Draghi: l’alfa e l’omega delle privatizzazioni

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di Marco Bersani

2 giugno 1992

Al largo dell’Argentario incrocia lo yacht reale “Britannia” con a bordo non principi e regine, né valletti o dame di compagnia, ma banchieri d’affari inglesi, banchieri italiani, boiardi e grand commis di Stato. L’uso del panfilo della Regina Elisa­betta sembrò dimostrare che la crociera del Britannia era stata decisa e programmata dal governo di Sua Maestà. E il fatto che l’evento fosse sta­to organizzato da una società chiamata “British Invisibles” provocò facili ironie: “invisibili”, nel linguaggio economico-fi­nanziario, sono le transazioni di beni immateriali, come la vendita di servizi finanziari.  “British Invisibles” nacque da un co­mitato della Banca Centrale del Regno Unito e divenne in breve tempo una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie, che oggi raggruppa 150 aziende del settore e si chiama International Fi­nancial Services.

Nel 1992 questa organizzazio­ne capì che anche l’Italia avrebbe finalmente aperto il capitolo delle privatizzazioni e decise di illustrare al nostro settore pubblico i servizi che le sue imprese erano in grado di fornire. Come luogo dell’in­contro fu scelto il panfilo Britannia, presente nel Mediterraneo in occasio­ne di un viaggio della regina Elisabetta a Malta. Fra gli italiani che salirono a bordo del panfilo vi furono Beniamino Andreatta, dirigente dell’ENI e futuro ministro, Riccardo Galli, dirigente dell’IRI, Giulio Tremonti, allora ancora in veste di avvocato fiscalista, e soprattutto Mario Draghi, chiamato da Guido Carli alla Direzione Generale del Tesoro all’inizio del 1991, che si presentò come punto di riferimento italiano per la finanza internazionale. E così, tra un’orchestrina della Royal Navy e un lancio di paracadutisti, che scesero come stelle filanti intor­no al panfilo di Sua Maestà, prese il via la stagione delle privatizzazioni italiane.

Naturalmente l’episodio è importante non per dare adito –come a volte è successo- all’ennesima teorizzazione del complotto internazionale, bensì perché si trattò di un incontro che, pur svoltosi in maniera pittoresca, mise sul piatto le possibili strategie liberiste in una fase di profondo rivolgimento in Italia e in Europa. Solo pochi mesi prima, infatti, dodici Paesi avevano sottoscritto, il 7 febbraio 1992, il Trattato di Maastricht, che sarebbe entrato in vigore dal 1 gennaio 1993 e che definiva le regole politiche e i parametri economici per l’ingresso nella futura Unione Europea, basata sull’euro (1 gennaio 1999). Si trattava del telaio monetarista per la costruzione di un’Europa che, liberata dal blocco socialista che dal dopoguerra aveva premuto sul fronte orientale, poteva finalmente consentire il pieno dispiegarsi dei mercati e degli interessi dei grandi capitali finanziari.

A quel tempo, Mario Draghi manteneva ancora qualche considerazione delle istituzioni, tanto è vero che, nonostante fosse l’alfiere delle privatizzazioni, proprio allora dichiarò: “La decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile”.

5 agosto 2011

Mario Draghi, questa volta in veste di Governatore della Banca d’Italia, si propone come co-autore, assieme all’allora Presidente della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet, dell’ormai famosa lettera inviata al governo italiano (Berlusconi), con la quale si dà il via allo shock del debito pubblico per aprire una nuova stagione di privatizzazioni, in una fase di grave difficoltà delle politiche liberiste. Si era difatti in piena crisi finanziaria globale, esplosa nel 2007 con i mutui sub-prime negli Stati Uniti e arrivata in Europa nel 2010, ed erano passati solo due mesi da un avvenimento estremamente importante dal punto di vista politico e simbolico, il referendum nel quale la maggioranza assoluta del popolo italiano si era pronunciata contro la privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni e per la loro gestione senza profitti.

Le politiche liberiste arrancavano visibilmente e, per poterle proseguire, occorreva uno shock che le rendesse irreversibili e che trasformasse la ribellione di massa in rassegnazione sociale. Ed ecco puntuale l’arrivo della lettera, nella quale Mario Draghi e Jean Claude Trichet si esprimono così: “(..) Il Consiglio direttivo della Bce ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. (..) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.”

Nel furore privatizzatore, i due si erano senz’altro fatti prendere la mano sui tempi di attuazione, laddove scrivevano: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che le azioni elencate siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011”. Ma ciò che a loro premeva sottolineare era che il predominio del mercato non poteva tener conto di un’idea obsoleta di democrazia fondata sulla sovranità popolare.

4 novembre 2021

Mario Draghi ritorna al centro della scena, questa volta come Presidente del Consiglio del governo italiano. Naturalmente immemore di quanto affermato nel 1992, pur essendo a capo di un esecutivo senza mandato popolare e con un’agenda mai sottoposta al giudizio degli elettori, porta e fa approvare al Consiglio dei Ministri, il Disegno di Legge sulla Concorrenza e il Mercato.

Si tratta di una delle cosiddette riforme abilitanti per accedere ai fondi europei del Next Generation Eu e il governo ha fretta di mandarla in porto.

Questa volta, la crisi sistemica in atto è una pandemia che da due anni tiene in scacco la globalizzazione liberista e che, come forse mai prima d’ora, ha reso evidente che il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.

Ma siccome il mercato è ormai una religione, ecco come, senza alcun senso del ridicolo, vengono esposti gli obiettivi nella nuova normativa: “promuovere lo sviluppo della concorrenza e rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati (…) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini”.

L’intero disegno di legge è un inno al mercato, oggi ancor più stonato di fronte a una pandemia che del mercato ha rilevato i limiti (e i crimini). E l’art. 6 ne costituisce l’apoteosi, laddove tenta di rendere irreversibile la privatizzazione dei servizi pubblici locali e di stravolgere la funzione pubblica e sociale dei Comuni, obbligati a considerare la messa sul mercato come gestione ordinaria dei beni comuni e delle politiche sociali per la propria comunità di riferimento.

Per chiunque non abbia deciso di nascondere la testa sotto la sabbia, il testo del provvedimento è di una chiarezza senza smagliature: si tratta di consegnare all’accumulazione finanziaria beni e servizi primari per la vita e la dignità delle persone, e lo si fa inneggiando alla concorrenza, quando è evidente si tratti di monopoli con profitti garantiti.

Stiamo parlando di acqua, energia, trasporti, rifiuti e welfare: tutte materie sulle quali una riappropriazione sociale diventa ancor più necessaria, se si vogliono affrontare, subito e con la determinazione necessaria, le due drammatiche sfide della crisi climatica e della diseguaglianza sociale. Possono sindaci e amministratori locali non prendere parola di fronte a un tale svilimento del proprio ruolo e della loro autonomia? Possono i sindacati non insorgere davanti ad una tale visione della società? Possono gli abitanti delle comunità locali rassegnarsi ad una vita scandita dalla solitudine competitiva?

Mario Draghi, trent’ anni dopo l’esordio sul panfilo di Sua Maestà, vuole chiudere il cerchio.

A tutte e tutti noi il compito di impedirglielo.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione

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