Dire e fare una ‘società della cura’

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Photo Credits: Manifestazione a Torino per il clima – Fridays for Future -Torino

di Loris Caruso (Cantiere delle idee)

Da qualsiasi punto di vista la si guardi, l’espressione “società della cura” implica l’idea una trasformazione sociale.

Cura come cura del pianeta e riconciliazione nel rapporto tra genere umano e natura, nel momento storico in cui insieme alle forme tradizionali di alterazione degli equilibri naturali del pianeta, le “punte alte dello sviluppo” lavorano a sistemi tecnologici che, estremizzando la “dialettica dell’Illuminismo”, prefigurano non più solo il dominio, ma addirittura la riproduzione stessa della natura, in questo caso di quella umana.

Cura come cura del rapporto tra genere umano e lavoro, perché nel lavoro possano tornare a esserci non solo garanzie giuridiche e salariali sufficienti a farne la fonte di una vita dignitosa, ma anche il senso individuale e collettivo di un’attività che contenga finalità collettive poste collettivamente (il “cosa, come, quanto e perché produrre”) e che consenta a tutti di sviluppare abilità, inclinazioni e talenti individuali, secondo il valore ‘teleologico’ che Marx gli assegnava.

La cura dei servizi pubblici universalistici e delle istituzioni politiche e sociali che le devono garantire.

La cura dei rapporti umani e sociali, che torni a consentire un superamento della solitudine competitiva, e delle antropologie regressive e delle psicopatologie che le sono associate.

La cura della politica, che in queste settimane vediamo una volta di più, in Italia, soggiogata e perversa dal lungo corso di quella ‘neutralizzazione tecnico-economica’ cominciata quattro decenni fa con la sconfitta del movimento operaio e dei movimenti sociali. Una neutralizzazione che in Italia raggiunge la forma suprema del cesarismo finanziario e dell’annullamento assoluto delle differenze tra partiti, che evidentemente, per arrivare a questo esito, erano già molto esigue da tempo.

Tutte queste forme di cura, per essere realizzate anche solo parzialmente, implicano profonde trasformazioni, che a loro volta implicano forti conflitti sul piano sociale, politico e culturale. In una parola: implicano il fatto che una forza riesca a contrapporsi alla potentissima forza economica, politica e tecnologica dei dominanti. Dominanti che però, se arrivano a dover ‘chiudere’ le dinamiche politiche nella forma asfissiante del cesarismo finanziario, evidentemente hanno qualche punto debole sul piano del consenso e della capacità di coniugare esigenze del profitto ed esigenze del coordinamento politico della società.

È quindi forse il caso di ragionare su come sia possibile pensare questa ‘forza’.

Una ‘forza’ di questo tipo non può che avere una natura popolare, cioè può guadagnare la dimensione minima necessaria ad agire con efficacia solo se è in grado di diventare senso comune intrecciandosi con “la vita”. E per provare a essere popolare, deve avere certe caratteristiche.

In primo luogo, deve avere un orizzonte di società, un orizzonte che si può definire ideologico, adeguato a questo tempo. Una costruzione ideologica è politicamente efficace se alle persone appare necessaria e non totalmente aliena alla società esistente e ad alcuni dei suoi valori dominanti (affermati in via di principio, e negati nella realtà). Come si pone, oggi, il rapporto dialettico tra lo sviluppo a cui è arrivato il capitalismo e una nuova idea di società? La ricerca di questa connessione è un lavoro teorico-politico centrale. Il capitalismo allo stesso tempo sviluppa come nessuna formazione sociale precedente le facoltà umane e le nega, le amputa, le limita, le ottunde. Le sviluppa limitandole ad alcuni e limitandole ad alcune, escludendone altre. Risultando quindi continuamente, perennemente contraddittorio, ma basato su contraddizioni sempre più estreme e complesse, che lasciano aperti i propri esiti ultimi. In questa apertura c’è lo spazio di nuove costruzioni ideologiche, se riescono a essere adeguate al proprio tempo.

