ENI: Nemica della giustizia ambientale e climatica

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di Antonio De Lellis

Il colosso italiano ENI, controllato per il 30% da Cassa Depositi e Prestiti e dal MEF, non ha la coscienza pulita e si rifà il lifting salendo in cattedra e stringendo alleanze con la CEI e con l’Associazione nazionale Presidi.

Il colosso chimico-petrolifero è la più grande azienda italiana per fatturato, con un giro d’affari di 75,8 miliardi nel 2018 (+13% dal 2017). L’incremento deriva proprio dalle speculazioni intorno al petrolio, grazie al rincaro del greggio, salito più del 30%.

Mentre tutto il mondo parla delle azioni più urgenti di adattamento e di mitigazione al surriscaldamento globale, ENI ha battuto il suo record di produzione con 1,9 milioni di barili di petrolio al giorno.

ENI è anche una delle aziende che, a livello globale, impattano più sul clima: non solo per l’estrazione di petrolio, ma anche per il gas, erroneamente ritenuto meno inquinante o alleato della transizione. Sono oltre 18 miliardi di euro che l’Italia versa al settore Oil&Gas attraverso sussidi diretti e indiretti.

Sullo sfondo uno scenario aberrante, nel quale spicca in primo piano il processo per corruzione internazionale relativo alle assegnazioni del giacimento offshore nigeriano OPL 245, che è in fase di svolgimento presso il Tribunale di Milano e vanta come imputati Paolo Scaroni, ex a.d., e Claudio Descalzi, attuale a.d. La maxi tangente sarebbe da 1,092 miliardi di dollari.

E’ di pochi giorni fa anche la notizia che la Guardia di Finanza è entrata negli uffici dell’ENI per un altro capitolo del presunto “complotto” per depistare l’inchiesta sul caso Eni-Nigeria. In questa indagine, i vertici dell’ENI sono sospettatati di aver fatto spiare i magistrati che indagano su di loro

Nonostante tutto questo,  ENI avrà un ruolo di rilievo all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) che porterà a Bari, dal 19 al 23 febbraio, oltre cinquanta vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa).

Come si concilia la Laudato Sì con le sospette trame corruttive ed inquinanti di cui è accusata l’ENI?

L’azienda avrà perfino un ruolo fondamentale nelle scuole grazie all’accordo siglato con  l’Associazione nazionale Presidi, grazie al quale è stato avviato un programma di incontri per formare il personale docente su cambiamenti climatici, efficienza energetica, rifiuti e bonifiche.

Come si concilia la pretesa capacità dell’ENI di insegnare sulle bonifiche con la richiesta di maxi-risarcimento per devastazione ambientale intentata in Nigeria dalla comunità Ikebiri  e dalla ong nigeriana Friends of Earth?

Si comprende perché l’ENI si sottoponga al lifting distinguendosi per la nuova strategia comunicativa e coinvolgendo la Cei e i presidi. Ma come può salire in cattedra un’azienda ancora sotto processo?

L’ENI è la più importante azienda dello stato italiano, ma cosa si fa se ad inquinare e corrompere è lo Stato? Anche se l’ENI finanzia molte attività benefiche e culturali, occorrerà chiedersi, prima o poi, se la sospetta provenienza di quel denaro non consigli una precauzionale presa di distanza e l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, al fine di far luce sui metodi e sui meccanismi di azione applicati dal colosso chimico-petrolifero italiano, al fine di porre i massimi vertici di ENI dinanzi ad un serio accertamento delle proprie responsabilità.

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