Genova: le ragioni di allora ancora più attuali oggi

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di Monica Di Sisto (Fair Watch – tra i facilitatori della Società della Cura)

“La pandemia ha mostrato alcuni limiti della globalizzazione. Ci sono tanti problemi tra gli Stati ma tutto ciò non prova la debolezza del multilateralismo, al contrario, dimostra che ne abbiamo sempre più bisogno (…) Come quest’anno alla Presidenza del G20, l’Italia è determinata a guidare il cambiamento di paradigma. Il mondo ha bisogno del mondo intero, non di un insieme di singoli stati”.[i] Il premier italiano Mario Draghi, in un recente incontro “sulle soluzioni per il mondo” dopo la pandemia, ha riproposto la vecchia globalizzazione “anni Novanta” come strategia di ripresa per i prossimi vent’anni. Una tendenza registrata anche tra i vertici delle organizzazioni internazionali, come Ocse e Wto, che spingono perché si torni a concentrare sulla crescita – che, giurano, sarà verde e inclusiva – l’attenzione della governance globale. Il nuovo segretario generale dell’Ocse Mathias Cormann, ad esempio, ha sostenuto nel suo discorso d’insediamento che “la nostra missione essenziale del passato, promuovere una crescita economica più forte, più pulita e più equa e aumentare l’occupazione e gli standard di vita, rimane la missione di fondamentale importanza per il futuro”. Ha detto anche che “sì, la concorrenza può essere scomoda. Può portare a disagi sociali che, collettivamente, dobbiamo gestire meglio. Abbiamo bisogno di regole efficaci per proteggere i nostri valori e garantire parità di condizioni”, ma ha aggiunto che “la concorrenza è, e dovrebbe essere, inevitabile. Proteggerci dalla concorrenza e dall’innovazione non impedisce che ciò accada altrove: significa solo che, nel tempo, coloro che si trovano dietro quei muri protettivi rimangono sempre più indietro”.[ii]. La nuova direttora generale dell’Organizzazione mondiale del commercio Ngozi Dr Okonjo-Iweala ha ammesso che “la globalizzazione e il commercio hanno sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà, ma alcune persone sono state lasciate indietro”; però la sua risposta è provare a forzare nuove liberalizzazioni perché “la Wto deve portare a casa un qualche risultato quest’anno” visto che “non possiamo più impiegare 20 anni per negoziare i risultati se la Wto riguarda le persone, il miglioramento degli standard di vita, la creazione di posti di lavoro e il sostegno allo sviluppo. Dobbiamo concentrarci sul successo”[iii].

Perché queste affermazioni sono rilevanti a vent’anni dal G8 di Genova, e perché tante e tanti giovani di allora, insieme a ragazze e ragazzi di oggi, torneranno a Genova quest’anno per rilanciare un’azione in direzione “ostinata e contraria” come si sarebbe detto in quei giorni? “Voi G8, noi 6 milioni”, era lo slogan condiviso del Genova Social Forum cui prendeva parte anche la Rete Lilliput che mi vedeva impegnata in quegli anni sempre sui temi del commercio equo e dell’economia alternativa. E – non solo a noi – era già chiaro allora che con le privatizzazioni e la deregulation progressive della produzione, degli investimenti e dei servizi spinte dalla Wto, la distanza tra sommersi e salvati, tra gli obiettivi di ridurre la miseria e azzerare la fame proteggendo il pianeta e il loro raggiungimento, sarebbe diventata incolmabile. Abbiamo attraversato il 2015 senza arrivare nemmeno a metà strada, come avevano, invece, promesso i presunti Grandi al Giubileo del 2000. Ci incamminiamo verso il 2030, nuovo traguardo concordato, dando la colpa al Covid ma sapendo per certo che, anche senza la pandemia, i conti del cosiddetto “sviluppo sostenibile” non sarebbero mai tornati.

