Il debito e la diseguaglianza finanziaria

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di Antonio De Lellis

“Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le Nazioni” è il 10° obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Onu per il 2030. L’ineguaglianza persiste e rimangono grandi disparità di accesso alla sanità, all’educazione e ad altri servizi. Inoltre, mentre la disparità di reddito tra i diversi paesi sembrerebbe essersi ridotta, la disparità all’interno di un medesimo paese è aumentata.

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. Nel 2018 soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale.  Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari. Una situazione che tocca soltanto i paesi fragili? No, perché anche in Italia la tendenza all’aumento della concentrazione delle ricchezze è chiara. A metà 2018 il 20% più ricco tra gli italiani possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Salendo più in alto nella scala, il 5% più ricco era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero.

Questi dati sono noti, ma quello che cercherò di spiegare è perché il processo di finanziarizzazione e il conseguente incremento del debito pubblico è una fondamentale concausa dell’inesorabile aumento della disuguaglianza finanziaria. Il processo di finanziarizzazione riguarda l’intero pianeta e lo possiamo considerare avviato tra le due crisi petrolifere (1973-1979), dopo la fine degli accordi di Bretton Woods. Negli anni 70′ la finanza globale e deregolamentata, muoveva i primi passi. In tal senso i numerosi scandali finanziari, fallimenti bancari, conflitti istituzionali, morti violente sono da leggere come un filo rosso che dispiega la sua potenza direttamente su alcuni protagonisti di quei conflitti, ma anche sui popoli vulnerabili e su quello italiano.

Contemporaneamente le lotte sociali avevano portato, ad esempio in Italia e non solo,  a conquiste importanti: riforma del lavoro (1970); riforme fiscali progressiste (1973) con notevoli aggravi per le classi protette e super ricchi; intervento della banca d’Italia a difesa dei titoli pubblici italiani (1974); riforma della famiglia (1975); La scala mobile (1975); istituzione del Servizio Sanitario nazionale (1978).

Al culmine di questa rivoluzione sociale un percorso inverso viene avviato ed alcuni fatti segnano più di altri lo scenario senza che siano legati per forza tra loro, creando un ordito ed una trama improvvisamente in contro tendenza: la fine del clima politico che stava costruendo il Compromesso Storico (1978); l’incriminazione e le dimissioni del governatore della Banca d’Italia (1979); la marcia dei 40.000 a Torino che muta per sempre le relazioni tra sindacati e industria volgendole verso un indebolimento colpevole della rappresentanza e rafforzando i poteri che trasformeranno il lavoro in merce (1980); il divorzio tra  Banca d’Italia e Ministero del Tesoro (1981); l’avvio delle contro riforme fiscali regressive, che ben presto restituiranno ai ricchi togliendo al ceto medio (1983); il taglio della scala mobile (1984); l’autorizzazione alla stipula di prodotti finanziari assicurativi asimmetrici come i derivati (1985).

Il prezzo di queste politiche neoliberiste, ispirate da un nuovo potere finanziario, fa esplodere non solo in Italia, il debito pubblico. L’aumento del debito è proprio il prezzo che noi tutti paghiamo per l’accordo tra finanza speculativa e Autorità monetarie e finanziarie le quali avrebbero dovuto ridurre o impedire il nuovo  strapotere invisibile della finanza e che invece allentarono i controlli, eliminarono progressivamente le regole in cambio di un arretramento proprio sul versante della tutela dei titoli del debito pubblico dalla speculazione finanziaria.

Fino agli anni 80’ nei paesi avanzati il divario di ricchezza si era attenuato. L’Ocse inserisce oggi l’Italia tra i Paesi in cui sono aumentate maggiormente le disparità tra gli anni 80 e i giorni nostri. L’indice Gini, che misura tale disparità, è infatti passato dallo 0,29 allo 0,32 nella Penisola, decimo posto per disuguaglianze sui 35 Paesi Ocse. Nei paesi ricchi, la ricchezza netta privata e quella pubblica subiscono una divaricazione progressiva portando la prima a crescere e la seconda a diminuire il proprio peso sulla ricchezza nazionale. In questo le privatizzazioni di pezzi importanti dello Stato non sono altro che un travaso dalla ricchezza pubblica a favore dei patrimoni privati. L’aumento della ricchezza offshore, posseduta nei paradisi fiscali dallo 0,01% della popolazione al top, sia nei paesi emergenti che in quelli ricchi, completa il quadro della disuguaglianza.

Il sistema del debito, delle riforme fiscali e delle disuguaglianze sociali si innesca a causa della Finanziarizzazione, del  sistema bancario ombra, dei titoli finanziari asimmetrici e della conseguente speculazione finanziaria, generando: pressione sui bilanci pubblici  degli stati deboli; aumentando gli interessi passivi sul debito; aumentando la pressione fiscale iniqua; diminuendo la progressività fiscale; diminuendo la possibilità di tassare il cumulo dei redditi; aumentando ulteriormente il patrimonio di una rarefatta classe sociale e lasciando sul terreno un conto economico, sociale ed ambientale alto che pagano i vulnerabili. A questo punto il sistema si autoalimenta perché genera nuovo accumulo di ricchezza in un circolo vizioso che imprigiona la stragrande fetta della popolazione nella trappola del debito.

Per l’Onu, c’è il consenso sul fatto che la crescita economica non è sufficiente per ridurre la povertà se non si tratta di una crescita inclusiva e se non coinvolge le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile – economica, sociale e ambientale. Ma come se ne esce? Sempre l’Onu propone: l’adozione di politiche, in particolare fiscali, salariali e di protezione sociale, per raggiungere progressivamente una maggior uguaglianza; migliorare la regolamentazione e il monitoraggio di istituzioni e mercati finanziari globali e rafforzare l’attuazione di tali norme; assicurare una migliore rappresentanza che dia voce ai paesi deboli nelle istituzioni responsabili delle decisioni in materia di economia e finanza globale e internazionale, per creare istituzioni più efficaci, credibili, responsabili e legittimate.

E’ indifferibile, in tal senso, una strategia globale e complessiva anche coinvolgendo l’intera popolazione. Superiamo le asperità tra i movimenti e autoconvochiamoci per una assemblea costituente che abbia la finalità di armonizzare gli interventi a difesa dei viventi ponendo al centro il contrasto alla finanza criminale, al rifiuto del debito illegittimo economico-ambientale e alle disuguaglianze finanziarie.

Resistere e lottare in modo intelligente contro un avversario potente presuppone dall’altra parte una strategia politica planetaria fatta di alleanze inedite e di scelte coraggiose personali e collettive.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 43 di Gennaio- Febbraio 2020. “La diseguaglianza e le rivolte