Interconnessioni tra COP21 e TTIP

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12 Cop21 STOP TTIP

di Alberto Zoratti (Presidente di Fairwatch / Campagna Stop TTIP)

C’è un limite da non superare, in questo negoziato sul clima che dovrebbe mettere le basi per un rinnovato impegno ad evitare la catastrofe. Può essere ricondotto a un semplice dato, gli ormai famosi 2°C di aumento medio della temperatura globale rispetto all’epoca preindustriale. Un dato apparentemente banale che presuppone però un progressivo cambiamento nella struttura stessa dell’atmosfera, dalle 260 parti per milione (ppm) di concentrazione di CO2 di alcuni secoli fa agli oltre 400 delle misurazioni attuali. Superare la soglia 450 ppm significa raggiungere il 50% di probabilità che quel confine di temperatura proposto dalla comunità scientifica possa essere sostanzialmente bruciato.

Il lungo percorso dell’UNFCCC, la Convenzione quadro dell’ONU sul cambiamento climatico che ha visto fra i suoi successi il Protocollo di Kyoto (con luci e ombre, ma comunque uno strumento vincolante di taglio delle emissioni, adesso progressivamente mandato in pensione), non è ancora riuscito a dare la svolta definitiva all’impegno sul clima. Mentre il processo negoziale sta creando le condizioni per una vera e propria mutazione genetica nell’approccio globale che si può riassumere nel concetto di “pledge and review” in cui i Paesi membri propongono loro piani di riduzione senza però alcun sistema sanzionatorio capace di rendere effettivi quei programmi.

Parigi, momento epocale per la nuova governance climatica, guarda all’accordo verso il 2020 evitando ogni possibile strumento vincolante e spostando il baricentro su approcci volontari. Del resto gli stessi Obiettivi del Millennio (MDGs) o i più aggiornati Obiettivi per uno sviluppo sostenibile (SDGs) lanciati a Rio de Janeiro durante il vertice ONU del 2012 nascono e si sviluppano su processi non vincolanti.

La COP21 di Parigi però si svolge proprio nel momento in cui l’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno negoziando il TTIP, il Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti, a poco più di un mese dalla presentazione, da parte della Commissaria al commercio UE Cecilia Malmstrom, del Capitolo sullo sviluppo sostenibile, proprio quella parte di accordo che dovrebbe riguardare la tutela dei diritti sociali e ambientali, così come la lotta al cambiamento climatico.

In un report di analisi (“COP21 e TTIP. Perché il marketing della Commissione EU su TTIP e sviluppo sostenibile è a spese dell’ambiente e del clima“) pubblicato sul sito della campagna Stop TTIP Italia (http://stop-ttip-italia.net), Fairwatch evidenzia come già nei documenti negoziali emerga un’Europa a due velocità: quella degli interessi commerciali ed economici, con strumenti e dispositivi sanzionatori, e quella legata alla sostenibilità, alimentata solo di buone intenzioni.

Al di là di generali enunciazioni relative alle Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e agli Accordi Multilaterali sull’Ambiente, questo report dimostra che non esiste alcun meccanismo vincolante che imponga ai Paesi il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei vincoli ambientali, spesso decisi in ambiti multilaterali delle Nazioni Unite.

A differenza dei meccanismi di tutela degli investitori, che prevedono il ricorso ad arbitrati con la possibilità per aziende private di chiedere compensazione economica in caso di politiche contrarie alle loro aspettative di profitto sugli investimenti, o a organismi di risoluzione delle controversie che permettono alle Parti di mettere in campo ritorsioni commerciali in caso di non ottemperanza agli accordi economici stipulati, non esiste nulla di tutto questo in caso di mancato rispetto delle normative sociali e ambientali.

Nessuna condizionalità è stata posta sulla ratifica di tutte le otto convenzioni fondamentali dell’OIL come base minima per la conclusione dell’accordo; nessuna condizionalità su un reale impegno nell’applicare e implementare gli Accordi Multilaterali sull’Ambiente: solo processi consultivi che possono sfociare in raccomandazioni non vincolanti, che non mettono in discussione l’architettura generale del trattato.

Come tutto ciò possa risultare in una proposta ambiziosa sulla sostenibilità e come questo possa garantire un aumento degli standard di tutela e di protezione sociale e ambientale è impossibile capirlo. Soprattutto in un sistema di valori dove viene garantito il primato della libertà del mercato, della tutela degli investitori, dell’importanza della competizione internazionale rispetto alle economie locali e soprattutto dove vengono consolidati strumenti utili più a tutelare gli interessi economici che collettivi, cone gli arbitrati.
Quanto l’Arbitrato internazionale per la protezione degli investimenti sia un rischio per gli Accordi
Multilaterali sull’Ambiente, a dispetto di ciò che viene espresso dalla Commissione Europea rispetto al “diritto di regolamentazione” dei Governi, è stato ben espresso da una risoluzione del Parlamento

Europeo, votata a larga maggioranza nell’Ottobre 2015, dove si chiede esplicitamente che i risultati della COP21 di Parigi, nelle parti che impegnano i Governi, non siano passibili di cause di compensazione economica davanti a un arbitrato tra investitori e Stati sullo stile dell’Investor to State Dispute Settlement (ISDS). Una presa di posizione forte che si basa sulle posizioni del giurista canadese Gus Van Harten espresse nel report “An ISDS Carve-Out to SupportAction on Climate Change” pubblicato nel settembre 2015. Al di là dell’evidenza che viene posta sull’evento di Parigi, quello che non si sottolinea in modo adeguato è come in un sistema di governance così complesso, i trattati stipulati a livello internazionale stiano orientando i processi di globalizzazione.

Mentre gli accordi multilaterali sull’ambiente, o le istituzioni internazionali come l’OIL (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro) o l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), non hanno dispositivi sanzionatori tali da renderli oggettivamente vincolanti, lo stesso non avviene per i trattati di libero scambio, creando di fatto una gerarchia di valori e di politiche.

Per questo è sostanziale essere a Parigi e monitorare i risultati della COP21 con un occhio ad altri forum e ad altre organizzazioni internazionali. Il TTIP, per la parte transatlantica, ma anche il TPP appena chiuso tra Stati Uniti e 11 Paesi del Pacifico; il CETA tra Unione Europea e Canada, concluso e in via di ratifica a livello di Parlamento europeo; il TiSA, l’accordo plurilaterale sulla liberalizzazione dei servizi. E non ultima l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con la sua Conferenza Ministeriale di Nairobi di metà dicembre.
Luoghi e spazi della decisione, dove si pongono le basi della globalizzazione che conosciamo. Combattere il cambiamento climatico, quindi, vuol dire opporsi alle ricette neoliberiste chiedendo a gran voce un “system change”, che sia capace di ridare ossigeno ai territori, voce alle comunità locali e alle loro rispettive economie, in una logica di transizione ecologica e sociale dell’economia.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 “System Change NOT Climate Change”, scaricabile qui. 

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