Gli “economisti contro” come Susan George e Walden Bello lo avevano ribadito chiaramente, nell’ “assedio di idee” – lo avevano chiamato così – che ha preceduto le giornate della “mattanza cilena”: bisognava “deglobalizzare”. Che non significava votarsi esclusivamente alla sobrietà e all’autoproduzione. Anche e soprattutto ci si doveva organizzare per “avviare un processo di ristrutturazione del sistema economico e politico mondiale in modo che quest’ultimo costruisca la capacità delle economie locali e nazionali invece di degradarla – spiegava Bello -. Deglobalizzazione significa la trasformazione di un’economia globale da un’economia integrata intorno ai bisogni delle multinazionali a una integrata intorno ai bisogni dei popoli, delle nazioni e delle comunità”.

Vent’anni dopo la presidenza italiana del G20, gestita con senso scenico dal premier Draghi, ripropone, al contrario, nascosta dietro lo slogan propagandistico delle tre “P, people, planet and prosperity”, la arcivecchia teoria del “trickle down”: quando le imprese torneranno nella “Prosperità” aiuteranno col loro buon cuore le “Persone”, rispettando il “Pianeta”. Fino a quel momento dovremo pazientare e mantenere mercato, beni comuni e lavoro, più aperti, flessibili e a loro disposizione possibile. Nell’agenda commerciale proposta dall’Italia ai Grandi col supporto di Ocse e Wto, inoltre, si legge che le piccole e medie imprese non vanno riorientate a priorità e equilibri del territorio, ma aggregate e spinte con appositi soldi nostri all’interno delle grandi filiere monopoliste, opache e super-inquinanti. I servizi essenziali non vanno ripubblicizzati, ma rafforzati e resi, sempre con fondi pubblici, più appetibili per gli investitori privati perché diventino il volano della crescita post-Covid, ora che abbiamo la certezza di non poterne fare a meno. La proprietà intellettuale non andrà piegata all’interesse pubblico, ma rafforzata nella sua segretezza e redditività, non tanto per chi la registra ma per chi se ne appropria e la sviluppa a livello industriale. Le risorse naturali e umane non vanno rigenerate, ma meglio mappate e estratte fino all’ultima goccia di sangue con l’esatta crudeltà digitale delle piattaforme. Si torna, dunque, a un orizzonte ideologico e pratico cyber-thatcheriano, con buona pace di Stiglitz, Rodrik e Piketty, alternativi eleganti tanto di moda nei convegni quanto ignorati nei decreti.

Per questo, a mio avviso, è strategico lo slogan scelto per il Ventennale del G8 di Genova: “voi la malattia, noi la cura”. In primo luogo perché è di tutta evidenza che questi stravecchi protagonisti della governance globale abbiamo alimentato la “malattia” del pianeta (e nostra, a questo punto) spingendo verso una sempre meno democratica guida bicefala “Stati-imprese”, in cui i primi sono i veicoli della socializzazione dell’estrazione e delle perdite dei secondi. In secondo luogo perché la narrativa tossica e narcisistica del successo individuale degli “imprenditori di se stessi ha mascherato con una percezione di fallimento individuale il confinamento ai livelli sempre più bassi di reddito e diritti di una classe media globale sempre più impoverita e perduta, incapace di quella reazione necessaria e coordinata per l’analisi e la realizzazione di qualsiasi “altro mondo necessario” dovessimo pure avere ormai a portata di insorgenza. Da ultimo, perché il nostro mondo e le nostre comunità hanno bisogno di cura, non di sfruttamento. Di cura, non di competizione. Di perdonarsi e stringersi, perché non c’è vittoria individuale che tenga con una comunità dei viventi alle prese con una deriva sociale, economica e valoriale di queste proporzioni.

Ritroviamoci, fisicamente e politicamente, a Genova, e ripartiamo, con più forza, insieme, da lì.

[i]  https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2021/05/28/diaologo-tra-draghi-e-merkel-la-diretta-_812fc54d-ed45-4844-bbc6-2fbf231ef743.html

[ii]  https://www.oecd.org/newsroom/media-advisory-oecd-2021-ministerial-council-meeting-31-may-1-june.htm

[iii]  https://www.weforum.org/agenda/2021/05/how-global-trade-can-save-lives-and-livelihoods/

Photo credits: 23M, Marcia per il Clima e Contro le Grandi Opere Inutili, Comitato acqua pubblica Torino

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 47 di luglio-agosto 2021:  “20 anni di lotta e di speranza

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