Democrazia di prossimità, società della cura e DDL Concorrenza

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di Pino Cosentino (Attac Italia)

 “…doppio fine: quello dell’efficienza economica

e quello della giustizia sociale”

(Dalla Relazione di accompagnamento del DDL Concorrenza 2021)

In un’ideale classifica dell’incuria la concorrenza dovrebbe figurare al secondo posto, subito dopo la guerra. Vediamo di spiegarci meglio.

Se il DDL “Concorrenza” ha un merito è quello di aver eliminato ogni retorica sulla partecipazione dei cittadini. Di essa non vi si trova la minima traccia. Il legislatore questa volta non si preoccupa di accompagnare la legge con esortazioni alla partecipazione, eventualmente prevedendo anche strumenti di consultazione. Un provvedimento tutto orientato a sottrarre alle comunità locali i servizi di base della convivenza civile non può reggere, nemmeno a livello puramente verbale, una finzione così contrastante con il suo intento dichiarato. Con la gestione privata di ogni attività, di ogni processo produttivo, anche di beni pubblici o comuni, sparisce il dualismo stato – mercato, resta solo il mercato che ovviamente non prevede alcun processo decisionale collettivo, ma nel modello teorico contempla la dialettica impresa – consumatore in quello che per convenzione chiamiamo “mercato”.

Abbiamo qui un duplice passaggio. Il primo è quello dal popolo alla rappresentanza. Ma compiuto questo passaggio e trasferito il potere pubblico agli organi esecutivi, legislativi e giudiziari, ci si accorge che neppure essi sono capaci (almeno nella maggior parte dei casi) di gestire i beni pubblici in maniera soddisfacente. La rappresentanza politica passa la mano al privato (realmente o formalmente), riservando a sé stessa il ruolo di regolatore e controllore.

Il DDL “Concorrenza” si colloca a questo punto della storia. Il presupposto è che l’impresa privata orientata al profitto sia il modello universale di successo che garantisce la massima efficienza possibile, poiché diretta da soggetti che hanno una motivazione personale: il guadagno e il prestigio. Al fallimento della politica si rimedia applicando al settore pubblico la “cura” della privatizzazione. Si è cominciato 30 anni fa con l’obiettivo dichiarato di eliminare indebiti sconfinamenti dello Stato nel settore privato (“ma perché lo stato deve produrre panettoni e gelati?” si diceva), ma quasi subito si è passati ai servizi pubblici, in primis il servizio idrico, uno dei più sicuri e redditizi.

Tuttavia oggi la privatizzazione dei servizi pubblici locali non è ancora completa, pur essendo passati oltre 20 anni. Come mai?

Qui rispunta un attore che sembrava sparito dalla nostra storia: le persone che vivono nei territori, nelle città grandi e piccole, nei paesi e nei nuclei sparsi per le campagne. Da lì viene una resistenza spesso inerziale, talvolta consapevole e attiva, che in molti casi ha frenato i processi di privatizzazione. Mentre le privatizzazioni di banche, assicurazioni, grandi aziende industriali, infrastrutture di rilevanza nazionale sono ormai un fatto compiuto da molti anni, con poche eccezioni, i servizi pubblici locali sono in parte significativa ancora nelle mani dei Comuni, sebbene nella forma privatistica di SpA, raramente come Aziende speciali, ancora più raramente in economia.

È in quest’ambito locale, quello in cui vive la gente comune, che più tenace e motivata è  l’opposizione alle privatizzazioni, perfino tra gli amministratori eletti. Esercita la sua influenza le vicinanza tra elettori ed eletti, e la maggiore possibilità da parte dei cittadini di influire sui processi decisionali a quel livello è un incentivo ad aggregarsi, organizzarsi. La “democrazia di prossimità” è questo. Qui davvero “partecipare” significa “esserci di persona” e poter contare qualcosa.

La privatizzazione cancella tutto questo, trasformando la gestione del servizio o del bene pubblico in un’attività economica orientata al profitto come una qualunque impresa privata. La responsabilità della guida dell’azienda e dei suoi risultati è esclusivamente degli amministratori  nominati dagli azionisti. Lo scopo della società, quindi degli amministratori, a norma del codice civile è di realizzare un utile per gli azionisti e di dividerlo tra di loro[1].

Qui possiamo misurare il contrasto fondamentale tra cura e concorrenza.  Nella società della cura prosperità e felicità provengono dalle relazioni di reciproco sostegno, aiuto e benevolenza tra persone, mentre nelle società capitalistiche spetterebbe al mercato il compito di convertire in benessere l’egoismo delle persone. Il mercato è il bene, e produce bene in maniera disuguale, ma in modo che anche ai meno fortunati ne venga qualcosa. Nelle società di mercato l’etica, il bene, non sono più un fatto umano. Il mercato è il luogo dell’etica, dell’equità, della efficienza e della giustizia sociale. Purché sia concorrenziale. Questa idea, una miscela di realtà e di costruzione ideologica, giustifica l’appropriazione privata del patrimonio pubblico.

La democrazia di prossimità è la risposta politica, la via radicalmente alternativa, che però può dispiegare la sua piena efficacia se è sostenuta da un tessuto di relazioni che potemmo definire “di cura”. Tuttavia non c’è un prima e un dopo. Non dobbiamo aspettare di avere un tessuto compatto di relazioni per contestare le privatizzazioni e in generale le politiche pubbliche. Le lotte anche minoritarie sono comunque necessarie per attivare persone e mettere in moto processi di socializzazione. Ora la strategia “società della cura”, se correttamente  intesa e profondamente interiorizzata, aiuta a superare i limiti di un’azione puramente “tecnica”, che punti esclusivamente all’utilizzo dei pochi strumenti di partecipazione esistenti a livello locale. Lo sviluppo di una democrazia di prossimità richiede e allo stesso tempo produce il progressivo superamento dell’individualismo consumistico e competitivo il cui pieno completamento è invece l’obiettivo del DDL Concorrenza. La democrazia di prossimità è il tassello base per un nuovo sistema politico fondato sulla partecipazione del popolo ai processi decisionali pubblici, la faccia strettamente politica, a più livelli, della società della cura.

[1] “… due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili” CC, art. 2247.

Foto: “participacion-ciudadana” di Angula BerriaCC BY-SA 2.0.)

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione

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