Il futuro del movimento

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di Vittorio Agnoletto

Le nostre ragioni si fondano su solide basi strutturali: questo modello di sviluppo, infatti, non solo non è assolutamente in grado di garantire un futuro a tutti gli oltre sei miliardi di persone che oggi abitano il pianeta, ma non può nemmeno più assicurare lo standard di vita, ossia i privilegi, del quale abbiamo goduto fino ad ora noi, popolazione del ricco emisfero nord occidentale. La logica di dominio incontrastato del profitto, infatti, sta quotidianamente distruggendo l’ambiente nel quale viviamo, sta scontrandosi con la limitatezza delle risorse e sta incontrando una sempre maggior resistenza tra quei miliardi di invisibili considerati, dal sistema finanziario, presenze eccedenti e d’intralcio ai propri progetti. Le conseguenze di tale situazioni sono ben rintracciabili anche nella vita quotidiana della nostra società: aumenta sempre più il numero dei poveri, dei senza lavoro e contemporaneamente cresce il senso d’insicurezza personale e collettivo, si diffonde la sensazione di vivere in una cittadella fortificata ove si è incapaci d’immaginare con serenità il proprio futuro.

Le teorie liberiste, dopo aver alimentato per vent’anni l’attesa di magnifiche sorti progressive per l’intera umanità, dopo aver occupato gran parte degli immaginari collettivi con le promesse di una modernità che avrebbe fornito finalmente, come d’incanto, una risposta a tutte le nostre aspirazioni, tanto da teorizzare la fine della storia come percorso dialettico, conflittuale e contraddittorio, giungono ora al loro capolinea. Prima ancora degli insuccessi collezionati in specifici campi d’azione, o su terreni ben più ampi, com avvenuto recentemente a Cancun, la globalizzazione liberista segna oggi la propria sconfitta nell’incapacità di porsi come teoria universale, capace d’interpretare e di riassumere in sé le aspirazioni collettive dell’umanità o comunque almeno di quella parte della popolazione mondiale, in Nordamerica, Europa occidentale, Oceania e Giappone che, costituendo il centro del mercato mondiale, rappresenta l’unico soggetto degno di attenzione per i fautori della globalizzazione liberista.

Il ciclo economico, ma prima ancora culturale ed ideologico, avviatosi negli anni ’80, mostra irrimediabilmente i propri limiti insormontabili. Il continuo ricorso alla guerra e la sua teorizzazione, come strumento quotidiano di dominio e di garanzia della conservazione dello status quo, rappresenta, anche agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, l’estrema debolezza di questo sistema e la strada senza sbocco sulla quale sta procedendo l’umanità.

La crisi irreversibile del pensiero unico è accelerata dalla proiezione sul piano culturale delle elaborazioni direttamente collegate alle lotte e all’impegno sviluppato, in ogni angolo del pianeta, dai movimenti sociali. Impegno che non è più ascrivibile solo al recinto delle lotte di resistenza, ma che assume sempre più un orizzonte progettuale ed un’ampia capacità di elaborazione: Porto Alegre e Firenze sono state le due più importanti, ma non le sole, università a cielo aperto delle quali si è dotato il movimento. Da queste università non emerge la riproposizione delle grandi ideologie che hanno animato il ventesimo secolo, almeno non nella forma nella quale queste hanno ispirato la costruzione delle esperienze storiche sperimentate, spesso tragicamente.

Il movimento oggi non ha una propria teoria compiuta, non contrappone al pensiero unico liberista un’unica visione già sistematizzata e confezionata del mondo, non è portatore di una specifica ideologia; d’altra parte non è nemmeno un’insieme indistinto di ideali, di aspirazioni e di speranze: il nostro pluralismo non è sinonimo di un’accozzaglia indistinta di persone che s’incontrano casualmente. Quello che sta nascendo potremmo definirlo come un nuovo umanesimo, in via di costruzione e destinato a restare un sistema aperto di pensiero, pur essendo capace di delineare un orizzonte sufficientemente preciso e nel quale sia possibile riconoscersi collettivamente; un sistema di pensiero fondato su grandi ideali, ma saldamente ancorato a una progettualità concreta ed in grado di raggiungere progressivamente sintesi sempre più alte. In questo percorso coabitano alcuni filoni di pensiero che hanno le loro radici nelle grandi tradizioni culturali del XIX e XX secolo, nel socialismo, nel comunismo, nel cristianesimo, nell’ambientalismo, nel femminismo… spesso si rifanno a percorsi eretici o comunque critici verso le esperienze storiche realizzate in nome dell’ufficialità delle proprie ideologie.

Ma sarebbe profondamente sbagliato ridurre tutto ad una sorta di incontro tra pensieri minoritari o a sintesi che guardano al passato come l’elaborazione rossoverde od il pensiero cattocomunista. Sono semplificazioni che non aiutano a comprendere l’originalità di questo nuovo umanesimo che certamente raccoglie i punti più alti delle elaborazioni che hanno segnato i percorsi di liberazione del genere umano, ma che non si limita ad una semplice sommatoria, proponendo invece nuovi paradigmi costitutivi di forme di pensiero universale.

Il nucleo centrale di questa elaborazione è la centralità dei diritti universali indivisibili. Non più quindi i diritti di cittadinanza, elaborati dalla rivoluzione francese per poter usufruire dei quali era vincolante la terra di nascita, non più quindi diritti universali ossia riconosciuti in tutto il mondo ma originati da una sola sorgente, quella del mondo occidentale, non più diritti solo umani, superando un antropocentrismo secondo il quale il mondo inanimato ed il mondo animale sono solo risorse da sfruttare, ma soprattutto diritti indivisibili, non variabili dipendenti da altre priorità, non dispensabili a percentuale a secondo dalla fase storica, della collocazione geografica o della convenienza politica del momento.

La radicalità sociale che, insieme all’ostinata ricerca dell’unità, ha caratterizzato fino ad oggi tutto il percorso del movimento, lungi dall’essere frutto di estremismo o di rigidità ideologiche, trova la propria origine nella scelta di guardare il mondo attraverso la prospettiva dei diritti universali indivisibili. Ne derivano una pratica ed una riflessione che si pongono in un antagonismo irriducibile con ogni forma di pensiero liberista, più o meno stemperato da impraticabili terze vie, ossia con ogni sistema di pensiero e di gestione della società che ponga al centro il profitto e non la persona.

Da questo nuovo umanesimo, che si alimenta nel pluralismo delle pratiche e delle elaborazioni di un movimento ormai realmente diffuso in tutto il pianeta, è già nato un differente approccio alla politica. Tale approccio, nel tempo e con le differenti caratteristiche proprie di ogni paese, porterà, nel mondo occidentale, anche al consolidarsi di un’area politica di sinistra antiliberista, capace di raccogliere e rispettare nelle sue identità le realtà organizzate già oggi esistenti. Capace di innovare anche le forme organizzative della rappresentanza secondo quella prassi di pluralismo, di leadership diffusa e di ricerca dell’unità che continua a caratterizzare il percorso del movimento; un movimento che continuerà a svolgere il proprio ruolo, evitando cortocircuiti o pericolose trasformazioni in partito, già sperimentate senza grande successo nel passato, ma che lungi da sviluppare una propria indifferenza verso la politica istituzionale potrà svolgere un importante ruolo di levatrice di una sinistra antiliberista capace di guardare in modo propositivo al futuro.

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