De Gennaro: dal ‘Blue Block’ di Genova al controllo di tutta la sicurezza nazionale

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di Gigi Malabarba* 

A maggio 2020, con l’ultima assemblea di Leonardo, la pietra angolare per la sicurezza nazionale e per l’industria del nostro Paese, si concludono i vent’anni di folgorante ascesa del prefetto Gianni De Gennaro, che ha avuto nel bagno di sangue del G8 di Genova l’abbrivio del progetto per la totale riorganizzazione degli apparati di sicurezza. Annus horribilis in cui, neanche due mesi dopo, si sarebbe scatenata la guerra globale permanente di George Bush, le cui ricadute nei ‘fronti interni’ (il linguaggio bellico è il loro) si sarebbero dovute ispirare ai principi del patriot act degli Stati Uniti.

Prudente e spregiudicato accumulo di crediti presso la FBI negli anni ’90 della trattativa Stato-Mafia, con l’acquisizione di carte per ricattare mezzo mondo politico e industriale italiano (quella FBI che nel 2004 darà il suo premio al merito all’unico non-americano proprio per il successo della mattanza genovese). Capo della polizia nel 2000, nominato dal Presidente del Consiglio nonché suo alter ego politico Giuliano Amato – che lo rinominerà con un piccolo golpe istituzionale capo-gabinetto del Ministero dell’Interno nel 2007 quando Amato sarà all’Interno con Prodi: un inedito assoluto passare da capo degli sbirri a capo politico nello stesso palazzo senza soluzione di continuità – . Direttore e coordinatore dal 2008 di tutti i servizi segreti italiani riformati imponendo tutti i suoi uomini, dei quali molti promossi per i meriti acquisiti nel ‘blue block’ genovese. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Sicurezza dal 2012 (governo Monti). Presidente di Leonardo-Finmeccanica dal 2013 al 2020, gli subentrerà, con lo schema ormai oliato, Luciano Carta, già direttore dell’AISE, il servizio segreto militare.

Nel luglio 2001, quando si arrivò alla grande mobilitazione contro il G8, ero appena stato eletto al Senato, dopo aver attraversato le ‘prove generali’ della mattanza in occasione della manifestazione no global del marzo a Napoli: appuntamenti meticolosamente costruiti da De Gennaro senza che il cambio di governo abbia in nulla modificato i piani. Questa è stata la ricostruzione dei fatti che negli anni sono riuscito a fare, anche grazie alla mia presenza nel COPASIR (allora COPACO),  il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, il regno dell’omertà bipartisan per eccellenza.

Quella del ‘Negroponte’ italiano non è una mia invenzione, bensì è l’indicazione coerente data da un giornale, assai discutibile ma documentato, come il Riformista, che – nelle esigenze di combinazione del contrasto interno e internazionale al terrorismo, accentrando le funzioni in un unico comando com’è avvenuto negli Stati Uniti – vedeva in De Gennaro quel ruolo, in una luce quindi positiva. Peraltro, dal punto di vista dei principali paesi imperialisti, mantenere scoordinate le funzioni di contrasto ai ‘nemici interni’ (affidate negli USA alla FBI, mettiamola così per comodità) da quelle ai nemici ‘esterni’ (affidate alla CIA) è obiettivamente un nonsenso; così come il ruolo di polizia internazionale assunto dalla NATO non poteva non investire le truppe impiegate anche nei ‘fronti interni’ (tale è la funzione affidata ai Carabinieri secondo la riforma D’Alema del 1999, consolidata con la rete delle gendarmerie europee con sede a Vicenza dal ministro Martino nel 2004; anche qui Genova è stata la prima grande occasione di applicazione).

Naturalmente ci sono le ambizioni del personaggio ma se le ambizioni non corrispondono a esigenze obiettive tali rimangono. En passant, devo dire che gli stessi incarichi ricoperti da De Gennaro transitoriamente, come l’innocente ruolo di plenipotenziario a Napoli per ‘risolvere’ manu militari l’emergenza rifiuti, gli hanno consentito per un periodo, in attesa della riforma dei servizi, di avere nelle proprie disponibilità operative – anche questo, che mi risulti, per la prima volta nella storia repubblicana – le istanze del Comando Sud dell’esercito italiano e delle omologhe istanze Nato, nel quadro dell’ “emergenza”.

In ogni caso, l’obiettivo perseguito da De Gennaro – dopo l’accreditamento internazionale ottenuto nella lotta contro la criminalità organizzata che l’ha proiettato a dirigere il contrasto del movimento no global già prima di Genova e a porsi in pole position per assumere una funzione dirigente nella lotta contro il terrorismo – è stato quello di diventare capo di tutti i servizi segreti.

Nel 2004 costituisce, all’interno del Viminale, un organismo rimasto ignoto ai più, il CASA, Comitato analisi strategica antiterrorismo, avallato direttamente dalla presidenza del consiglio (Gianni Letta), la cui direzione è affidata alla Polizia di Stato, e che annovera curiosamente, in funzione subalterna, sia i tre capi dei servizi di intelligence (che di norma avevano invece il ruolo primario antiterrorismo!), sia i capi delle armi della sicurezza interna: Carabinieri e Guardia di finanza. Tale organismo non ha mai avuto una funzione effettiva, perché nessuno dei servizi vi ha mai concretamente collaborato, com’era logico, ma è stato la premessa della riforma che ha costituito il DIS come organo effettivo di coordinamento dell’intelligence (al posto dell’inutile CESIS, poco più di un centro studi) di cui De Gennaro è diventato direttore. Capo di fatto di tutte le armi, capo di tutti i servizi, e con appoggio bipartisan. Che restava?

