Il libro raccomandato: A. Perez Orozco, “La sovversione femminista dell’economia. Contributi per il dibattito sul conflitto capitale-vita” Ed. Traficantes de sueños, Madrid, 2014

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di Lucía Gómez González Economistas sin Fronteras

Dopo la lettura di La sovversione Femminista dell’Economia, si può parlare di questo come di un libro fondamentale per cominciare a capire l’Economia Femminista e usarlo come manuale per capire i concetti e le idee che propone. L’autrice Amaia Pérez Orozco riesce ad avvicinarci alla visione femminista dell’economia con spiegazioni e parole chiare che rendono più accessibile il linguaggio usato in ambito accademico. E’ un libro che invita a una riflessione necessaria e che dimostra come l’Economia Femminista sia una teoria viva e in continua costruzione.

Nel libro l’economia è rappresentata come un iceberg e con questa immagine si vuole rappresentare il funzionamento del sistema attuale: solo una parte è visibile, quella “produttiva”. Ma che succede con il resto dell’iceberg? Questo rappresenta il non-visibile, il “non produttivo”, cioè la parte riproduttiva senza la quale il sistema non potrebbe continuare a funzionare.

Dentro questa parte non-visibile sono comprese tutte quelle attività necessarie a sostenere la vita: la cura della casa, dei minori, delle persone dipendenti, vale a dire le cose fondamentali, tutto ciò che riguarda le persone, lavori senza i quali non potrebbero funzionare le fabbriche, gli uffici, i servizi. Queste attività continuano ad essere fortemente femminilizzate. Il sistema attuale è pensato per soggetti senza necessità né responsabilità di cura, e questo non è reale dato che tutte le persone hanno bisogno di prestare o di ricevere cure in un momento della propria vita. Per rappresentare questi soggetti si usa la figura del BBMAE: un soggetto bianco, borghese, maschio, adulto, eterosessuale per il quale è pensato il sistema. Un soggetto che ha il potere e le risorse ma non è nemmeno numericamente maggioritario.

Si situa nella crisi il momento in cui si ripresenta una precarizzazione della vita, dovuta al fatto che la responsabilità di ammortizzare le conseguenze di questa crisi viene trasferita sulle famiglie in una forma individuale e silenziosa. A partire da questo, nel libro viene messo in discussione il ruolo del Welfare state: dopo i tagli e la restrizione del welfare conseguenti alla crisi, la sua utilità è messa in discussione e l’autrice, con l’obiettivo che le persone che leggono questo libro si interroghino sulle strutture finora predominanti, invita a riflettere su questo Sistema di welfare e si chiede se fu una conquista per le donne o piuttosto un patto fra operai e capitalisti per relegare le donne nelle case. Tenendo in conto questi elementi ci dobbiamo anche chiedere: come si può migliorarlo, renderlo più giusto, più equo?

Quali sono le proposte dell’Economia Femminista? Questa corrente dell’economia si propone di mostrare che la vita non è sostenibile in uno “sviluppo” quale ancora oggi viene proposto, di visibilizzare il lavoro di cura, di lottare contro la divisione sessuale dei lavori e assumere la cura come una responsabilità collettiva, non individuale.

Attraverso questo libro, si pone l’obiettivo di offrire una lettura femminista della crisi. Dal punto di vista dei mercati, la crisi è scoppiata per il mancato pagamento delle ipoteche spazzatura negli Stati Uniti e danneggiando poi gli altri paesi. Come conseguenza si dovettero dedicare fondi pubblici a riscattare le banche, cosa che ha provocato a sua volta l’imposizione di misure di aggiustamento. Ma se si guarda dal punto di vista della sostenibilità della vita, si parte dal fatto che questa crisi è multidimensionale – ecologica, di riproduzione sociale, di cura – e va oltre una semplice crisi finanziaria, si tratta di una crisi di civiltà prodotta dall’aver posto la vita (umana e non umana) al servizio della creazione del profitto economico. Su questo si propone una chiave di analisi aggiungendo che “la risposta politica allo scoppio della crisi si è basata sulla socializzazione del debito privato di grandi capitali e sulla riprivatizzazione dei rischi vitali per la popolazione”.

