del tight oil (gas e petrolio da scisti bituminosi). Noi in Italia, grazie ai comitati territoriali, forse riusciremo a fermare l’Ombrina – la piattaforma di estrazione petrolifera nel mare Adriatico – ma da altre parti se la passeranno parecchio male.

Eppure sul piatto c’è molto. La Conferenza sul Clima di Parigi partiva dal presupposto che “Il cambiamento climatico rappresenti una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per gli esseri umani e per il pianeta” e richiamava “la massima cooperazione di tutti i paesi” per “accelerare la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra”. 196 Paesi – fra industrializzati ed emergenti – hanno riconosciuto l’emergenza del momento, facendo prendere atto a noi della loro storica miopia ed arroganza: il sistema, in sostanza, non si tocca. Parigi meglio di Kyoto – il protocollo sottoscritto nel ’97, mai applicato – ma peggio di quello che davvero serve: una veloce inversione di rotta, che influenzi il modello energetico, passando da quello democratico e sociale.

Il Pianeta Terra comunque continua a scaldarsi, ed è colpa delle attività di una parte dell’umanità. L’altra parte ne subisce le conseguenze. Ed una delle principali è l’impatto sul ciclo dell’acqua e sulla disponibilità delle risorse idriche – di cui peraltro a Parigi non si è parlato, nonostante l’appello, fra gli altri, del movimento per l’acqua italiano.

Piove sul bagnato: se le attuali tendenze dovessero perdurare, ci sarà sempre più acqua dove già ce n’è – nell’emisfero Nord – e sempre meno nelle zone aride. I Paesi del Sud del mondo soffriranno sempre più la sete. E riscaldamento globale ne è insieme causa e conseguenza. I Paesi del Sud, maggiormente ricchi di materie prime e spesso malleabili dal punto di vista democratico, diventano preda dell’economia finanziarizzata che mette su mercato la Natura e la biodiversità. Ergo, la scarsità d’acqua ha essa stessa un valore di mercato. Come detto da Vandana Shiva: “la crisi dell’acqua è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato” (Le guerre dell’acqua – 2002). Il mercato però continua a dettare legge: l’acqua è sempre più scarsa ed usata sempre peggio. Coltivazioni intensive, estrattivismo, usi umani indiscriminati, sono il polso dello snobismo idrico: se una parte di noi non raggiunge nemmeno da lontano i 50 litri d’acqua diari necessari ad una sopravvivenza degna, altre fasce del popolo degli uomini viaggiano allegramente oltre i 500 litri al giorno di consumo. Una disomogeneità così violenta si ripercuote sui fenomeni migratori: i cosiddetti “ecomigranti” o rifugiati ambientali, si stima raggiungeranno nel 2050 i 200 milioni. In Colombia la migrazione dovuta a fenomeni ambientali – che si sommano all’endemica piaga della violenza paramilitare – è soprattutto interna e sfiora il 20% della popolazione.

La Colombia è un interessante laboratorio: è ricchissima di acqua, di petrolio, idrocarburi e metalli preziosi – e infatti il 45% del territorio è dato in concessione alle imprese minerarie; ma sta provando attraverso riorganizzazioni dal basso, a gestire in maniera comunitaria e territoriale l’acqua, con gli acquedotti comunitari oggi costituitisi in rete nazionale. In un Paese dalla politica economica ultraliberista, i cui ultimi governi hanno puntato tutto perché si posizionasse come potenza mineroenergetica ed agroindustriale, la rete di acquedotti gestiti in maniera comunitaria o famigliare sta rappresentando un reale argine ed una alternativa all’ingiustizia ambientale, alla violazione dei diritti umani, e alle violente crisi idriche che negli ultimi dieci anni hanno inciso significativamente sul livello di conflittualità interna del Paese. Quasi il 10% della popolazione – circa 4 milioni di persone – crea zone di autogestione idrica, si sconnette o rifiuta i sistemi idrici statali – tutti privatizzati – e difende il ciclo dell’acqua nella sua integrità: basato su valori come solidarietà e rispetto dell’ambiente, gestito come bene comune in maniera partecipata, l’acquedotto comunitario sta diventando il simbolo di tutto ciò che in Colombia – come in America latina, come nel mondo – non è più tollerabile: lo sfruttamento petrolifero, l’inquinamento delle falde idriche, gli sfollamenti forzati da parte dei mercenari al soldo delle multinazionali, la deforestazione per le coltivazioni intensive di palma da olio, la militarizzazione dei territori per i megaprogetti, la rottura delle tradizioni contadine ed indigene, e del rapporto ancestrale con la Madre Terra. In Colombia, dove ci si sta avvicinando al fatidico 23 marzo, giorno della firma degli accordi di Pace fra Forze Armate Rivoluzionarie e Governo – che dovrebbe porre fine a mezzo secolo di guerra interna – dicono che la giustizia deve essere prima di tutto giustizia ambientale, la pace deve fare rima con acqua. Una pace che dovrà essere costruita dal basso, attraverso pratiche di gestione partecipativa, esercizi di democrazia diretta ed economie solidali. Una pace pretesa dai movimenti sociali, che devono tornare a farsi sentire con forza, in Colombia come nel mondo e che, si spera, non avrà i tempi della COP22, che farà partire gli accordi nel 2018. Forse.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 “System Change NOT Climate Change”, scaricabile qui.