Ho da subito sostenuto (siamo nel 2005), accusato anche da sinistra di essere maniaco e vendicativo, che l’ambizione di Gianni De Gennaro era quella di completare la propria carriera istituzionale ai vertici di Finmeccanica. Quando questo effettivamente avvenne, si parlò di motivazione ‘economica’: 600mila euro l’anno, più la pensione da prefetto, non sono certo da buttar via… Ma come “cimitero dorato per elefanti” si possono trovare varie sistemazioni per personaggi simili e questa spiegazione allora non mi convinse affatto. Finmeccanica da anni ha puntato a diventare fornitore unico della sicurezza nazionale, per usare le parole di Peter Gomez, ossia: dall’antiterrorismo al contrasto dell’immigrazione clandestina, dalla sorveglianza delle reti informatiche e delle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, gasdotti) fino alla gestione delle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura. Tutto ciò, mantenendo il ruolo di gestore unico del sistema militare industriale italiano: Alenia, Galileo, Agusta, Oto Melara, ecc., con un rapporto sempre più stringente con gli USA invece che con i partner europei.

Luciano Pucci, amministratore delegato di Seicos, una delle principali società di Finmeccanica, è l’uomo di Telecom che ha costituito al Viminale la più potente strumentazione per le intercettazioni esistente nel paese, sulla base di un progetto presentato al governo Amato all’epoca della nomina di De Gennaro a capo della polizia. Nel settembre del 2004, riporta il sito del Ministero dell’Interno, Luciano Pucci e Giuliano Tavaroli, capo della security di Telecom, firmano un protocollo di collaborazione tecnica col Viminale proprio per garantirsi il top del sistema. Si tratta di quelle tecnologie di spionaggio che consentono di spiare gli spioni che spiano magistrati e giornalisti senza essere scoperti; spioni dei servizi che dispongono già di strumenti criptati, teoricamente ‘indecifrabili’. Com’è stato possibile spiare per due anni il capo del SISMI Pollari nel pieno delle sue funzioni di principale responsabile della sicurezza nazionale? Cosa che ha destato stupore, invero per non più di cinque minuti, nel COPASIR presieduto da Francesco Rutelli…. Quel che invece ha fatto scalpore, si ricorderà, sono i ritagli di giornale per le ‘schedature’ illegali organizzate da Pio Pompa (un nome, un programma).

Ho avuto la maligna impressione che nel 2005 Luciano Pucci sia stato spedito a Finmeccanica per concretizzare quell’ipotesi di controllo di tutte le forniture  per la sicurezza nazionale, in attesa del possibile arrivo del capo. Mi sembra un’ipotesi più seria che non le prebende previste per la carica. La ‘forza’ di quel che è avvenuto nel Ministero dell’Interno con l’accoppiata Amato-De Gennaro, per essere chiari sia in epoca di centrosinistra che di centrodestra (e non ho idea di cosa sia successo per altre questioni relative a eventuali ‘interventi’ in occasione di tornate elettorali di cui si sono occupati altri e di cui non dispongo di alcun elemento: c’è l’arresto di Provenzano tra il primo e il secondo giorno delle elezioni politiche nel 2006 messo sul piatto dal nostro De Gennaro), è dimostrata da questo episodio.

Quando l’ex Garante della privacy Stefano Rodotà, di fronte alla fuga di notizie riservate dai tribunali e al fortissimo terremoto istituzionale che portò a indagini nei ministeri e negli uffici giudiziari, chiese a gran voce perché il Viminale fosse escluso da tali ispezioni, Amato lo liquidò con tono sprezzante affermando che il suo Ministero era “esente da infezioni per principio” e nessuno disse più nulla!!

Se qualcuno ha pensato che De Gennaro – indagato per la costruzione delle false testimonianze dei suoi uomini durante il G8 a Genova – abbia dato le ‘dimissioni’, peraltro subito respinte, da capo dei servizi per una sua qualche responsabilità istituzionale, ha preso un abbaglio.

De Gennaro, dopo quello sgarbo nei suoi confronti, pretese l’assoluzione per sé e per tutti e soprattutto, ancora una volta, la promozione alla carica che stava inseguendo con determinazione. Non avevo idea se questo avrebbe potuto realizzarlo, anche perché al governo tornava Berlusconi, che avrebbe tentato di far fare carriera a uomini direttamente suoi. Ma il potere di ricatto del personaggio e l’accumulo di meriti, in particolare con Genova e da Genova in poi, l’ha portato ben al di là delle previsioni che non solo io, ma anche il più stupido dei membri del COPASIR avrebbe avuto a disposizione per capirlo.

*già capogruppo Prc al Senato

Photo credits: “Genova 2001: No G8” by han Soete is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 47 di luglio-agosto 2021:  “20 anni di lotta e di speranza

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