Green Pass e Riace nella storia: tra manipolazione e repressione del conflitto

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Foto: “Lavoro in fabbrica” by Guglielmo Celata is licensed under CC BY-SA 2.0

di Marco Noris, Attac Bergamo 

Apparentemente la discussione attorno al Green Pass e la vergognosa condanna di Mimmo Lucano non hanno molto a che fare se non per la concomitanza nei tempi della cronaca. Oppure potrebbero venire messi in relazione, da taluni, nella misura in cui si giudichino entrambi i fatti come espressione di antidemocratica sorveglianza e punizione nei confronti di coloro che deviano dalla retta via della narrazione dominante e dalle regole che ne mantengono lo status quo. Forse però c’è anche un’altra spiegazione, o meglio, una relazione diversa, meno immediata, più complessa frutto di un processo tutt’altro che di breve durata. Per semplificare tutto ciò si potrebbe raccontare una storia, piuttosto verosimile.

Immaginiamo di essere in una fabbrica oppure un ufficio, in generale un luogo di lavoro con un discreto numero di dipendenti. L’azienda in questione chiede ai propri lavoratori il Green Pass e, allo stato attuale, sappiamo che non possederlo provoca conseguenze e disagi di non poco conto. Immaginiamo anche che quell’azienda sia proprio una di quelle che nella prima fase del lockdown, quando non si vedeva nessun vaccino all’orizzonte, non ha mai voluto chiudere, anzi, sia stata disposta a fare carte false per trovare il giusto codice ATECO che le garantisse la continuità di apertura. È normale immaginare che, in tale situazione, si creino le condizioni per sviluppare un risentimento e un conflitto in direzione verticale, dal basso verso l’alto, da parte di alcuni lavoratori. Immaginiamo, però, che questo luogo di lavoro sia stato danneggiato in maniera diretta dal Covid sin dalla prima fase, immaginiamolo magari nella Bergamasca, in Val Seriana, nella quale i lavoratori sono stati duramente colpiti di persona, che hanno perso uno o, come frequentemente è accaduto, più di un famigliare stretto. È abbastanza facile immaginare che perpendicolarmente alla linea verticale lungo la quale si sviluppava il primo conflitto se ne svilupperà un’altra ma orizzontale, che avrà come conseguenza principale quella di portare il conflitto all’interno, tra i lavoratori, tra coloro che reputano il Green Pass una presa in giro e una limitazione della propria libertà e quelli che invece lo reputano il minimo indispensabile o addirittura ancora insufficiente per limitare il contagio. Il risultato è, in ogni caso, il depotenziamento del primo conflitto, quello verso l’altro e la frantumazione dell’unità dei lavoratori. Il rischio è che la traiettoria del conflitto venga letteralmente deviata di 90°concedendo sonni tranquilli agli imprenditori dopo aver ringraziato il loro personale Santo ATECO e un Governo che, anche in questo ennesimo caso, gli ha tolto le castagne dal fuoco.

Se c’è infatti una novità sostanziale nella questione Green Pass è proprio questa: vi è stata una esplicita decisione governativa attraverso la quale  è stato deviato verso il basso il conflitto, depotenziata la linea di frattura tra società e istituzioni, inclinandola nella direzione di un conflitto prevalentemente interno alla società medesima. Il meccanismo con il quale questo è avvenuto è stato già stato ben sviluppato in un recente editoriale di DINAMOpress (Il Grande Reset), nell’ottica di quel Grande Reset, quella trappola che ci fa discutere di cose sopravvalutate, tralasciandone altre, quella cosa che consente di convogliare energie e dirigere il conflitto tutto all’interno della società lasciando in pace i manovratori.

