(DDL) Concorrenza versus Comuni

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di Leonardo Becheri (Coordinamento nazionale Rete delle Città in Comune)

Si dice che una serie di indizi gravi, precisi e concordanti fa prova.

È esattamente quello che appare lampante quando diciamo che il Governo Draghi vuol affossare definitivamente il ruolo dei Comuni. In primis c’è il rapporto fra DDL Concorrenza e la funzione concreta assegnata dalla Costituzione ai medesimi. La nostra Carta fondamentale infatti, dà principi generali ma anche strumenti ed indirizzi per l’espletamento di tali principi. In questo caso lo fa col combinato disposto non solo della rilevanza costituzionale dei Comuni, dando ad essi un ruolo propulsivo di tenuta delle comunità locali, ma anche di rimozione delle differenze sociali che la minano. Nei fatti il DDL Concorrenza si pone l’obbiettivo opposto, da più punti di vista, lasciando, se attuato, un Ente Locale senza strumenti: una sorta di guscio vuoto ancora più esposto agli appetiti privati. Invece di farli essere presidi che svolgono un ruolo di tenuta democratica di fronte alla crisi climatica e sociale che viviamo, il Governo Draghi cerca di usare questa crisi per completare quel processo di privatizzazione e di smantellamento di qualsiasi ruolo e funzione del pubblico. In fondo lo stesso Draghi ne era già fautore quando, nel ruolo di Governatore della Banca d’Italia, scrisse assieme all’allora Presidente della Bce la famosa lettera del 2011 in cui si indicava come orizzonte la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Col DDL concorrenza la privatizzazione è di fatto obbligatoria, ribaltando “l’onere della prova”, cioè imponendo una serie di vincoli all’ente che non procede in questa direzione tali da essere quasi impossibili da sostenere, mentre in pratica il privato subentrante non ha quasi nessuna condizionalità da rispettare, anche fosse soltanto gestionale.

Si badi bene che non si parla dei soli servizi a rilevanza economica, ma proprio di tutti i servizi: acqua, rifiuti, energia e welfare e non solo. Un’operazione che non era riuscita ai governi precedenti, anche se ci hanno provato molte volte. Il referendum del 2011 aveva colto in pieno la relazione fra ente locale, beni comuni e servizi pubblici, in quanto, oltre a sancire la ripubblicizzazione di tutti i servizi appunto, e non solo dell’acqua, aveva anche stabilito che andava tolta di mezzo la famosa “remunerazione del capitale investito”. Non era solo una palese regalia – statalista, in questo caso sì – agli investitori privati o privatistici, nonché una mercificazione del bene pubblico, ma anche la negazione di principio della funzione sociale dei beni comuni e servizi pubblici affidati ai Comuni. Come conseguenza si negava ai Comuni anche la possibilità di operare con quella modularità di interventi che tengono conto delle differenze sociali della propria comunità, possibilità negata dall’aziendalizzazione prima ancora della privatizzazione, rafforzata poi da tali scelte.

Oggi questo rapporto con il proprio territorio, necessario all’esistenza stessa di un ente locale se non vogliamo considerarlo meramente formale, viene cancellato dal DDL concorrenza.

Si instaurerà quindi un rapporto diretto fra il privato e la cittadinanza, con tutto un pregresso che ci parla di aumento di costi, delle bollette, di mancanza di investimenti, ecc. e che comporta anche l’impossibilità per l’ente di mettere in atto anche una minima azione anticiclica.

Questa mancanza avrà anche effetti indiretti: l’ente locale vedrà ancora più minati i propri bilanci, e, col combinato disposto della riproposizione del patto di stabilità, non solo sarà impossibile fare investimenti, ma l’ente sarà molto più debole di fronte ad allettanti proposte economiche di speculatori – si pensi all’urbanistica – pronti a chiedere qualunque cosa in cambio di un po’ di quattrini “pochi, maledetti e subito”.

Tutto ciò per sottolineare che non si tratterà di un impatto solamente diretto e relativo a proprietà e gestione dei servizi pubblici, o solo sull’aumento dei costi delle bollette o dei servizi, ma diventerà di un’ulteriore accelerazione nella direzione della scomposizione sociale, della perdita di autodeterminazione dei rapporti sociali nelle comunità locali, della scomparsa del concetto stesso di bene ma anche di dimensione e spazio comune. Tutto ciò con una sostanziale acquiescenza da parte di molti sindaci, in ossequio all’assenza di opposizione parlamentare e sociale, e di conseguenza anche da parte dell’associazione dei Comuni.

