Il PNRR: il purgatorio delle buone intenzioni

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Photo Credits: Riapriamo il Maria Adelaide  – Presidio per la riapertura dell’Ospedale Maria Adelaide a Torino, 5 dicembre 2020

di Marco Caldiroli  (Presidente di Medicina Democratica Onlus)

La pandemia ha determinato una emergenza sociale ed economica mondiale, nello stesso tempo ha fatto emergere le manchevolezze cumulate nel tempo anche dalle “società evolute” nel campo della preparazione, appropriatezza, capacità ed efficacia di una risposta di contenimento alla diffusione “naturale” di un virus con caratteristiche così “invadenti” e potenti.

Quello che era nascosto sotto il tappeto e patito “solo” da una parte (comunque maggioritaria) della popolazione è strabordato svelando la ”mitridatizzazione” del privato “sussidiario” della sanità (e non solo di questa) rispetto al pubblico (leggasi il privato si mangia il boccone migliore e induce il pubblico a cambiare registro rispetto ai principi della riforma sanitaria del 1978). Un “racconto”  di efficienza ed “eccellenza” che ha subito un serio scossone nella percezione collettiva che però ha dimostrato troppo spesso di avere la memoria corta e tende a farsi incantare dalle sirene del neoliberismo che nasconde un vero e proprio warfare, la distruzione sistematica delle protezioni e garanzie sociali conquistate, in Italia, con le mobilitazioni degli anni ’70.

Scorrendo superficialmente il capitolo dedicato alla salute/sanità del Piano Nazionale di Resilienza si potrebbe essere indotti a ritenerlo fondato su una “resipiscenza” dopo quasi tre decenni (“a valanga” dal Dlgs 502/1992) di politiche bipartisan di distruzione neoliberista dei principi della riforma sanitaria (universalismo ed equità di accesso, copertura dei costi con la fiscalità generale, partecipazione e territorialità, approccio basato sulla prevenzione).

Leggendo con più attenzione non è così chiaro se questo apparente pentimento sia un vero riconoscimento degli errori compiuti ed una inversione di tendenza o si tratti di un tentativo di addomesticare le istanze provenienti “dal basso” (come nel caso del Manifesto del Coordinamento Nazionale per il diritto alla salute – Campagna Dico32).

Un inganno che si basa su termini che si prestano ad equivoci.

La premessa demografica già fa sollevare qualche sospetto, sembra che la questione della sanità corrisponda all’incremento della fascia degli anziani e delle relative (pluri)cronicità, essendo notoriamente “improduttivi” gli anziani (e più in generale i non autosufficienti) riducono la sanità principalmente a un costo e il problema principale è renderlo “sostenibile”.

Noi sosteniamo al contrario che le risorse nella sanità, se ben indirizzate, sono investimenti in salute per tutti; non è un caso che il “sistema” pubblico italiano, pur “consumando” una fetta ridotta del PIL rispetto a quelli con maggior presenza del privato, è riconosciuto come tra quelli più “performanti” in termini di “prodotto salute”.

Da questo punto di vista, i quasi 19 miliardi del PNRR (spalmati sui prossimi 5 anni), rispetto a un definanziamento di 37 miliardi negli ultimi 10 anni, rappresentano una iniezione tonificante che però prelude alla “mela avvelenata” del MES. Certo, se si pensasse alla sanità come ad un investimento (per la salute) e non a un costo, avrebbe un senso una controllata politica che includa forme di indebitamento, non per “tappare qualche buco” del passato remoto e prossimo.

L’equivoco sui termini emerge dai titoli di cui si compone il PNRR : modello territoriale basato su reti di assistenza socio sanitarie (Case della comunità ogni 24.500 abitanti; assistenza domiciliare integrata per ridurre il ruolo delle Residenze Sanitarie Assistenziali; ospedali di comunità ogni 80.000 abitanti), superamento della frammentazione regionale di applicazione dei Livelli Essenziali di Assistenza per garantire “omogeneità nell’accesso alle cure”, integrazione dei servizi ospedalieri, servizi sanitari locali e servizi sociali. Riconoscimento dei determinanti ambientali della salute proponendo il superamento di approcci distinti : “salute, ambiente e sicurezza alimentare” con richiamo al tema dei siti contaminati lascito avvelenato del capitalismo soprattutto dal secondo dopoguerra (istituzione del Sistema Nazionale Prevenzione Salute-Ambiente-Clima).

A queste proposte si affiancano quelle dell’innovazione tecnologica: telemedicina, fascicolo sanitario elettronico (in un Paese che segna il passo sull’accesso alla rete), ricerca, “2.648 grandi apparecchiature sanitarie e digitalizzare 184 strutture sanitarie” sede di Dipartimenti di Emergenza e Assistenza, interventi antisismici (sic !).

Tutto perfetto, hanno preso spunto dai documenti che le associazioni redigono e rendono pubblici dopo il primo shock pandemico? Probabilmente sì, almeno in parte, ma senza definire un disegno che leghi i singoli interventi e li inserisca in obiettivi di salute (quantificabili con strumenti epidemiologici e non con la contabilità delle prestazioni erogate).

Del ruolo del privato non si parla (e neppure, peraltro, della sicurezza  e salute sul lavoro) per non dire dell’incoerente conferma nel bilancio della estensione della “autonomia differenziata” che ha pesanti e deleteri effetti in particolare sulla sanità. Non si parla delle persone, degli operatori sanitari che dovranno far funzionare il SSN, dalla loro formazione alle forme contrattuali (non precarie, per favore!).

Le Case di comunità (o Case della Salute come dalla proposta iniziale di Maccacaro negli anni ’70) rischiano di essere poco più di poliambulatori se non esplicitamente previste quali strumenti di prevenzione e di cure primarie ove il “prendersi carico” della persona significa considerare una collettività per tutti i determinanti di salute : lavoro, residenza, ambiente e quindi attrezzarsi conseguentemente (medicina del lavoro, scolastica, di genere, dipendente, salute mentale, interventi domiciliari per le non autosufficienze, sociale, sanità veterinaria e degli alimenti, vigilanza sull’ambiente e riduzione delle attività inquinanti). Il tutto in un contesto di partecipazione alle scelte locali, eliminando le attuali monarchie dei direttori generali.

Più che nel PNRR in sé, un prologo convincente di inversione di direzione starebbe in una azione di riforma che attualizzi i principi di quella sanitaria del 1978 riportandoli alla loro essenza, cogliendo le disponibilità tecnologiche e scientifiche più recenti quali strumenti ma, contestualmente, ridando pienezza di ruolo e di diritti alle persone quali soggetti partecipi della propria salute, individuale e collettiva.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 45 di marzo-aprile 2021:  “Recovery PlanET: per la società della cura

 

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