Si potrebbe obiettare che il governo avrebbe potuto fare un’altra scelta: al di là di qualsiasi giudizio se ne possa dare, avrebbe potuto imporre la vaccinazione obbligatoria, regolamentarla con tutte le esenzioni necessarie e stabilite da specifiche commissioni mediche. Molti obiettano che il governo abbia temuto una sollevazione popolare contro una simile decisione e non si sia arrischiato a prenderla, ma la realtà è ben diversa: in primo luogo anche i flop delle ultime iniziative mostrano che i NO Green Pass rimangono comunque una minoranza risibile nonostante gli sforzi da parte dell’apparato mediatico di dar loro visibilità e, in secondo luogo, non è immaginabile che questo governo in particolare possa essere spaventato da così poco dopo aver concesso lo sblocco dei licenziamenti, assicurato la libertà d’impresa, riducendo a tabù qualsiasi discorso sulla patrimoniale, sul salario minimo, dato il via al ritorno delle grandi e dannose opere alla faccia della transizione ecologica, tenuto a bada molto facilmente qualsiasi forma di opposizione interna al governo e della sedicente – ma non credibile – opposizione parlamentare. Realisticamente il governo di Supermario, oggi, è nella posizione di non temere nessuno, fa e disfa come meglio crede, il Green Pass è un’arma di distrazione di massa gettata in pasto all’opinione pubblica e, soprattutto, la forma ideale nella quale determinare e gestire dall’alto agenda e direzione del conflitto.

Apparentemente tale situazione non costituirebbe in sé una novità: è legata alle forme della propaganda e al news management, cioè quell’attività mediatica che non si propone di nascondere i fatti, bensì di produrli e di produrli in massa; produrre eventi capaci di fare notizia a prescindere dal fatto che siano veri o falsi. Provocare, quindi, una manipolazione attraverso un’inondazione di notizie. La tecnica della propaganda ha ormai una storia secolare e quella del news management almeno di parecchi decenni ma ci sono almeno alcune riflessioni che andrebbero fatte, relative ai diversi contesti storici nei quali tali tecniche sono state inserite e i cambiamenti intervenuti almeno negli ultimi due decenni che ne hanno fatto crescere l’efficacia in termini esponenziali.

La storia del cosiddetto neoliberismo non è semplicemente una storia fatta di economia e di controffensiva sul piano sociale ma, in linea generale, la storia di una minuziosa controriforma culturale destinata a durare nel tempo e ad invadere ogni spazio della vita quotidiana e materiale delle persone. Se non si ha esattamente questa percezione è pressoché impossibile individuarne l’inizio: l’inizio di questa controffensiva non nasce con la fine del socialismo reale nell’89 e, forse, nemmeno con la prima elezione della Thatcher nel 1979 ma qualche anno prima. Una controffensiva culturale che ha impegnato politica, mass media, persino il cinema: come aveva ben rilevato già alcuni anni fa Massimiliano Panarari, docente di Campaigning e Organizzazione del consenso alla Luiss di Roma, “La Febbre del Sabato Sera” col suo protagonista Tony Manero, con i suoi messaggi subliminali e diretti, con il suo richiamo ad un riscatto individuale costruito totalmente al di fuori del mondo del lavoro può essere considerato l’esempio più efficace di come e quando questa controffensiva sia iniziata. Persino l’apolitico medio-man Mike Bongiorno nel presentare il Festival di Sanremo nel 1979 affermò che si stava tornando a quei valori e a quegli affetti che i ragazzi avevano dimenticato e che i ragazzi volevano ballare e divertirsi come John Travolta (se qualcuno ancora oggi non capisce perché Mike Bongiorno ebbe funerali di stato forse dovrebbe riconsiderare le sue capacità di preveggenza). Vale appena la pena di accennare a film come “Grease” o la popolarissima serie televisiva “Happy Days” tanto amata anche dai centrosinistri veltroniani che aveva il grande merito di eliminare in un sol colpo quei due maledetti decenni degli anni ’60 e ’70.