A partire da questo, viene messo in discussione il modello di sviluppo che ha posto il capitale al di sopra della vita e ha vincolato le nostre vite al funzionamento dei mercati, e si invita a cercare una soluzione per uscire da questo sviluppo e a chiedersi “dove stiamo andando”? Dobbiamo chiederci se quello che cerchiamo come individui e come società è “avere sempre di più” e se vogliamo continuare a partecipare a questa logica di accumulazione.

E cosa si può fare da casa? Dal sistema neoliberista, l’autosufficienza è stata presentata come desiderabile, positiva, ma la crisi ha dimostrato che non siamo esseri indipendenti, ma che abbiamo bisogno l’uno dell’altro e che esiste una mutua interconnessione. Assumere che nell’arco della nostra vita saremo tutte e tutti badanti e avremo bisogno di cure e capire che in quei momenti non saremo in grado di andare avanti da sole/i, ma che siamo esseri interdipendenti e dobbiamo organizzarci collettivamente per superare con successo questi momenti. In sintesi, come citato nel libro, “la cura mostra che la vita è una realtà di interdipendenza”. E si deve visibilizzare tutto questo lavoro di cura. Il sistema attualmente commercializza il lavoro di cura e rende più profonda la divisione sessuale del lavoro: è esternalizzato, pagato per il lavoro di cura e questo lavoro di cura è svolto principalmente dalle donne. A questo punto viene introdotto il concetto di catene di cura globali, attraverso le quali la responsabilità dell’assistenza tra le donne viene trasferita in base a gerarchie sociali. L’attenzione cade su coloro che hanno meno capacità di delegare. A tutto ciò va aggiunta la precaria situazione di questo settore.

Assumendo la cura come un lavoro che ci riguarda e ci riguarderà sia in quanto curanti sia in quanto curati,  e comprendendo che non possa essere svolta in solitudine, dobbiamo cercare di porre la vita al centro, non permettendo al capitale di avere la precedenza su questa, in modo da raggiungere la sostenibilità della vita, capire questo concetto, come spiega l’autrice, come il mantenimento di condizioni di possibilità di vite che valgano la pena di essere vissute.

Questo concetto di vite che vale la pena vivere viene ripetuto in tutto il libro, facendo sì che il lettore o la lettrice lo incorporino nella propria mente, per portare ad una profonda riflessione: La mia vita è una vita degna di essere vissuta?

Il libro introduce anche l’approccio eco-femminista: decrescere, vivere con meno, ridurre gli spazi in cui prevale la logica dell’accumulazione. È davvero necessario tutto ciò che possediamo, tutto ciò che abbiamo intorno? Viviamo disconnessi/e dalla natura. Offrire uno spazio all’economia solidale, popolare … in alternativa alla triade Stato-Mercato-Famiglia per studiare altre forme di gestione. Qualunque alternativa venga scelta, il libro invita alla disobbedienza per superare la paura. E inoltre, deve essere collettiva. Non siamo sole e dobbiamo agire in solidarietà tra di noi.

E infine, una frase del libro: «Il sistema socioeconomico è progettato per soggetti che non hanno bisogno di cure o che non devono prendersi delle responsabilità per la cura degli altri». A ciò si potrebbe aggiungere: essendo questo un sistema irreale, cambiamolo e adattiamolo alla realtà di tutte e tutti, tenendo anche conto delle capacità di un pianeta finito.

Credits: EFDiversas

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 44 – Numero speciale di Marzo 2020. Dossier dell’associazione Economistas sin Fronteras: “Economia Femminista: Visibilizzare l’invisibile

 

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