Ddl Concorrenza ed energia: ancora mercato nonostante la crisi eco-climatica

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di Corrado Oddi (Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua)

Qualcuno potrebbe sostenere che il tema dell’energia non ha molto a che fare con il disegno di legge delega sulla concorrenza attualmente in discussione in Parlamento. Un disegno di legge conosciuto soprattutto per le vicende delle concessioni balneari che, in realtà, interviene invece pesantemente su tutti i servizi pubblici: dai trasporti al servizio idrico e al ciclo dei rifiuti, dai servizi “a rilevanza economica” a quelli sociali, compresa la sanità, con l’intento di dare una grande spinta ad una nuova fase di privatizzazioni.

Il tema energetico sembra toccato in misura meno rilevante, anche se gli articoli 4 e 5 ragionano sulla distribuzione del gas naturale e sulle concessioni di grande derivazione idroelettrica. Su quest’ultimo punto si dispone il potere sostitutivo dello Stato nei confronti delle Regioni per lo svolgimento delle gare di assegnazione delle concessioni a partire dal 2023, mentre, per quanto riguarda le concessioni relative alla distribuzione del gas, si parla esplicitamente della possibilità per gli Enti locali di alienarle cedendo ai gestori anche reti e impianti.

Una scelta grave, che sembra anticipare ciò che potrà succedere a tutti i servizi pubblici locali, dove il tema è semplicemente enunciato, ma non sviluppato chiaramente (ci potrebbero pensare i successivi decreti delegati).

Del resto, a me sembra proprio questa la chiave di lettura più appropriata per mettere in relazione il tema dell’energia e degli altri servizi pubblici “a rilevanza economica” con il ddl concorrenza: e cioè che il settore dell’energia ha anticipato una strada, quella della completa privatizzazione che ora viene indicata come quella “virtuosa”, da seguire per tutti gli altri servizi pubblici “ a rilevanza economica”.

Già da molto tempo il settore del gas e dell’energia elettrica si è strutturato come oligopolio costituito da grandi soggetti industriali, aziende nazionali (in testa ENI e ENEL) e grandi multiutilities, tutti quanti animati dalla logica privatistica di massimizzazione dei profitti. Peraltro, per l’attività di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, non a caso è previsto che l’unica forma di aggiudicazione del servizio sia la gara (mentre per gli altri servizi pubblici, ad oggi e al netto di quanto previsto dal ddl concorrenza, vige ancora la possibilità di affidamento ad una società mista pubblico-privata con scelta del socio privato tramite gara e quella di affidamento diretto ad un’azienda “in house”), quella che, appunto, serve a spartire il mercato tra pochi e grandi soggetti erogatori.

La prima motivazione di quest’impostazione è molto chiara: la finalità fondamentale è quella della produzione di profitti, non certo l’assunzione delle priorità legate al contrasto al cambiamento climatico e all’indipendenza della nostra produzione energetica, che logicamente si dovrebbe sviluppare attorno all’uscita dai combustibili fossili e all’incremento della produzione da fonti rinnovabili.

Su questo, basta lasciare la parola all’amministratore delegato di ENI, Descalzi, che in un’intervista di qualche giorno fa rilasciata al Sole 24 Ore, evidentemente frutto di chi si è messo l’elmetto in testa a fronte della guerra scatenata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, non solo ribadisce che il ricorso al gas è indispensabile per la transizione alla neutralità carbonica, ma arriva a dire che “ … bisognerebbe accelerare la produzione di petrolio, oltre Oceano ma non solo”. Ancor più, indica la responsabilità delle criticità che si registrano oggi nel panorama energetico nazionale nelle mobilitazioni di cui noi siamo protagonisti da molti anni in qua (cosa che penso dovrebbe aiutarci rispetto all’atteggiamento disilluso che a volte incontriamo nel nostro campo), affermando che “questo è anche il risultato di 30 anni di comportamenti dei cittadini: non dei governi che si sono succeduti, ma proprio dei cittadini, che con il loro voto e le loro prese di posizioni hanno detto no al nucleare, no ai rigassificatori, no allo sfruttamento delle nostre risorse nel mare Adriatico… Purtroppo siamo in un guaio ciclopico, che abbiamo contribuito a costruire con trent’anni di mobilitazione dissennata dei cittadini”.

Se ci fosse ulteriore bisogno di argomentare su quali sono le priorità delle grandi aziende, è sufficiente dare un’occhiata al bilancio 2021 dell’ENI, presentato in pompa magna sempre da Descalzi qualche settimana fa, che ha registrato un utile netto di 4,7 miliardi di €, il livello più alto raggiunto dal 2012!

Come tutti i processi di privatizzazione integrale, anche quello del settore energetico si porta dietro il fatto che i prezzi sono determinati dal mercato, con la conseguenza che si rompe la relazione, anche da questo punto di vista, con il fatto di essere servizio pubblico e che le tariffe che si incrementano sono sempre più socialmente insopportabili. A maggior ragione, come nel nostro caso, quando il mercato ha dimensioni internazionali.

Com’è noto, prima ancora che scoppiasse il conflitto tra Russia e Ucraina, ci siamo trovati di fronte ad un’impennata dei prezzi del gas e dell’energia elettrica, che ARERA (Autorità nazionale di regolazione per l’energia, le reti e l’ambiente) ha stimato essere, pur tenendo conto degli interventi realizzati dal governo nel 2021, di circa il 131% per l’energia elettrica e del 94% per il gas per il consumatore domestico tipo nel primo trimestre 2022 rispetto al primo trimestre 2021.

Un incremento prodotto, in primo luogo, dalla ripresa del post-pandemia, ma anche da cambiamenti strutturali nella domanda di gas naturale, con la Cina che ne richiede sempre più, anche per uscire dal carbone, e dalla speculazione finanziaria, che si esercita in particolare sul mercato della compravendita elle emissioni di CO2.

A fronte di ciò, il governo non trova di meglio che, da una parte, rilanciare sulla produzione nostrana di gas e carbone e, dall’altra, di mettere in campo un intervento da “capitalismo compassionevole”, e cioè una riduzione degli oneri per le famiglie povere e disagiate e una lieve diminuzione per le piccole imprese e le famiglie, che non eviterà, in particolare per queste ultime, un vero e proprio salasso.

Una scelta che va in direzione esattamente contraria a quanto sarebbe utile produrre: una forte accelerazione verso la produzione da fonti rinnovabili e il ritorno a “ prezzi amministrati”, come suggerito persino da Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.

E, meglio ancora, dalla petizione promossa dalla campagna “Per il clima, fuori dal fossile” che individua una serie di misure, a partire dall’intervento sugli extra-profitti realizzati dalle aziende energetiche, che possono portare all’azzeramento degli aumenti tariffari.

In ogni caso, è evidente che è un intero paradigma, quello delle privatizzazioni e del primato del mercato e della finanza, che va completamente ribaltato. Iniziamo a farlo, fermando il disegno di legge concorrenza, a partire dall’art. 6, quello che interviene sui servizi pubblici locali e da tutti gli altri provvedimenti che vanno in quella direzione.

 

Foto:campagna “Per il clima, fuori dal fossile

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione

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