Il discorso sarebbe lungo e non è possibile svilupparlo pienamente in queste poche righe ma è essenziale capire l’origine e le forti radici pluridecennali della manipolazione del consenso e costruzione della narrazione da parte degli “Happy Days” della fine della storia. Certamente ci sono stati punti di rottura negli anni ’90: l’Europa libera dalla guerra fredda poteva riscoprire il suo passato di guerra calda e ne fecero le spese Jugoslavia e Medio Oriente ma il punto di rottura più importante, ai fini dell’attacco diretto all’intero impianto narrativo costruito con pazienza e cura nei suoi primi due decenni, fu il movimento altermondialista della fine degli anni ’90. Per la Controriforma fu particolarmente pericoloso perché aveva almeno alcuni punti in comune con ciò che era accaduto una trentina di anni prima nel 1968: come il ’68 era un movimento globale che si esprimeva in tutto il mondo (e proprio per celare e contrastare questa caratteristica fu giornalisticamente coniato il termine NO Global), era eterogeneo e coinvolgeva dalle giovani generazioni occidentali a quelle indigene della foresta amazzonica (così come il ’68 fu a Parigi quanto Praga, Tokio o Città del Messico), era come il 1968 un movimento di critica antisistemica. Negli Happy Days degli anni ’90 che ormai inevitabilmente scricchiolavano, tra guerre e crisi economiche ricorrenti (quella del sud-est asiatico del 1997 è forse la più importante in quel contesto) non si poteva permettere una nuova situazione nello stile 1968: in entrambi i casi i movimenti antisistemici erano ben lungi dall’essere un pericolo in grado di sovvertire l’intero sistema in termini strutturali ma, in quel delicato momento, il ribaltamento narrativo che trasformava “la fine della storia” in una potenziale “storia della fine” non poteva essere accettato.

Come sempre, nel momento in cui il re è nudo e la narrazione non funziona più, tornano i sicuri e sperimentati metodi della repressione. Questa volta, però, non si trattava di reprimere un fenomeno di natura locale, bensì globale e la repressione doveva essere durissima ed esemplare. Fu Genova a pagarne le spese attraverso un’operazione militare accurata e a lungo preparata, per dirla con Amnesty International, con la più grande sospensione dei diritti democratici nella storia occidentale dalla fine del secondo conflitto mondiale.

In un certo senso, però, si potrebbe affermare che il millennio finisca con Genova e il nuovo arrivi solo un paio di mesi dopo con l’abbattimento delle Torri Gemelle.

Vi fu un cambiamento e anche una lenta evoluzione nella gestione dei conflitti anche da parte delle istituzioni. Il movimento pacifista era cresciuto a dismisura e nel febbraio del 2003 ci fu la più grande manifestazione globale della storia dell’umanità contro la guerra. La piazza di Roma fu quella principale con 3 milioni di persone, circa 10 volte quelle di Genova nel 2001. Non ci fu alcun incidente né violenza perché la repressione non sarebbe servita in quel caso, nessuna strategia fu attuata per provocarla artificialmente, la strategia era cambiata, la manifestazione fu un successo di partecipazione e nello stesso tempo la peggiore mortificazione della partecipazione stessa perché non si ritardò di un solo minuto l’inizio della guerra. Partecipazione e conflitto erano stati depotenziati. Come poté avvenire questo? Il cambiamento epocale dell’attentato alle Torri Gemelle fu quello di spostare completamente il piano del conflitto in termini spaziali, nell’alveo della lotta al terrorismo, e nei termini dell’inserimento di un terzo elemento, un nuovo nemico, il terrorismo internazionale, nella partita. Non si è mai riflettuto abbastanza sull’evoluzione della tecnica della gestione del conflitto interno da parte delle istituzioni, di come, a partire da quel periodo, le cose cambiarono. La storia però non finisce qui e per comprendere le ultime evoluzioni, quelle nelle quali stiamo vivendo, bisogna partire dal periodo del 2007/2008, quello della grande crisi economica e della tuttora irrisolta crisi sistemica. In termini di creazione del consenso è a partire da quel periodo che prendono piede i social network, per molti causa apparente di tutti i mali ma, in realtà, semplici esponenziali amplificatori di una narrazione manipolativa che, seppur mutata e adeguata al contesto dura da oltre 40 anni. Quello che muta in questi termini è un maggiore ed efficace lavoro sulle tecniche di percezione. Non è più semplicemente il vecchio news management che inonda la vita quotidiana di notizie (vere o false che siano poco importa), bensì un accurato lavoro sulla costruzione della percezione e della reputazione direttamente mutuato dalle nuove tecniche di marketing che hanno acquisito grande efficacia attraverso i social stessi. Le tecniche della gestione del conflitto non potevano che sfruttare le nuove tecnologie soprattutto in un momento in cui la crisi del 2008 poteva far saltare nuovamente in aria la narrazione ufficiale. Ancora una volta nella gestione del conflitto appaiono altri elementi di novità. Anche questa volta il pericolo viene da uno spazio esterno ma arriva direttamente in casa: l’immigrato, lo straniero è il pericolo, l’untore, la causa di tutti i mali e malesseri proposta per spiegare e celare i reali motivi della crisi. La percezione e la reputazione (ovviamente negativa in questo caso) dell’immigrato è la principale costruzione narrativa operata, in Europa e in Occidente per depotenziare e deviare le traiettorie di un conflitto che altrimenti sarebbe potuto scatenarsi tutto all’interno. Nello stesso tempo la costruzione di una percezione e di una reputazione (positiva in questo caso) di personaggi politici che si contrapponevano al nuovo nemico e capro espiatorio è andata di pari passo. Questo passaggio è abbondantemente sottovalutato per le sue implicazioni storiche e geopolitiche: la xenofobia, l’invenzione di un’inesistente invasione da parte degli stranieri sono stati determinanti per la vittoria del “leave” nel referendum del Regno Unito. Proprio quel popolo che forse più di qualsiasi altro al mondo ha accumulato ricchezze nella storia attraverso l’occupazione coloniale, il neocolonialismo e sfruttando la manodopera straniera anche in patria è stato indotto a temere un’invasione inesistente. È quasi superfluo sottolineare come la Brexit abbia cambiato gli scenari geopolitici a livello europeo e planetario.