Nell’articolo 6 dello stesso DDL Concorrenza – quello dove si prevede la privatizzazione totale dei servizi – è palese chi subentrerà definitivamente all’ente locale: le multiutility, che vengono esplicitamente favorite nel testo, e quindi di riflesso tutta l’operazione di quotazione in borsa. Multiutility che in parallelo hanno avuto un’accelerazione nel loro rafforzamento o nella loro creazione proprio in questi mesi: si pensi alla Toscana o alla “colonizzazione” del sud, che vede – anche per altri motivi, anche per il DDL concorrenza – messa in discussione completamente la sopravvivenza dell’esperienza dell’azienda di diritto pubblico ABC Napoli. Tra l’altro un sud Italia che, per essere messo definitivamente fuori combattimento su questa partita come su altre, sarà la maggiore vittima dell’altro grande provvedimento in pole position, cioè quello sull’autonomia differenziata. Ma il DDL concorrenza, nella sua nefandezza, non si ferma qua, perché si occupa anche della partita delle spiagge, o meglio delle concessioni demaniali. In questo caso, vista la pressione delle lobby dei balneari, il governo è dovuto intervenire con un emendamento ad hoc allo stesso DDL concorrenza, per recepire la messa a gara delle concessioni a partire dal 2024 onde evitare il proseguo della procedura di infrazione dell’ultra liberista UE (UE che si è ben guardata da richiamare l’Italia invece sulla palese violazione del principio di prossimità e di leale collaborazione leso dal DDL in tema di servizi pubblici) ma con alcuni principi di salvaguardia delle aziende balneari da inserire nei prossimi bandi, per motivi di pressione elettoralistica. Il punto è, ancora una volta, che la possibilità di non procedere con le concessioni a privati – come altri paesi almeno parzialmente fanno, a cominciare dalla Francia – non è balenato in testa a Draghi e C., coerenti con la loro furia privatizzatrice.  Di tutto questo, e dell’antropizzazione delle spiagge, dell’inquinamento, della distruzione paesaggistica ecc… è certo l’ente locale che si trova a dover far fronte, ma senza risorse in quanto le poche – di fronte ai lauti guadagni dei concessionari balneari – vanno al demanio. Inoltre, se il DDL concorrenza è uno dei provvedimenti “abilitanti” a ricevere i finanziamenti del PNRR, significa che deve essere portato a casa dal governo entro l’anno. Insieme a tutti i decreti attuativi. Quindi dovrà essere approvato dal Parlamento entro l’estate, mentre ora è fermo in Commissione al Senato.

Che fare allora? Accelerare al massimo la mobilitazione istituzionale – e l’ordine del giorno ad hoc proposto da Attac Italia, Rete delle Città in Comune e altri per i consigli comunali sta avendo un suo percorso, con alcune approvazioni rilevanti che però devono essere di molto ampliate – e soprattutto sociale, provando a rompere anche la “bolla” delle relazioni di chi abitualmente e coraggiosamente si batte contro il provvedimento. Deve essere chiaro che tutti i Comuni e le comunità del paese subiranno un danno epocale e rilevante dalla approvazione del DDL Concorrenza.

È quindi stata utile l’iniziativa del forum di convergenza dei movimenti svoltasi a Roma, come l’indicazione che la giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo sia orientata quest’anno a mettere al centro della sua riflessione il DDL Concorrenza e quindi una conseguente azione di contrasto allo stesso, a 11 anni dal referendum poi tradito. Dobbiamo però comunque lavorare velocemente con due elementi di fondo da tenere ben presenti. Il primo: siamo di fronte al più grande attacco alla vita sociale delle nostre comunità attuato da decenni a questa parte. Il secondo: Draghi sta attuando una strategia complessiva ben precisa, cioè la privatizzazione del paese e la messa in discussione della Costituzione materiale. Se è così, allora le connessioni delle vertenze che tendono alla ricomposizione sociale tramite le lotte sociali devono avere uguale consapevolezza e stessa celerità di composizione – e in parte sta faticosamente avvenendo, si pensi al percorso nato e costruito intorno alla vertenza GKN, che il 26 marzo vedrà organizzare una nuova manifestazione nazionale a Firenze – , in modo da provare a modificare il senso comune e rientrare in partita di fronte ad una classe dirigente agguerrita e consapevole e a un Parlamento esautorato e in fondo contento di esserlo.

Foto: Rete delle Città in Comune

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione

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