IL PILOTA AUTOMATICO DELL’ESECUTIVO

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di: Matteo Bortolon

Le riflessioni nella fase del dopo-voto si possono suddividere fra la ricerca dei motivi del crollo delle sinistre (di tutte le salse) e i vaticini sul nuovo governo: chi farà l’alleanza con chi? A tale scopo si scrutano i programmi dei vincitori per sondarne compatibilità e convergenze. Ma se fra i due interrogativi vi fosse un rapporto occulto che dà senso ad entrambi?

Una possibile prospettiva potrebbe essere questa: dopo il voto è arrivata… la pagella.

Le elezioni sono avvenute il 4 marzo; il 7, del tutto inosservato, è giunta dalla Commissione europea il country-report sull’Italia.

Come già osservato su queste pagine, si tratta di un tassello della nuova governance economica dell’Unione, che ha il compito di porre i bilanci pubblici sotto vigilanza per assicurarsi che non sgarrino dai sacri parametri europei: segnatamente il limite del rapporto debito/PIL del 60% e del deficit del bilancio dello Stato del 3%. Nel corso del semestre europeo (il periodo corrispondente alla prima metà dell’anno corrente) viene stabilita una analisi globale dell’economia dei paesi membri UE (documento della Commissione a novembre dell’anno precedente, in questo caso 2017) ed una occhiuta radiografia dei paesi per vedere chi minaccia di discostarsi dal rispetto dei parametri; a febbraio-marzo esce una disanima dell’economia dei singoli paesi, per capire quanto sono stati nei ranghi l’anno precedente e dispensare “raccomandazioni” per quello corrente. A fronte di cui i governi dovranno rispondere a stretto giro con due documenti, il Piano di Stabilità e il Piano nazionale di riforme (tutto sommato il vecchio DEF). Che vengono esaminati ed approvati nel mese successivo, e i cui profili dovranno confluire nella legge di stabilità varata a fine anno – la quale, va ricordato, determina sostanzialmente il bilancio dello Stato.

Riprendiamo la cronologia: le istruzioni dalla Ue arrivano a urne chiuse, il 7 marzo; il governo che risponderà formulando i documenti di programmazione economica dovrà farlo entro poche settimane, quindi prima che una nuova maggioranza parlamentare nomini un nuovo esecutivo. E il nuovo governo si troverà la strada già tracciata e difficilmente modificabile. In questo quadro abbastanza probabilmente i programmi di Lega e M5S sullo sviluppo economico verranno costretti a passare da una porta stretta già preordinata.

Per chi considerasse tutto ciò un bene in quanto nocivi e regressivi (si pensi alla flat tax…) si pensi che ciò varrebbe anche per un programma schiettamente socialista, anche considerando il contenuto delle raccomandazioni arrivato dalla Commissione: “Provvedere a una tempestiva attuazione del programma di privatizzazioni e utilizzare le entrate straordinarie per accelerare la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL”; “rafforzare il quadro della contrattazione collettiva, al fine di permettere contratti collettivi che tengano maggiormente conto delle condizioni locali”; “Razionalizzare la spesa sociale”. Mentre ci si lamenta che “alcuni settori, tra cui quello dei servizi professionali, dei servizi pubblici locali e dei trasporti, risentono ancora di una eccessiva regolamentazione”; che “i tagli alla spesa che le regioni devono realizzare a norma di precedenti disposizioni sono stati sistematicamente riveduti” (ne vogliono di più!). Se abbiamo ancora il “pilota automatico” (come diceva Draghi) – e chi non lo capisce viene spazzato via – è chiaro dove ci sta conducendo.

Pubblicato su Il Manifesto del 25.3.2018

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