Se non riusciamo a capire la forza di questo processo di costruzione mediatica nella percezione ormai condizionata in ogni attimo della vita quotidiana delle persone, non riusciamo a capire neppure il successo di nullità e personaggi da operetta come Salvini e Trump, saremmo costretti a pensare di vivere in un mondo nel quale una buona fetta della popolazione sia composta da poveretti decerebrati. Ma non è così: il disastro culturale ha radici profonde perché nasce lontano nel tempo e ha saputo evolversi incontrastato con pazienza e metodo.

Ancora una volta, però, quando la narrazione non funziona, viene messa in discussione con messaggi vincenti e opposti, la repressione torna ad essere molto pesante: la sentenza nei confronti di Mimmo Lucano ha questo significato e questo preciso scopo politico lasciando in pasto all’opinione pubblica l’oziosa e inutile dissertazione circa le motivazioni giuridiche che hanno portato a tale condanna, deviando ancora una volta le vere ragioni del contendere.

La pandemia da Covid-19, infine, ha fatto fare un altro balzo in avanti in termini tattici e strategici nella gestione e nella deviazione delle traiettorie del conflitto.

Il lockdown si è rivelata come la migliore situazione nella quale favorire e direzionare una determinata narrazione: la conoscenza e la percezione del mondo, soprattutto nel primo lockdown, sono stati totalmente mediati perché non era possibile una conoscenza esperienziale diretta. Di questo fatto in molti se ne sono accorti, ma d’altro canto, questo ha anche favorito il sorgere o l’amplificarsi di teorie complottiste di ogni genere.

Il Covid-19 ha cambiato il mondo, un mondo che non si era ripreso affatto da una crisi cronica e che rischia oggi di crollare velocemente in una crisi sistemica che distrugge tutti e tre i tradizionali ambiti nei quali viene definita la sostenibilità: quella economica, quella sociale e quella ambientale.