In secondo luogo, e di conseguenza, è decisivo che un’ideologia emancipativa sia orientata al futuro: che interpreti e raccolga il passato e il presente, ma che si proietti in avanti, imponendosi come la rappresentazione della realtà che sviluppa potenzialità che il mondo presente non può sviluppare, e che sia più efficace del sistema sociale attuale nel proteggere da rischi decisivi, come quello ambientale e quello della disoccupazione di massa.

Originariamente, infatti, destra e sinistra erano sostanzialmente sinonimi di conservatori e progressisti. La sinistra era il nuovo. Il nuovo mondo inaugurato dalla Rivoluzione francese. La rivoluzione come accelerazione del tempo. I nuovi uomini e donne che sarebbero nati dalle rivoluzioni politiche e sociali e dal progresso. Le nuove classi e i nuovi ceti. Le nuove possibilità di vita offerte dalla scienza, dalla tecnica e dalla rivoluzione industriale. Le nuove forme politiche nate dalle rivoluzioni democratiche. Sinistra e futuro nascono intrecciate.

In terzo luogo, bisogna agire nel campo della traduzione. Una volta che ci si sia dotati di un orizzonte di società che incarni meglio degli avversari un’immagine del Nuovo, cioè delle potenzialità inespresse della società e del genere umano, la si deve tradurre in poche idee-forza che appaiano però anche razionali, efficaci e necessarie. È il terreno della politica e della mobilitazione collettiva come contingenza, come invenzione funzionale ad affrontare determinate fasi politiche. Una contingenza, però, non assoluta, sempre riconducibile a un progetto di società generale capace di mobilitare e suscitare consenso, radicato in tendenze storiche reali.

Della contingenza fa parte anche il terzo terreno di azione, che è quello del rapporto più specifico e immediato con la popolazione. È inutile dotarsi di un progetto di società e di una sua traduzione potenzialmente efficace, se queste due costruzioni non arrivano al senso comune, e se quando ci arrivano non sono in grado di intercettarne rappresentazioni, bisogni, ambizioni e desideri. Vale la pena di ribadirlo: non solo bisogni, ma anche ambizioni e desideri, che sono il terreno privilegiato dell’egemonia capitalistica.

Da un lato, questo tema riguarda la dimensione della forza sociale e politica, la capacità organizzativa e comunicativa di arrivare alla popolazione. Ragionare nell’ottica dell’acquisizione di forza (quindi della capacità di suscitare adesione e mobilitazione, di comunicare con efficacia e di avere consenso) significa agire sempre essendo orientati al mondo esterno e cercando di massimizzare il proprio ruolo e la propria influenza. La sinistra politica e di movimento italiana, negli ultimi anni, nella migliore delle ipotesi si è concentrata sulla gestione dei propri mondi interni, riservando pochissime energie all’elaborazione tattica e strategica.

Al tema della forza e della comunicazione è legato quello del discorso politico. Se si riesce a stabilire una connessione con il senso comune, com’è possibile risultare convincenti? Anche in questo caso, il rapporto non può che essere dialettico. Ci si confronta, e si cerca di intercettare, il senso comune e la cultura di massa così come sono, senza fingere o sperare che siano altro. Si utilizzano ai propri scopi rappresentazioni, parole e orientamenti presenti nella cultura popolare e di massa, facendo leva su alcuni, provando a cambiare il senso di altri, aggiungendone di nuovi che non risultino però alieni rispetto al dibattito corrente e a principi, idee e parole già diffusi.

Gramsci scriveva che un’idea di nuova società non può nascere “in opposizione ai sentimenti spontanei delle masse”. Non si può apparire estranei al senso comune diffuso, se si vuole parlare ‘al popolo’ e non tra sé stessi. Non bisogna nemmeno semplicemente accoglierlo così com’è, anche perché il senso comune non è ‘una cosa’, ma un insieme frastagliato e frammentario di rappresentazioni e orientamenti anche molto contraddittori tra loro, all’interno dei quali è sempre possibile lavorare per affermare le idee di una “società della cura”.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 45 di marzo-aprile 2021:  “Recovery PlanET: per la società della cura

 

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