Di fronte ad una crisi globalizzata da un virus che non conosce frontiere diventava difficile selezionare un nuovo nemico esterno al sistema perché appare sempre più chiaro che questo “esterno” non può esistere, diventerebbe via via sempre meno credibile. Come sottolineato all’inizio il depotenziamento del conflitto passa, quindi, attraverso l’individuazione e l’ampliamento delle faglie che consentono un conflitto tutto interno e trasversale nella società. La questione Green Pass va letta all’interno di questa cornice. Gli intellettuali che vedono nel Green Pass come una forma di limitazione di democrazia e controllo sociale sembrano vissuti su Marte e rimasti ibernati negli ultimi 40 anni: non si sono affatto resi conto di cosa sia realmente cambiato nel tempo e questo è molto grave. È grave perché il Green Pass è solo una, l’ultima ricetta per determinare le traiettorie del conflitto e, di più , stabilirne l’agenda dall’alto. La visibilità mediatica data da questa contrapposizione è stata enorme, mentre altre questioni sono passate in secondo piano se non addirittura celate. È grave perché non si comprende che quel fenomeno che noi chiamiamo “complottismo” è coerente, complementare e funzionale alla frantumazione interna dei blocchi sociali. È grave anche perché la questione della pandemia e la gestione di queste forme di manipolazione durerà per lungo tempo. Infatti, al contrario di quanti sostengono che sia il vaccino il vero affare delle case farmaceutiche la realtà è un po’ diversa perlomeno se si pensa ad un vaccino veramente risolutivo della pandemia. I vaccini risolutivi, anche in presenza di tutela di brevetto consentono un profitto una tantum, se la malattia viene debellata quel profitto viene a mancare. Se accanto alla tutela dei brevetti continueremo ad avere una ampia fetta di umanità non vaccinata, addirittura alcuni continenti, come l’Africa, quasi completamente esclusi, dalla vaccinazione, se il virus continuerà a circolare con le sue varie mutazioni, la gestione della malattia si trasformerà davvero nell’affare che tutte le case farmaceutiche private sperano di gestire: una malattia cronica, richiami continui di vaccino, modifiche del vaccino stesso a fronte delle varianti scoperte e tutto ciò potrebbe durare per un lungo periodo. Come già ha dimostrato il disastro della sanità privata lombarda di fronte alla pandemia, quasi esclusivamente strutturata per la gestione delle lucrose cronicità e totalmente impreparata nella prevenzione, il cosiddetto Big Pharma non opera sono in termini di profitto bensì è composto da veri e propri rentiers che guadagnano dalla cronicità della malattia. La centralità mediatica del Green Pass serve, tra l’altro, a non focalizzare questo problema come problema centrale la cui soluzione è infinitamente più importante di tutti i Green Pass e altre alchimie che seguiranno per assicurare la continuità del conflitto nella frammentazione sociale, quella della continuità del potere nella gestione delle istituzioni politiche e di profitti per le grandi multinazionali.

Cosa fare di fronte a tutto ciò è quasi facile da dire ed estremamente difficile da realizzare: accanto alla conquista dei mezzi di produzione ci sarebbe da considerare anche quello nei confronti dei mezzi di produzione del consenso, della manipolazione delle menti e della creazione dell’errata percezione del mondo. In parte discorso vecchio ma non certo in termini qualitativi e di potere effettivo nella costruzione dell’immaginario collettivo di oggi. Una buona parte dell’assalto ad un contemporaneo Palazzo d’Inverno va fatto lì e dobbiamo prendere coscienza al più presto possibile di questa necessità, non farci dettare da alcuno le agende e le traiettorie del conflitto ma trovare il modo di svelare l’inganno e condividere in maniera più ampia possibile tale coscienza, riscrivere l’agenda di un conflitto connesso con la realtà e la materialità dell’esistenza.

Missione apparentemente impossibile oggi ma una nota di speranza c’è. Per diversi giorni a  margine della conferenza Youth4Climate organizzata dal governo a Milano, mass media e social sono stati molto impegnati nello screditare, come sempre, la figura di Greta Thunberg, un’operazione che va avanti da anni nonostante si tratti di una ragazza di appena 18 anni, perché l’importante è far sì che la gente percepisca una sua presunta antipatia e arroganza, creare artificialmente una fastidiosa reputazione; l’importante è che l’opinione pubblica non si soffermi sul fatto che, ad esempio, l’Italia può contare oltre 65.000 morti all’anno da inquinamento atmosferico, così come è più importante far passare per viziati e redarguire in maniera paternalistica i giovani che non dovrebbero scendere a protestare come se proprio quelle generazioni che li redarguiscono, negli ultimi 50 anni, non siano state la vera causa del disastro ambientale e del baratro nel quale rischiamo tutti di precipitare (e di conseguenza a questi giovani non hanno proprio un bel niente da insegnare!).

La risposta a questi tentativi manipolatori sono stati i 50.000 giovani che hanno sfilato nella manifestazione di venerdì 1 ottobre a Milano, la più grande manifestazione nel paese dall’inizio della pandemia.

Ripartiamo da lì e se dovrà esserci conflitto reale ci sia: la storia passata ci insegna, però, che quando la narrazione fallisce la repressione è spietata e senza scrupoli: con molta umiltà vediamo di dare loro una mano, non lasciamoli soli.

 

 

 

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